NOI, MADRI EQUILIBRISTE.

Ogni mattina uno studioso si sveglia e crea una percentuale, una statistica, analizza numeri.

Oggi per esempio ho letto che l’ultimo rapporto di Woman in The Workplace dice che nel Nord America, una donna su quattro vuole cambiare carriera o lasciare il lavoro.

Il report annuale di Save the Children ci ha definite “equilibriste, doppio turniste, triplo saltiste”. Il sottotitolo doveva forse essere “Save your Mum”…

Pare anche che le madri abbiano maggiori probabilità dei padri di avere problemi mentali … MA VAAAA?!?

La pandemia si è forse fumata i nostri progressi?

Non lo so. Credo però che un giro a casa di una madre lavoratrice italiana andrebbe fatta.

Tipo al mattino…

Ragazziiiiiiiiii ! Svegliaaaaaaa!

Dai che è tardi e sono due ore che vi chiamo. Il latte sarà freddo.

Tu cosa fai sotto quel piumone? Ti vedo eh! Ti stai lamentando di cosa? Della luce accesa? Se la lascio spenta partiamo domani.

Non strizzare gli occhi in quel modo, quante scene, so benissimo che sei sveglio, potevi andare a letto prima ieri sera. “Vai a letto, vai a letto”, mille scuse, ti sei coricato che io dormivo già.

Quelle mutande per terra? Non ti avevo detto di metterle nel cesto dopo la doccia ieri? Non è che posso sempre spezzarmi la schiena per raccogliere le tue cose dal pavimento. Dai che tuo fratello è già al tavolo.

Ritira la tua tazza per cortesia e piega il tovagliolo che non siamo ad un corso di origami. Forza. In bagno!

Lavate bene denti e faccia e non mi fregate che poi controllo. Fai aaaaaaaaaaa, ecco vedi? Torna indietro e usa il dentifricio, ti ho fatto umano, non gatto eh! Forza con l’acqua.

Come “cosa mi metto”! Apri il cassetto! Ma come “quale cassetto”! Quello del frigo, vai un po’ a vedere se trovi i calzini nel frigo? Ma dove stai andando? Stai veramente aprendo il frigo? Ma qui si dorme alla grandissima eh!

Stasera andate a dormire presto se no domattina siete peggio di oggi.

Chi ha la DAD stamattina? ho acceso il computer.

Ah nessuno? E dirmelo? Io con questi orari non capisco più niente. Quindi vi devo portare tutti e due a scuola? In succursale? E dov’è la succursale? Ma a scuola non avete più posti? Perché non vai alla tua scuola vera? Ma no che non me l’hai detto e lo sai che non sono nei gruppi delle mamme.

Ah! Dammi il diario che devo scrivere che non hai la febbre. Ma certo che non la misuro! stai benissimo! dai che è tardi, dammi una penna.

Cos’è che c’è scritto qui? È una nota questa? A quest’ora del mattino devo scoprire che giocavi con la gomma pane anziché fare i triangoli? Stasera la gomma pane la mangi per cena.

Voi due mi farete impazzire. Dai, andiamo, allaccia bene quelle scarpe che se cadi distruggi i denti, con quello che ci è costato l’apparecchio.

Scendiamo. Uno prenda il vetro e l’altro l’umido. No no, carini, io ho la mia borsa, il borsone del negozio e la tua cartellina di tecnologia, cosa devo usare, i piedi? Non è che posso fare tutto io qui, eh!

Dai, la macchina è laggiù. È lontana, lo so, ma ieri c’era posto solo qui, ma poi non è che morite se fate due passi. Per andare dagli amici scalate le montagne a piedi nudi, per arrivare alla macchina, lacrimoni…

Allacciate le cinture, dai che andiamo. Guarda che ti vedo dallo specchietto, eh!

a l l a c c i a t i ! Vuoi morire alla prima frenata?

Andiamo. Le mascherine le avete? Puoi non toccarmi tutte le rotelle che mi stari la radio grazie?

La mia cliente sarà già davanti al negozio. Cosa vuol dire “vabbè aspetta”, quello è lavoro, caro mio, argomento a te sconosciuto, caro il mio figlio dei tempi moderni.

A che ora uscite oggi? Possibile che non possiate uscire tutti alla stessa ora? Comunque, vi recupero, facciamo la spesa e poi dritti a casa che avrò da fare dieci lavatrici, voi e la vostra mania di cambiarvi tre volte al giorno. Una schiava sono, una schiava.

Chi? Matteo chi? A casa nostra? Oggi? Anche la taxista devo fare? Ma lo conosco? Fammi vedere la foto, no, non lo conosco. Ma sua madre lo sa o chiama Chi l’ha Visto? Non farmi fare figuracce, per cortesia.

Tu dimmi se i trattori devono girare a quest’ora del mattino. Suono il clacson perché dovrebbe lasciarmi passare, le madri dovrebbero sempre avere la precedenza.

Santocielo è tardissimo. Se arrivate tardi io non vi firmo nessuna giustifica, sia ben chiaro!

Dai. Siamo arrivati. Infilate le cartelle. Pronti a scendere…rapidi che ho gente dietro. Questa succursale è ben brutta. Vabbè.

Vi chiamo dopooo. E rispondete quando chiamo, il telefono serve a quelloooo.

Ciaooo.

Buona scuola!

Ecco.

Questa è la mattina. La prima mezz’ora della mattina.

Poi c’è il pranzo. Il pomeriggio. I Compiti. Le lavatrici. La cena. E a un certo punto, forse, si sviene nel letto.

Tra una cosa e l’altra, si lavora.

E noi, eroiche madri italiane, al lavoro, non rinunciamo.

Noi, al lavoro, ci riposiamo.

FUTURO VS BOOMER: 100 a ZERO

“Mamma posso andare alla manifestazione tra quindici giorni?”.

Già che i figli chiedano il permesso di manifestare mi fa sentir vecchia, che addirittura si programmi con così grande anticipo mi stupisce parecchio.

Ma certo!

Ho risposto di pancia, ripensando immediatamente alla me “manifestatrice” in anfibi e maglione gigante.

La data era a calendario: 24 settembre, Friday For Future.

Sarò una madre strana, ma questa cosa che i ragazzi manifestino e che sposino una causa, ancor più quella ambientale, a me garba parecchio.

Insomma ci siamo.

Oggi, puntuale come provenisse da una scuola svizzera, la notifica dell’assenza ingiustificata arriva sull’app genitore.

Alla faccia di noi adulti che ci sentiamo controllati, questi sgarrano un minuto e la scuola scrive.

Ok, il sistema funziona.

Nemmeno il tempo di leggere le due righe della comunicazione che mi accorgo che la bontà paterna ha prontamente giustificato.

La benedizione, seppur in case diverse, giunge sulla testa del nostro adolescente a quattro mani. Perfetto.

Inizio la mia giornata di lavoro e alla prima pausa butto un occhio ai social.

Una testata locale riprende il corteo dei ragazzi e in prima fila noto mio figlio, di fianco il suo amico, entrambi chirurgicamente mascherati e assembrati con coscienza.

Mio figlio regge il cartellone che ha preparato a casa, chiacchiera e cammina con evidente orgoglio.

Non nego di aver pensato che se avesse tentato sotterfugi, di questi tempi sarebbe stato beccato in un secondo, ma anche che questo nuovo mondo un po’ fa perdere la poesia del tutto.

Vabbè.

Noto che sotto al video compaiono un centinaio di commenti.

E mentre nel mio cervello si insinua l’aria della normalità, il profumo della gioventù che si entusiasma, mentre i miei occhi si riempiono con queste faccette vogliose di cambiare il mondo, insomma, mentre mi ubriaco di un venerdì che ha il gusto del futuro, inizio a leggere.

“ Vi aspetto quando verrete a cercare un lavoro!”

Ok. Rimanendo in tema di clima, qui forse il “clima” non è il massimo.

I boomer sono scatenati.

“Il clima! Siamo in dittatura e questi pensano al clima!”

“Pur di saltare scuola guarda cosa si fa”

Eccolo.

“Poi hanno tutti i vizi del mondo”, chissà quali sono i tuoi, penso.

“A cosa serve? Tanto non si può comandare il clima!”. L’esperto.

“Protestare per gli aumenti di luce, gas e benzina no?!?”.

Gli studenti?

“Va bene scioperare per una giusta causa.. ma ragazzi.. la cameretta in ordine la lasciate? Una mano ai genitori nelle faccende di casa la date?Anche in questi piccoli gesti si vede se ci tenete al clima”. A casa mia aiutano, stia tranquillo.

“Quindi hanno usato carta,pennarelli, si son fatti fare maglie a tema ecc per dirci di non sprecare e non inquinare..vorrei applaudirli per l’impegno ma..non so quanto sia giusto farlo..”.

Ragazzi! A gesti dovete esprimervi! A gesti!

“Camminano per il corteo, poi i genitori li portano e prendono a scuola con l’auto sul portone…camminate e anche tanto”. Dobbiamo farli volare!

“Una bella fila di ragazzi che a 18 anni prenderanno la macchina e poi ciao ciao Greta”. Ecco, Greta non l’aveva ancora citata nessuno.

“Ma mi spiegate a cosa serve lo sciopero per il clima?”. Lui è appena arrivato da Marte poverino. Non sa.

“ Quest’anno non possono scioperare per la DAD e allora un’altra scusa devono averla….sono veramente fortunata ad avere due nipoti di 18 anni e 13 anni che pensano solo a studiare….” Cuore di nonna …

“Mettono i ragazzi per fare numero come burattini”. Ma chi?

“Questi che oggi hanno tagliato a scuola, sono gli stessi che qualche mese manifestavano contro la dad perché NON si andava a scuola… GRANDI!”.

Fuori tema, Sig. Giraudo, voto 4.

“Bravi, ogni scusa è ottima per non andare a scuola. Poi raccogliete le cicche, mascherine, lattine e bottiglie che lasciate per terra o nei contenitori degli altri”.

Il pattume è tutta colpa dei giovani, noi adulti produciamo solo fiori.

“Ogni scusa è buona per saltare scuola, chissà perché non lo fate la domenica??”. Tesoro, non sa l’inglese e gli è sfuggito il Friday.

“Ma manifestare per il Green Pass quello no, dovreste farlo indifferentemente se uno è vaccinato o no. Già che molti si sono fatti vaccinare solo per poter uscire e non perché credono al vaccino”.

Una giornata, UNA! in cui si parla di un’altra cosa, no? Mamma mia …

“A zappare dovete andare! A zappare!”. Il Sig. Rossi è per la dittatura contadina.

Sono un po’ affranta.

I commenti aumentano a dismisura.

Leggo così tanta cattiveria che apro whatsapp e mando un cuore a mio figlio. Lo osservo che pulsa sullo schermo. Aggiungo un “Bravo! Sono fiera di te!”, come a massaggiare lo stomaco che mi è salito in gola.

Riapro l’articolo.

Scorro altre frasi, una peggio dell’altra.

Poi finalmente arriva lei: “Contentissima di essere entrata in aule semivuote stamattina. Brav*, avanti così!”.

È la mia amica Cristina. Professoressa.

Sorrido.

Allora non sono sola.

Allora questi ragazzi qualche anima l’hanno smossa davvero.

Allora esiste qualcuno che capisce che hanno bisogno di credere nelle cose importanti, che c’è stato un risveglio, che non sono dei rimbambiti.

Allora esistono degli adulti che sanno dar fiducia a queste generazioni nuove e così diverse.

Ha ragione lui: “Commenti degni del nulla in cui annegate”. È il mio compagno, che leggo con fierezza in mezzo ai rutti di tantissime persone.

Io oggi questi ragazzi li ringrazio.

E spero che la loro lotta continui, perché diciamolo, tutto questo schifo, glielo abbiamo regalato noi.

Scusateci.

CINICO MARE

Sono al mare e c’è un tempo di merda.
Per quanto mi riguarda, la giornata è perfetta.

Venticello fresco, zero sole, i ragazzi giocano a carte, io bevo una birra sotto la pergola del baretto in spiaggia.

Peccato che …
Peccato che ad un metro dalle mie orecchie una biondissima bambinetta con le trecce infeltrite stia urlando da circa trenta minuti posseduta dal demone del capriccio.

Trenta minuti sono tantissimi.

La letteratura propone in questi casi di ignorare la malefica creatura sino a che si spellerà le corde vocali.

I miei ricordi di infanzia mi ripropongono immagini di ciabatte volanti e calci in culo.

Specifico che la mini biondina sta urlando perché vuole fare il bagno mentre sulla spiaggia sventola un lenzuolo rosso a tre piazze con la parola “morte” cucita a mano dal bagnino.

Non riesco ad essere indifferente al capriccio fanciullesco. Cattura la mia attenzione in pochi secondi e azzera ogni mio istinto materno.

Ma ciò che mi fa più sclerare sono questi genitori in piena balia dello spettacolo in corso.

Dopo dieci minuti di capriccio la demone ha collezionato un sacchetto di patatine, un gelato, un pacchetto di palloncini e un Chupa Chups.
Quindi: più urlo e più ottengo.

Sento Tata Lucia accarezzarmi una spalla.

Non ci siamo.
E infatti sta ancora urlando.

Ho avuto un piccolo guizzo di gioia quando la mamma, con profonde occhiaie nonostante la vacanza, le ha detto con un sibilo che l’avrebbe fatta EVAPORARE.
Tra tutte le minacce, sin qui, mi è parsa la più interessante.

Mezza pergola del baretto ha sorriso con compiacimento. Tutti abbiamo pensato “Eh magari…”.

La bambina si è zittita per circa otto secondi, poi ha chiaramente intuito che la madre non possedeva assolutamente questi super poteri.
L’avrei aiutata, la mamma, ma non li ho nemmeno io.

Per questo ho attivato un timer che suonerà tra cinque minuti.
A quel punto, senza se e senza ma, la trascinerò dinnanzi alle onde furiose di oggi, senza preavviso alcuno, e la lancerò in mare.

Forza, nuota!

E calerà un meraviglioso silenzio.

Ho pensato ed immaginato questa cosa così intensamente, fissandola, che ha smesso.
Brava bambina, la lettura dello sguardo “limite superato” ti servirà tutta la vita.

Adesso mi concentro sul fratello, che mi sta facendo pericolosi rasetti col pallone, dritti al punto che sta tra il mio orecchio destro e l’epicentro dell’odio.

Ed è subito Ecce Bombo.

PUNTUALMENTE, IN RITARDO.

Non so voi, ma io continuo a sentirmi indietro di qualche passo.

Da questo fermo amministrativo alla vita, da questi tre mesi assurdi, fatico a riprendermi.

Credo che il primo ritardo sia iniziato la prima settimana di lock down.

Giorno uno: esplosione della caffettiera. Per una come me, che il caffè lo inietta in vena circa novanta volte al giorno, è stata una frustata in faccia.

Nello scoprire che le caffettiere non sono bene primario e che quindi non avrei potuto acquistarne un’altra, ho provato qualunque tipo di surrogato: caffè solubile, orzo, terra del giardino.

Nulla di buono. Il caffè è caffè, punto.

Credo che il mio ritardo sia iniziato così, con l’astinenza da caffeina.

La gente cantava sui balconi alle 18, e io ancora stendevo i panni.

La vicina di buon mattino impastava le fettuccine e io cercavo il senso della giornata.

Il mondo dormiva, io ero sveglia.

Mentre tutti trovavano fantastiche occupazioni e gioivano per questa ritrovata felicità casalinga, io rincorrevo giorni sempre uguali in cui mi sentivo letteralmente in gabbia.

Credo che casa mia abbia a un certo punto assunto le sembianze della puntata sette di “sepolti vivi”.

Il mio “io” ordinato era ovviamente in ritardo e ha lasciato rapidamente il posto alla quindicenne ribelle che appoggia tutto dove capita e “ci penso dopo”.

Salvo poi svegliarmi compulsiva, una mattina qualunque, e riordinare tutto come Marie Kondo.

Ditemi che non sono la sola… per favore …

Il primo giorno in cui mi sono seriamente guardata allo specchio ho capito che le settimane stavano inesorabilmente passando.

Capelli bianchi in prima linea, il degrado reso donna.

Ve lo ricordate come si sta senza parrucchiera e senza estetista?

Alla prossima pandemia lo specifichiamo a Conte che sono un bene primario?

Che piuttosto ci faccia sparire il detersivo, ma lasci aperti i centri bellezza! O no?

Ve li ricordate i baffi sino alle ginocchia?

Le ascelle di Tarzan?

La cofana in testa?

Ecco…

Tutto questo insieme al ruolo di casalinga, alla tuta-pigiama permanente e alla didattica a distanza: fonte di esaurimento quotidiano.

La didattica a distanza … vogliamo parlarne?

Almeno due lezioni alla volta, un solo computer. Ed è subito discussione tra fratelli.

Passava una nuvola, morta la connessione.

Entravano nell’aula virtuale e dopo dieci minuti venivano espulsi non si sa perché.

L’adolescenza scorbutica ha toccato vette altissime.

Parliamo di “CLASSE VIVA”?

Era viva veramente, mi sembrava un luogo nuovo ogni giorno, con i compiti che si mescolavano in ordine sparso. Cercavo aprile, usciva marzo, cliccavo matematica e si apriva il link, che rimandava al video, che conteneva la password per il quiz, che andava inviato via mail. Santocielo che fatica!

Le password …

Ne avremo create una cinquantina di nuove. Il mio frigo era tappezzato di promemoria, ma tanto anche quelle si rimescolavano in completa autonomia.

Io odio le password. Da quel momento, ancora di più.

Le lezioni delle elementari?

Sentivo il buongiorno della maestra e poi partivano le voci di tutti i compagni di mio figlio CONTEMPORANEAMENTE : maestra guarda il mio gatto! Maestra mia mamma qui ti saluta! Maestra guarda questo braccio che mi prude! Maestra hai visto la mia maglia?

Dopo un’ora era la stessa nausea del post montagne russe.

A settembre rivoglio la scuola.

Fate cosa volete, io rivoglio la scuola VERA.

Non “viva”.

E sono pronta a incatenarmi in piazza come Sandra Milo, urlando Ciro! Ciro! Oddio la scuola di Ciro!

Giuro che lo faccio.

Il ritardo mi è rimasto addosso.

Non so voi ma io ho perso il ritmo. Hanno riaperto i bar e non riesco a ritrovare nemmeno il vecchio tempo della colazione.

Sto dando la colpa persino al traffico. Mi sembra peggiorato, come se la gente non sapesse più guidare.

A me le strade vuote non dispiacevano affatto…

Sarà la folla di persone in giro? Non vi pare che siamo più di prima?

Osservo ciò che mi succede intorno e mi sembra pure che ci si sia incattiviti un po’.

Quelli degli arcobaleni e delle canzoni sul balcone dove sono finiti? In vacanza?

Non lo so.

Avrò tempo per capire questo nuovo mondo e di riappaiarmi con il giusto tempo.

Forse.

L’unica cosa che spero non passi, almeno non del tutto, è questa strana veglia notturna. Perché tante notti vi ho osservati dormire, amori della mia vita, e ed è stato bellissimo.

Che poi forse è il senso di questo gigantesco singhiozzo temporale:

fermarsi, osservare, amare.

Dicesi: vita.

DONNE IN QUARANTENA

La situazione è questa: siamo all’inferno.

Quando sento Conte che parla di “lavori di prima necessità “ mi immagino la sua fidanzata che scuote la testa…

Ma vi rendete conto di come siamo messe?

Andrà tutto bene, cosa?

Il primo giorno in cui ci faranno uscire di casa dovremo indossare la tuta da palombaro e la maschera di Goldrake.

Vogliamo parlare di necessità?

I peli sulle gambe, i baffi e la ricrescita dei capelli a che punto del decreto li abbiamo messi?

Non ci sono Santocielo!

Perché questi son tutti uomini!

Non hanno idea!

La mia chat del negozio ha oramai una fornitissima galleria che arriva direttamente dalle grotte marine…

Lo capite che ci sono donne che si stanno depilando con lo scotch marrone per i pacchi?

Hanno le gambe che fanno concorrenza ai mariti!

I figli al mattino le chiamano “papà”!

Baffi ad altezza mento.

E i capelli?

Vogliamo fare cinque minuti di silenzio per le parrucchiere che ci ritroveranno con i capelli verdi?

Perché l’alternativa è fare la Juve con la chioma…

Io mi son fatta la tinta a casa e ho il lavandino del bagno da buttare, le braccia che sembro un dalmata e una maglietta in meno… che disastro!

Ma poi.

Tutto subito sì, certo, ritroviamo la famiglia, il calore della casa, i nostri cuccioli…

Io sto capendo seriamente le lotte femministe, dannazione.

Livello sguattera raggiunto e vinto.

Tutto è scandito dal cibo.

Cosa mangiamo?

Fai la spesa, prepara, cucina, apparecchia, mangia, sparecchia, lava i piatti, riordina, riponi, passa il pavimento e ricomincia da capo.

Ma che meraviglia!

L’adrenalina della giornata te la da la lavatrice. Sento gente che ha iniziato a parlarci con la lavatrice.

E poi le pulizie.

Abbiamo case che sembrano sale operatorie. Puliamo anche i soffitti. Scopriamo angoli che a gennaio non esistevano!

E le madri che parlavano dei loro figli adorati dove sono finite?

Hanno tutte l’espressione di Malefica.

Per inchiodare i ragazzi alla scrivania utilizziamo metà della dose giornaliera di minacce.

Il resto lo utilizziamo all’accensione del computer: collegamento con la scuola, scaricamento di file, scansione dei testi, invio via mail, fax alla bidella, esperienze virtuali, il tutto con almeno novanta trilli dalla chat di classe.

La chat di classe …

Ci siete dentro? Perché i genitori in queste settimane stanno danno il massimo! Siamo a livelli altissimi! Con scene isteriche fantastiche…

Io comunque sono giunta ad una conclusione assoluta: l’insegnante non l’avrei potuta fare nemmeno in un’altra dimensione.

Ma come fanno a sopportarli?

Sante maestre…

E i mariti?

I vostri mariti come stanno? Vedo i video online, son tutti con le occhiaie, un po’ curvi, la rassegnazione in faccia. Non avevano previsto un trapanamento di timpani così lungo … poveri …

Si stanno inventando qualunque riordino pur di sfuggirci. Sistemano il garage. La cantina. La soffitta. La cassetta degli attrezzi. Mettono in ordine alfabetico la libreria. Catalogano i CD. Scansionano le diapositive del 1976.

Qualunque cosa.

Qualunque cosa pur di non averci intorno.

Il primo giorno di libertà non so in che stato saremo.

Sicuramente splendide no … in forma no… rilassate nemmeno…

Ma sì, andrà tutto bene.

Stiamo chiuse in casa, che magari finisce prima.

Santocielo.

♥️

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA per donne disperate.

Donne!

Abbiamo 21 giorni da organizzare!

Ci vorrà molta pazienza.

Molta.

Molta.

Molta.

Per questo ho pensato di darvi alcuni spunti per arrivare al giorno 22 senza pendenze penali.

1 • Pettinarsi accuratamente i baffi. Estetiste chiuse, baffi ad altezza sterno. Debitamente acconciati, saranno piacevoli.

Tempo previsto : 30 minuti al giorno.

2 • Imparare a mettersi l’eye liner.

Prima di andare in ufficio è il peggior incubo, perché a metà opera sei nera anche sugli zigomi. Questione di esercizio. Obbiettivo raggiunto con : 1 ora al giorno.

3 • Mettersi lo smalto e riuscire finalmente a farlo asciugare.

Non hai scarpe da mettere, cappotti da infilare. Una volta lavati i piatti hai tutto il tempo necessario.

Tempo medio: 2 pomeriggi a settimana.

4 • Farti la maschera viso senza paura che qualcuno suoni alla porta.

Alleluia! nessuno vuole entrare in casa tua e puoi mascherarti come il Grinch in totale serenità.

Tempo previsto: 30 minuti, due volte a settimana.

5 • Districare i peli delle tue gambe con la spazzola del gatto.

Le piscine sono chiuse, stiamo in tuta da mattina a sera, crescita incolta, accarezzamento stile pet therapy. Una cosa è certa: tuo marito non sbufferà più per i continui appuntamenti al salone di bellezza.

Tempo consigliato: 1 ora al giorno.

6 • Trovare acconciature che camuffino la ricrescita dei capelli bianchi.

A disposizione su YouTube specifici tutorial di Moira Orfei.

Tempo previsto: 2 ore al giorno con pianto incluso.

7 • Togliere i punti neri a tuo figlio adolescente.

È talmente stordito dal non poter uscire, che sarà persino docile.

Sessioni consigliate: 2 a settimana da 30 minuti circa.

8 • Osservarsi attentamente allo specchio e scoprire che oltre ai baffi, sta spuntando la barba.

La sessione è in tre tempi.

Prima fase: 30 minuti di panico disperato. Seconda fase: corrompere l’estetista con sms minacciosi, foto con zoom e messaggi vocali, per altri 30 minuti. Terza fase: accettazione, rassegnazione e “tanto non mi vede nessuno”. Ripetere 5 volte per 20 minuti a giorni alterni.

9 • Piegare tutto, lavare tutto, stirare tutto, fare torte, marmellate e arrosti, parlare con la lavatrice, ballare col ferro da stiro, usare i mestoli come microfoni per cantare, leggere i dieci libri che hai comprato, imparare il russo, russare al pomeriggio.

A scelta, ogni giorno, due ore, mattina o pomeriggio.

10 • Spiegare con calma a tuo marito cosa volevi dire ogni singola volta in cui ti ha chiesto cos’hai? e tu hai risposto “niente”. Qui è necessario che lui abbia a disposizione un divano e acqua fresca per idratarsi, e tu uno spazio sufficiente per camminare avanti e indietro gesticolando. Mi baso sui tempi minimi, perché valuto l’energia che ti serve e le mezz’ore in cui lui si addormenterà.

Tempo medio previsto: otto giorni.

Ok.

Direi che è un’ottima partenza.

Calcolando che dobbiamo anche lavarci, mangiare e dormire, direi che questi 21 giorni voleranno.

Fatemi sapere.

CARTOLINE DAL SUD. Citofonare Desogus.

Cuneo, 1976.

Pettianu, Vriggiliu, Sraviu.

Per chi non sa il sardo: Sebastiano, Virgilio, Salvio.

Genero, suocero, cognato.

Sono insieme nella cantina di mio nonno.

Nonno aveva la mia età di oggi, eppure già sembrava vecchio.

Coppola in testa, pantaloni rammendati, maglioni lisi. Era ciò che potevano permettersi.

Due operai e un falegname. Nonno, per tirare avanti, riparava scarpe in una veranda gelida sino a notte.

Sfamavano tre famiglie e parecchi ragazzini.

Solo Virgilio, di figli ne aveva sette.

Le mogli rimediavano lavori a ore in casa. Quelle che oggi chiamiamo “le colf”, e che in quegli anni erano sguattere e basta.

Li vedete?

Nulla a che vedere con i quarantenni o i cinquantenni di oggi. Scuri, mal messi, mal vestiti. Non si vedono le scarpe e forse è meglio così.

Questa era l’immigrazione di quegli anni. Gente che veniva al Nord per trovare lavoro perché al paese si viveva di stenti e si urinava ancora in cortile.

Qui, invece, ogni palazzo aveva almeno un bagno ( comune) e si lavavano i panni ai lavatoi e non al fiume che gelava le mani.

Pullulavano lavori orrendi che nessuno voleva fare, ma che ceffi come questi tre accettavano ben volentieri.

La fatica non era un problema. La stanchezza nemmeno. Le mani sanguinanti erano quasi vanto.

Avevano un grande, grandissimo problema: gli mancava casa.

E il cordone ombelicale pulsava forte attraverso il cibo.

Mantenevano le le loro dannatissime abitudini: trovavano un allevatore, ammazzavano il maiale da soli e lo macellavano in casa.

Me lo ricordo.

Cuocevano e cucinavano per giorni, tutti insieme, in un caos infernale. Al banchetto si poteva unire chiunque. Ma alla fine di piemontesi nemmeno l’ombra.

Era difficile capirsi.

Il ritmo festaiolo sardo e quel modo di parlare, misto dialetto, dovevano essere cosa strana per l’impettito Nord.

Li sentivi discutere, questi sardi, e la loro carne era la più buona, e i loro dolci erano meravigliosi, e il pane è diverso, l’olio migliore. E il vino! Ma qui al nord bevono acqua, signori miei, bisogna farselo!

Ecco che si radunavano in cantina. Una volta da uno e una volta dall’altro. Tini e botti e bottiglie e avanti con la produzione.

A noi bambini davano la “saba”, un nettare dolcissimo e marmellatoso che avanzava dalle bucce e che poi la nonna infilava anche nei dolci.

Il vino lo assaggiavamo tutti, anche noi piccoli, tanto ci avevano allevato con il caffè e lo zucchero nel ciuccio e mille altre cose che oggi la pediatria avrebbe un collasso. Tutto faceva crescere.

Noi bambini, lerci ma felici, con i nonni poveri in canna, ma con addosso la collanina e gli orecchini d’oro da appena nati. Come gli zingari, dicono oggi.

E allora, dicevo, si chiudevano in cantina e bevevano e mangiavano.

Vedi? nel piatto ci sono le fave con le costine di maiale.

Cantavano. Si davano pacche sulla schiena. Fumavano mille sigarette di un trinciato che anneriva mezz’anima.

All’altra mezza ci pensava la fabbrica.

Non so in che stato risalissero in casa. Era gente che con una dormita risolveva tutto. Forse erano abituati, forse era buono il vino.

So che ci guarderebbero imbarazzati se oggi gli parlassimo dello Spritz.

Questi tre uomini rappresentano quello che una volta era il nemico vero, la forza lavoro da due soldi che viveva nel centro storico ancora pieno di prostitute, che accoglieva mille parenti che arrivavano per gli stessi motivi e la stessa disperazione, pronti a dormire in stanzini pieni di materassi a terra.

Lavoravano come muli e poi si chiudevano in casa e facevano festa, così, come in queste immagini. Nella bella stagione partivano armati di legna e facevano fuochi in qualunque prato e arrostivano di tutto con le radio con l’antenna a tutto volume.

Ascoltavano le loro canzoni e cantavano, alzando i bicchieri con le mani unte.

Erano genuini e grezzi. Chiusi nel loro mondo di ricordi e nelle loro speranze di tornare in paese.

Ti ricorda qualcuno?

Che io sappia, nessuno di loro è più tornato in Sardegna.

Si sono dapprima sposati tra loro, poi hanno iniziato a “mischiarsi”. La terza generazione ha perso tutti i cognomi.

Sono spariti gli accenti, le mono sopracciglia, la carnagione scura.

A guardarli bene, qualcosa rimane.

I sardi li riconosco dagli occhi: brillano. Pungono. Scrutano con dolce indecenza.

Li riconosco dal cuore. Sempre.

Nel 1976 facevano certamente una vita difficile, circondati da diffidenza e da dicerie di vario tipo.

Erano per tutti “i delinquenti dal coltello facile”.

Eppure, nel 1976 nessuno ha mai citofonato loro per chiedere se spacciavano. Se rubavano. Se erano dei poco di buono.

Nel 1976 il clima non era forse migliore, ma certamente più dignitoso.

Magari perché era l’unico Sud conosciuto.

O l’era della demenza non era ancora iniziata.

Chissà.

So che le radici vanno rispettate e ricordate. So che il sangue e il DNA si miscelano molto in fretta. So che nessuno, ma nessuno nessuno, può vantare pedigree di alcun tipo. So che la paura per il diverso non ha senso, e chi l’ha provata lo capisce bene.

So che dietro a queste facce, che ai tempi facevano paura, ci sono tre brave persone, che hanno portato

me

qui

oggi.

Con un computer davanti al naso e mille possibilità di capire il mondo.

Se non lo faccio, la cretina sono io.

Come chiunque decida di tapparsi gli occhi e ascoltare chi fomenta odio gratuito.

La cosa incredibile è che viviamo nel 2020.

Più di quarant’anni dopo e siamo quarant’anni indietro.

I REGALI DI MERDA

Diciamolo serenamente.
Ad ognuna di noi è capitato almeno una volta di ricevere un regalo di merda. Uno di quelli da ricordare sino in punto di morte, da raccontare alle amiche, da segnare con l’indelebile nella memoria come il momento in cui la nostra aspettativa era mille e la delusione è stata un milione.

Nessun uomo può dire lo stesso. Per i maschi, sia ben chiaro, l’argomento è totalmente oscuro. Infatti sono campioni mondiali di regali di merda : imbattibili.

Noi donne, ogni santo giorno dell’anno, aggiorniamo il taccuino mentale che abbiamo nel cervello. Basta che lui dica “ Sai, ho visto…” oppure “ Mi piacerebbe…” o anche “Potremmo comprare…” , che a noi scatta l’appunto preciso.
Ho amiche che annotano tutto su carta, anche se la maggior parte delle donne inserisce le informazioni nel cassetto del “non lo dimenticare mai”, che si trova proprio di fianco a quello delle discussioni

Grazie a questo meraviglioso meccanismo, gli uomini scartano gioiosamente i loro pacchetti e per un algoritmo a loro sconosciuto, pronunciano tutti la stessa frase: “ Proprio quello che volevo! Ma come facevi a saperlo?”.

In un attimo ci gonfiamo d’orgoglio, ci scatta l’applauso interno, parte il trenino, i fuochi d’artificio, ci stringiamo la mano, chiamiamo le amiche, via ai comunicati stampa! In una parola: la gioia!

Bene.
Questa strada, come dicevo, è però a senso unico. Gli stratagemmi ( e credo siano stati tentati tutti) sono assolutamente vani.

METODO CLASSICO
In giro, passeggiando, distrattamente “ Amore, possiamo dare un’occhiata alla vetrina delle borse? AVREI PROPRIO BISOGNO DI PRENDERNE UNA NUOVA”. Non ci siamo, troppo vago. Capirà che ve la volete comprare da sola, e così sarà.

METODO DEL RACCONTO METAFORICO
A cena, a pranzo, in auto, inizierete il racconto della vostra carissima amica che “ Pensa tesoro, era a passeggio con suo marito, si è fermata di fronte ad una vetrina, ha indicato una borsa che le piaceva tantissimo e lui le ha fatto una sorpresa e le ha regalato PROPRIO QUELLA!”. Inutile. Penserà che tanto la vostra amica è fortunata, quanto il marito è zerbino. Di speciale non ci vedrà proprio nulla. Le manovre a comando li urtano e questa tecnica, vi avviso, nasconde parecchie insidie. Il rischio che parta una discussione è elevatissimo e il metodo si rivelerà controproducente.

METODO DEL TELEFONO SENZA FILI
Ovvero il sussurro casuale. Lo spiffero arriva a madre, sorelle, amiche comuni con indicazioni casuali. “ Se PER CASO dovesse chiederti cosa voglio che mi regali, digli che in quel tal negozio ho visto la tal borsa in vetrina…”. Qui il rischio è ENORME. Se la persona delegata non è un ninja d’assalto come voi le indicazioni saranno vane. Avete presente un uomo in un negozio di borse? Per lui son tutte uguali. Arriverà a casa con “una borsa” ma non QUELLA, non di quel colore, genere e forma. Delusione tripla e cambio assicurato.

Personalmente ho adottato un metodo infallibile. Ho stilato e resa pubblica la mia lista dei regali di merda, così da escludere almeno una serie di facce di marmo. Se arrivano, vuol dire una cosa sola: mi odia.
Vale per qualunque ricorrenza e si aggiorna in continuazione.
Eccola.

10 – Le rose blu. Giuro che non esiste un’invenzione peggiore. Blu è il cielo. Gli occhi. Il mare. Le rose NO. Sono orrende. Petizione annessa per farle scomparire, insieme all’ombretto abbinato.

9 – L’abbonamento in palestra. Se ci voglio andare ci penso da sola. Facciamo che ci vai tu, pedalando veloce.

8 – Il super mega libro di cucina. Che è un po’ come dire “studia che puoi solo migliorare”. La prossima volta che ti invito a cena, ricordami che ho un impegno.

7 – Il maglione peruviano. La cuffia peruviana. La sciarpa di alpaca. I calzettoni di lana cotta. I guanti di sta cippa. Suoniamo il flauto di Pan un’altra volta, ok?

6 – I portachiavi tutti. Ma secondo te sono arrivata a quarant’anni senza un diavolo di portachiavi? O ha intorno una macchina , oppure evita pure.

5 – Le tue foto dal fotografo. Tu col gatto. Tu coi figli. Tu nel bosco. Tu appoggiato/a in qualche posto improbabile vestito/a come un casting di Vogue. Se volevo una tua foto te la facevo e la stampavo. Poi la incorniciavo e te la regalavo io. Per dire.

4 – Pigiami. Mutande. Canottiere. L’unica eccezione la posso fare per mia nonna, che se non me li regala mi preoccupo. Tu lascia stare.

3 – La compilation di merda del cantante defunto. Al pari di un paio di quelli vivi, tipo Gigi d’Alessio, Povia, Vasco Rossi o Ligabue.

2 – I libri di Fabio Volo. Niente da aggiungere. 

1 – Gli Angeli della Thun. Gli animali con problemi della Thun. Gli orecchini della Thun. Qualunque cosa a marchio Thun. Sono frutto dell’insonnia di una mente perversa. Facciamo tutti finta che ci piacciano, quando in realtà sono il vero regalo di merda. Il numero uno. Oltre a questo, puoi solo incartare un rutto. E buon Natale.

Fatela anche voi.
Appendetela al frigo, usatela come foto profilo o nelle storie di whatsapp. Fatene bandiera.
Per tutto il resto le soluzioni sono solo due: scartare, sorridere amorevolmente dicendo “Grazie è bellissimooo!”, ricordando lo sforzo titanico fatto da quel poveretto, e poi il giorno dopo, entrare nel dannato negozio per comprarvi la borsa.
Proprio quella.
Quella che vi piace da matti e che santocielo in vetrina soffre.

E tanti auguri.

DAMMI UN SENSO(RE)

Dobbiamo mettere il sensore al seggiolino, noi mamme che dimentichiamo i figli in auto.

Capita a tutte, anche ai papà, solo che quasi sempre il cervello si accende e non succede davvero.

Da oggi, se non si accende, ci pensa l’App e ti allerta lei.

Sarà il sensore giusto quello del seggiolino?

Perché oggi, io madre, avrei bisogno del sensore del malditesta. Mi serve l’App che mi dica piantala! e prendi una pastiglia. Perché sopporti?

Ne vorrei forse uno generico. Titolo dell’App dedicata: malattia. Dovrebbe dirmi fermati! stai a casa, metti la tuta, lanciati sul divano e dormi. Invece no, vado a lavorare lo stesso.

Vorrei il sensore del cibo. Che controlli quando digiuno perché non ho tempo, perché sono arrabbiata, perché la giornata è storta. Che suoni due volte quando apro il frigo e mangio anche i ripiani in vetro perché al diavolo la dieta e vaffanculo al capo.

Vorrei un campanello per lo stress. Livello limite, pericolo, stai lontana dai coltelli.

Vorrei il sensore del sorriso che si connetta direttamente allo specchio, per ricordarmi che quando lo indosso sono più bella.

Vorrei essere avvisata che è ora di far la spesa prima che sia ora di cena, per non impazzire ad inventare qualcosa.

Inventate per me ad un’applicazione per gli incastri, che mi dica dove passare con l’auto per essere contemporaneamente a scuola, in ufficio e in riunione.

Che mi ricordi di ricordarmi di me, dei miei capelli, dei miei vestiti, dello smalto, del mio corpo. Perché non sono come l’auto che col lavaggio super in cinque minuti è nuova. Ho bisogno di tempo. E lo dedico tutto agli altri.

Suona per favore il giorno della recita, proprio a Natale, mentre il lavoro mi succhia l’anima e arrivo sicuramente in ritardo.

Allertami in caso di malinconia acuta. Capita spesso, e in quei momenti non vedo e non sento nessuno. Forse nemmeno una tromba nell’orecchio.

Suona forte ogni volta che trattengo le lacrime perché tra un milione di cose che faccio, ne sbaglio una e crolla il mondo. Voglio l’App del pianto libero.

Ma anche del sonno duro. Senza sogni. Senza sveglia. Senza chiamate notturne. Senza pensieri fissi.

Inventatemi il sensore mamma di merda. Quando esagero parta pure una scossetta nella chiappa, così rassodo anche il sedere, che per la palestra non ho tempo.

Voglio il sensore della terza mano. Se faccio troppe cose tutte insieme sino a desiderare di aver anche la quarta, scatti una sonora risata. La sentano anche i vicini, così mi do una calmata subito.

Vorrei il sensore pazienza. È complicato perché deve funzionare sia quando ne sto mettendo troppa, sia quando la perdo in fretta.

E per la sopravvivenza di tutti i giorni, chiedo il sensore per gli stronzi, quello per i bugiardi, e quello per i razzisti. Che sia una sirena da stadio, così che non mi ci avvicini oltre la distanza di sicurezza.

Tagliamo la testa al toro. Inventiamo il sensore stanchezza. Deve suonare fortissimo e fermare questo mondo matto.

Che per dare un senso alla dimenticanza mostruosa di madri e padri che vivono dentro a frullatori, viene messo in un seggiolino.

E ci pensa l’App del telefono.

Quel telefono che ora lancerei dalla finestra, insieme alle settemilacose che ho ancora da fare.

E fuori è buio da un po’.

Stefania vs Parrucchiera.

Avete presente Medusa? La figura mitologica che pietrificava chiunque la guardasse?

Ecco.

Io credo che gli antichi greci avessero pensato alle parrucchiere per inventarsela.

Una volta a settimana dedico un’ora del mio incasinatissimo tempo per recarmi dalla domatrice ufficiale dei miei capelli.

È matematico.

Se nasci con i capelli ricci vai a farteli stirare. Se nasci con gli spaghetti in testa ricerchi ogni pozione magica che te li arricci.

Beate noi donne! Mai contente …

Personalmente appartengo alla categoria “ testa a scopa di saggina”.

In sostanza, se avessi tempo e voglia, potrei far rinascere in qualche modo i miei ricci naturali. Ma poiché la sola vista di una spazzola in casa mi crea ulcera, mi rivolgo a chi pazientemente sa renderli magicamente setosi.

Se non facessi così, sembrerei probabilmente Tina Turner appena sveglia,

dopo un bagno turco,

in una giornata di pioggia tropicale.

Una favola, insomma.

Bene.

Ogni volta che varco il tempio del bigodino con fare baldanzoso, la mia curatrice d’immagine mi sorride e …

“Buongiorno! Allora… cosa facciamo oggi?”.

Per dovuta educazione, la guardo negli occhi e sorrido, ma ZAC! Medusa è in azione : sono di pietra.

Ora ditemi.

Voi, in quel dannato salone, valete qualcosa? La vostra opinione conta? Riuscite a decidere le vostre sorti capellifere?

No, io no. Da mai.

Partiamo dal taglio.

“Quanto vuoi tagliare caraaaa?”.

Lo chiede, ma le importa poco.

Ha già tutto in mente. Perché ha fatto il corso dal guru delle starssss e vuole subito sperimentare.

Nella mia banalissima esperienza da cliente, so esattamente quali sono i tagli che mi donano una meravigliosa faccia da idiota. Quali non riesco a gestire. Quali mi fanno la cofana. Ma soprattutto quali non mi piacciono.

Bofonchio qualcosa, disarticolando a stento anche i vocaboli più semplici. Spesso di fianco a me ho qualcuno che armeggia con foto sul cellulare: illuse…

La paziente apprendista tira fuori il “libro dei tagli”. È tutto tempo sprecato, un inutile teatro che mette alla prova chiunque.

Sfoglio il libro. Non c’è nulla di ciò che avevo in mente. Le modelle sono delle gnocche stratosferiche e io sono lì, con la mantella di Batman addosso, le occhiaie e i capelli crespi.

“Mah, pensavo…”.

Medusa mi fissa standomi alle spalle. Sembra il boia, con le fobici che fanno già vapore, e il canino che spunta dalle labbra.

“Adesso ti faccio un taglio nuovo, l’hanno presentato alla fiera di BelliCapelliDuemilaNovanta. Vedrai! Sarai uno schianto”.

Cosa vuoi dirle?

Andar via?

Se è ispirata, è ispirata…

In quei momenti penso una cosa sola: ricresceranno in fretta.

Santocielo ci siamo.

Prende ciocche apparentemente a caso e inizia l’ecatombe.

Quando ha finito, ma la sua sete di accorcio ancora non si è placata, afferra le forbici finte. Quelle che sembra non taglino e invece sfoltiscono anche la foresta amazzonica.

In men che non si dica, sembro il bosso del mio giardino…

“Stai beniiiisssiiimoooo”.

Faccio una smorfia. La piega darà sicuramente ragione a lei, al mondo e all’universo tutto, ma io, dentro, sono morta un po’.

Un altro momento tragico è il colore.

Anche la tinta ha il suo mantello, plastificato, con sauna annessa.

Colpi di luce e dimagrimento.

“Che colore facciamo tesoro?”

Ho in mano un altro libro. Gigante. Cartonato. Ci son su appiccicati dei capelli arrotolati e brillanti. Sotto, numeri e parole tipo rouge charme, beauty blond, cherry dream…

Scavo nella memoria. Ecco, ora ricordo: CINQUE! Fammi il cinque!

“Ma nooo! Il cinque è un naturale, non si vedrà nulla, qui dobbiamo scaldare, rivitalizzare, drappeggiare!”

Dice una serie di cose incomprensibili che manderebbero in crisi anche un monaco buddhista. Poi, pervasa dal sacro spirito di Giotto, chiama l’aiutante, brandendo la ciotola e inizia:

“Metti cinque del due, otto di sette, un tappo di polvere, tre di zero e quattro di nove”.

Nel dubbio, appunto tutto e poi me li gioco. Non si sa mai.

Parte il mescolamento. Sembra la preparazione di una maionese fotonica. Nel frattempo vengo rubata ai miei pensieri dallo spalmamento del grasso di balena sin nelle orecchie. Operazione del tutto inutile perché dopo pochi minuti ho tinta anche nell’anima.

Le tecniche per rendere meraviglioso il nuovo colore sono infinite, e vanno dall’attesa classica, al cellophane stile ananas, al casco della Nasa che scalda.

In ogni caso, prego che nel salone non entri nessuno che mi conosca.

“Facciamo anche due colpi di luce?”.

L’inizio della fine.

Altre scelte, caldo o freddo, tonalizzazione, punte o strisce, degradé, shatush… Ho visto un pazzo in tv che usa un’innovativa tecnica con i palloncini ad elio.

La mia parrucchiera fortunatamente non ha così tanta malvagità in corpo.

Siamo alla piega.

“Li facciamo un po’ mossi? Diamo un po’ di movimento?”.

Mah…

Nemmeno il tempo di elaborare, che ho becchi e pinze ovunque e inizia la strigliatura.

A fine piega, se chiedo di non passare la piastra agli ioni di Marte divento lo zimbello del salone.

“Mettiamo le gocce di rugiada del Nilo? O preferisci l’olio rilucente maximum?”.

Ogni volta penso che, dannazione! ho i capelli puliti, quindi perché diavolo ci devo metter su mille cose?

È solo un pensiero. Ha già schiacciato la pipetta, sta sfregando le mani e inizia a spettinarmi.

“Testa in giù ragazza!” e avanti frizioni.

Tutto il suo bel lavoro, scompigliato in un secondo.

Tiro su la testa, come nella miglior pubblicità dello shampoo e lei gira la sedia rotante verso lo specchio:

“Oh! Ci voleva proprio!”.

Sì.

Sì sì.

Non sembro io, ma sì.

Mi ci vorrà un mese a farci l’occhio, ma .

“Allora, ti piace?”.

Medusa in azione. La fisso, di pietra.

“Tantissimo”.

Pago.

Esco.

Secondo me piove.

Vado a comprare un cappello vah.

Ma no. Sto benissimo.

E poi tanto, ricrescono.