PUNTUALMENTE, IN RITARDO.

Non so voi, ma io continuo a sentirmi indietro di qualche passo.

Da questo fermo amministrativo alla vita, da questi tre mesi assurdi, fatico a riprendermi.

Credo che il primo ritardo sia iniziato la prima settimana di lock down.

Giorno uno: esplosione della caffettiera. Per una come me, che il caffè lo inietta in vena circa novanta volte al giorno, è stata una frustata in faccia.

Nello scoprire che le caffettiere non sono bene primario e che quindi non avrei potuto acquistarne un’altra, ho provato qualunque tipo di surrogato: caffè solubile, orzo, terra del giardino.

Nulla di buono. Il caffè è caffè, punto.

Credo che il mio ritardo sia iniziato così, con l’astinenza da caffeina.

La gente cantava sui balconi alle 18, e io ancora stendevo i panni.

La vicina di buon mattino impastava le fettuccine e io cercavo il senso della giornata.

Il mondo dormiva, io ero sveglia.

Mentre tutti trovavano fantastiche occupazioni e gioivano per questa ritrovata felicità casalinga, io rincorrevo giorni sempre uguali in cui mi sentivo letteralmente in gabbia.

Credo che casa mia abbia a un certo punto assunto le sembianze della puntata sette di “sepolti vivi”.

Il mio “io” ordinato era ovviamente in ritardo e ha lasciato rapidamente il posto alla quindicenne ribelle che appoggia tutto dove capita e “ci penso dopo”.

Salvo poi svegliarmi compulsiva, una mattina qualunque, e riordinare tutto come Marie Kondo.

Ditemi che non sono la sola… per favore …

Il primo giorno in cui mi sono seriamente guardata allo specchio ho capito che le settimane stavano inesorabilmente passando.

Capelli bianchi in prima linea, il degrado reso donna.

Ve lo ricordate come si sta senza parrucchiera e senza estetista?

Alla prossima pandemia lo specifichiamo a Conte che sono un bene primario?

Che piuttosto ci faccia sparire il detersivo, ma lasci aperti i centri bellezza! O no?

Ve li ricordate i baffi sino alle ginocchia?

Le ascelle di Tarzan?

La cofana in testa?

Ecco…

Tutto questo insieme al ruolo di casalinga, alla tuta-pigiama permanente e alla didattica a distanza: fonte di esaurimento quotidiano.

La didattica a distanza … vogliamo parlarne?

Almeno due lezioni alla volta, un solo computer. Ed è subito discussione tra fratelli.

Passava una nuvola, morta la connessione.

Entravano nell’aula virtuale e dopo dieci minuti venivano espulsi non si sa perché.

L’adolescenza scorbutica ha toccato vette altissime.

Parliamo di “CLASSE VIVA”?

Era viva veramente, mi sembrava un luogo nuovo ogni giorno, con i compiti che si mescolavano in ordine sparso. Cercavo aprile, usciva marzo, cliccavo matematica e si apriva il link, che rimandava al video, che conteneva la password per il quiz, che andava inviato via mail. Santocielo che fatica!

Le password …

Ne avremo create una cinquantina di nuove. Il mio frigo era tappezzato di promemoria, ma tanto anche quelle si rimescolavano in completa autonomia.

Io odio le password. Da quel momento, ancora di più.

Le lezioni delle elementari?

Sentivo il buongiorno della maestra e poi partivano le voci di tutti i compagni di mio figlio CONTEMPORANEAMENTE : maestra guarda il mio gatto! Maestra mia mamma qui ti saluta! Maestra guarda questo braccio che mi prude! Maestra hai visto la mia maglia?

Dopo un’ora era la stessa nausea del post montagne russe.

A settembre rivoglio la scuola.

Fate cosa volete, io rivoglio la scuola VERA.

Non “viva”.

E sono pronta a incatenarmi in piazza come Sandra Milo, urlando Ciro! Ciro! Oddio la scuola di Ciro!

Giuro che lo faccio.

Il ritardo mi è rimasto addosso.

Non so voi ma io ho perso il ritmo. Hanno riaperto i bar e non riesco a ritrovare nemmeno il vecchio tempo della colazione.

Sto dando la colpa persino al traffico. Mi sembra peggiorato, come se la gente non sapesse più guidare.

A me le strade vuote non dispiacevano affatto…

Sarà la folla di persone in giro? Non vi pare che siamo più di prima?

Osservo ciò che mi succede intorno e mi sembra pure che ci si sia incattiviti un po’.

Quelli degli arcobaleni e delle canzoni sul balcone dove sono finiti? In vacanza?

Non lo so.

Avrò tempo per capire questo nuovo mondo e di riappaiarmi con il giusto tempo.

Forse.

L’unica cosa che spero non passi, almeno non del tutto, è questa strana veglia notturna. Perché tante notti vi ho osservati dormire, amori della mia vita, e ed è stato bellissimo.

Che poi forse è il senso di questo gigantesco singhiozzo temporale:

fermarsi, osservare, amare.

Dicesi: vita.

DONNE IN QUARANTENA

La situazione è questa: siamo all’inferno.

Quando sento Conte che parla di “lavori di prima necessità “ mi immagino la sua fidanzata che scuote la testa…

Ma vi rendete conto di come siamo messe?

Andrà tutto bene, cosa?

Il primo giorno in cui ci faranno uscire di casa dovremo indossare la tuta da palombaro e la maschera di Goldrake.

Vogliamo parlare di necessità?

I peli sulle gambe, i baffi e la ricrescita dei capelli a che punto del decreto li abbiamo messi?

Non ci sono Santocielo!

Perché questi son tutti uomini!

Non hanno idea!

La mia chat del negozio ha oramai una fornitissima galleria che arriva direttamente dalle grotte marine…

Lo capite che ci sono donne che si stanno depilando con lo scotch marrone per i pacchi?

Hanno le gambe che fanno concorrenza ai mariti!

I figli al mattino le chiamano “papà”!

Baffi ad altezza mento.

E i capelli?

Vogliamo fare cinque minuti di silenzio per le parrucchiere che ci ritroveranno con i capelli verdi?

Perché l’alternativa è fare la Juve con la chioma…

Io mi son fatta la tinta a casa e ho il lavandino del bagno da buttare, le braccia che sembro un dalmata e una maglietta in meno… che disastro!

Ma poi.

Tutto subito sì, certo, ritroviamo la famiglia, il calore della casa, i nostri cuccioli…

Io sto capendo seriamente le lotte femministe, dannazione.

Livello sguattera raggiunto e vinto.

Tutto è scandito dal cibo.

Cosa mangiamo?

Fai la spesa, prepara, cucina, apparecchia, mangia, sparecchia, lava i piatti, riordina, riponi, passa il pavimento e ricomincia da capo.

Ma che meraviglia!

L’adrenalina della giornata te la da la lavatrice. Sento gente che ha iniziato a parlarci con la lavatrice.

E poi le pulizie.

Abbiamo case che sembrano sale operatorie. Puliamo anche i soffitti. Scopriamo angoli che a gennaio non esistevano!

E le madri che parlavano dei loro figli adorati dove sono finite?

Hanno tutte l’espressione di Malefica.

Per inchiodare i ragazzi alla scrivania utilizziamo metà della dose giornaliera di minacce.

Il resto lo utilizziamo all’accensione del computer: collegamento con la scuola, scaricamento di file, scansione dei testi, invio via mail, fax alla bidella, esperienze virtuali, il tutto con almeno novanta trilli dalla chat di classe.

La chat di classe …

Ci siete dentro? Perché i genitori in queste settimane stanno danno il massimo! Siamo a livelli altissimi! Con scene isteriche fantastiche…

Io comunque sono giunta ad una conclusione assoluta: l’insegnante non l’avrei potuta fare nemmeno in un’altra dimensione.

Ma come fanno a sopportarli?

Sante maestre…

E i mariti?

I vostri mariti come stanno? Vedo i video online, son tutti con le occhiaie, un po’ curvi, la rassegnazione in faccia. Non avevano previsto un trapanamento di timpani così lungo … poveri …

Si stanno inventando qualunque riordino pur di sfuggirci. Sistemano il garage. La cantina. La soffitta. La cassetta degli attrezzi. Mettono in ordine alfabetico la libreria. Catalogano i CD. Scansionano le diapositive del 1976.

Qualunque cosa.

Qualunque cosa pur di non averci intorno.

Il primo giorno di libertà non so in che stato saremo.

Sicuramente splendide no … in forma no… rilassate nemmeno…

Ma sì, andrà tutto bene.

Stiamo chiuse in casa, che magari finisce prima.

Santocielo.

♥️

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA per donne disperate.

Donne!

Abbiamo 21 giorni da organizzare!

Ci vorrà molta pazienza.

Molta.

Molta.

Molta.

Per questo ho pensato di darvi alcuni spunti per arrivare al giorno 22 senza pendenze penali.

1 • Pettinarsi accuratamente i baffi. Estetiste chiuse, baffi ad altezza sterno. Debitamente acconciati, saranno piacevoli.

Tempo previsto : 30 minuti al giorno.

2 • Imparare a mettersi l’eye liner.

Prima di andare in ufficio è il peggior incubo, perché a metà opera sei nera anche sugli zigomi. Questione di esercizio. Obbiettivo raggiunto con : 1 ora al giorno.

3 • Mettersi lo smalto e riuscire finalmente a farlo asciugare.

Non hai scarpe da mettere, cappotti da infilare. Una volta lavati i piatti hai tutto il tempo necessario.

Tempo medio: 2 pomeriggi a settimana.

4 • Farti la maschera viso senza paura che qualcuno suoni alla porta.

Alleluia! nessuno vuole entrare in casa tua e puoi mascherarti come il Grinch in totale serenità.

Tempo previsto: 30 minuti, due volte a settimana.

5 • Districare i peli delle tue gambe con la spazzola del gatto.

Le piscine sono chiuse, stiamo in tuta da mattina a sera, crescita incolta, accarezzamento stile pet therapy. Una cosa è certa: tuo marito non sbufferà più per i continui appuntamenti al salone di bellezza.

Tempo consigliato: 1 ora al giorno.

6 • Trovare acconciature che camuffino la ricrescita dei capelli bianchi.

A disposizione su YouTube specifici tutorial di Moira Orfei.

Tempo previsto: 2 ore al giorno con pianto incluso.

7 • Togliere i punti neri a tuo figlio adolescente.

È talmente stordito dal non poter uscire, che sarà persino docile.

Sessioni consigliate: 2 a settimana da 30 minuti circa.

8 • Osservarsi attentamente allo specchio e scoprire che oltre ai baffi, sta spuntando la barba.

La sessione è in tre tempi.

Prima fase: 30 minuti di panico disperato. Seconda fase: corrompere l’estetista con sms minacciosi, foto con zoom e messaggi vocali, per altri 30 minuti. Terza fase: accettazione, rassegnazione e “tanto non mi vede nessuno”. Ripetere 5 volte per 20 minuti a giorni alterni.

9 • Piegare tutto, lavare tutto, stirare tutto, fare torte, marmellate e arrosti, parlare con la lavatrice, ballare col ferro da stiro, usare i mestoli come microfoni per cantare, leggere i dieci libri che hai comprato, imparare il russo, russare al pomeriggio.

A scelta, ogni giorno, due ore, mattina o pomeriggio.

10 • Spiegare con calma a tuo marito cosa volevi dire ogni singola volta in cui ti ha chiesto cos’hai? e tu hai risposto “niente”. Qui è necessario che lui abbia a disposizione un divano e acqua fresca per idratarsi, e tu uno spazio sufficiente per camminare avanti e indietro gesticolando. Mi baso sui tempi minimi, perché valuto l’energia che ti serve e le mezz’ore in cui lui si addormenterà.

Tempo medio previsto: otto giorni.

Ok.

Direi che è un’ottima partenza.

Calcolando che dobbiamo anche lavarci, mangiare e dormire, direi che questi 21 giorni voleranno.

Fatemi sapere.

CARTOLINE DAL SUD. Citofonare Desogus.

Cuneo, 1976.

Pettianu, Vriggiliu, Sraviu.

Per chi non sa il sardo: Sebastiano, Virgilio, Salvio.

Genero, suocero, cognato.

Sono insieme nella cantina di mio nonno.

Nonno aveva la mia età di oggi, eppure già sembrava vecchio.

Coppola in testa, pantaloni rammendati, maglioni lisi. Era ciò che potevano permettersi.

Due operai e un falegname. Nonno, per tirare avanti, riparava scarpe in una veranda gelida sino a notte.

Sfamavano tre famiglie e parecchi ragazzini.

Solo Virgilio, di figli ne aveva sette.

Le mogli rimediavano lavori a ore in casa. Quelle che oggi chiamiamo “le colf”, e che in quegli anni erano sguattere e basta.

Li vedete?

Nulla a che vedere con i quarantenni o i cinquantenni di oggi. Scuri, mal messi, mal vestiti. Non si vedono le scarpe e forse è meglio così.

Questa era l’immigrazione di quegli anni. Gente che veniva al Nord per trovare lavoro perché al paese si viveva di stenti e si urinava ancora in cortile.

Qui, invece, ogni palazzo aveva almeno un bagno ( comune) e si lavavano i panni ai lavatoi e non al fiume che gelava le mani.

Pullulavano lavori orrendi che nessuno voleva fare, ma che ceffi come questi tre accettavano ben volentieri.

La fatica non era un problema. La stanchezza nemmeno. Le mani sanguinanti erano quasi vanto.

Avevano un grande, grandissimo problema: gli mancava casa.

E il cordone ombelicale pulsava forte attraverso il cibo.

Mantenevano le le loro dannatissime abitudini: trovavano un allevatore, ammazzavano il maiale da soli e lo macellavano in casa.

Me lo ricordo.

Cuocevano e cucinavano per giorni, tutti insieme, in un caos infernale. Al banchetto si poteva unire chiunque. Ma alla fine di piemontesi nemmeno l’ombra.

Era difficile capirsi.

Il ritmo festaiolo sardo e quel modo di parlare, misto dialetto, dovevano essere cosa strana per l’impettito Nord.

Li sentivi discutere, questi sardi, e la loro carne era la più buona, e i loro dolci erano meravigliosi, e il pane è diverso, l’olio migliore. E il vino! Ma qui al nord bevono acqua, signori miei, bisogna farselo!

Ecco che si radunavano in cantina. Una volta da uno e una volta dall’altro. Tini e botti e bottiglie e avanti con la produzione.

A noi bambini davano la “saba”, un nettare dolcissimo e marmellatoso che avanzava dalle bucce e che poi la nonna infilava anche nei dolci.

Il vino lo assaggiavamo tutti, anche noi piccoli, tanto ci avevano allevato con il caffè e lo zucchero nel ciuccio e mille altre cose che oggi la pediatria avrebbe un collasso. Tutto faceva crescere.

Noi bambini, lerci ma felici, con i nonni poveri in canna, ma con addosso la collanina e gli orecchini d’oro da appena nati. Come gli zingari, dicono oggi.

E allora, dicevo, si chiudevano in cantina e bevevano e mangiavano.

Vedi? nel piatto ci sono le fave con le costine di maiale.

Cantavano. Si davano pacche sulla schiena. Fumavano mille sigarette di un trinciato che anneriva mezz’anima.

All’altra mezza ci pensava la fabbrica.

Non so in che stato risalissero in casa. Era gente che con una dormita risolveva tutto. Forse erano abituati, forse era buono il vino.

So che ci guarderebbero imbarazzati se oggi gli parlassimo dello Spritz.

Questi tre uomini rappresentano quello che una volta era il nemico vero, la forza lavoro da due soldi che viveva nel centro storico ancora pieno di prostitute, che accoglieva mille parenti che arrivavano per gli stessi motivi e la stessa disperazione, pronti a dormire in stanzini pieni di materassi a terra.

Lavoravano come muli e poi si chiudevano in casa e facevano festa, così, come in queste immagini. Nella bella stagione partivano armati di legna e facevano fuochi in qualunque prato e arrostivano di tutto con le radio con l’antenna a tutto volume.

Ascoltavano le loro canzoni e cantavano, alzando i bicchieri con le mani unte.

Erano genuini e grezzi. Chiusi nel loro mondo di ricordi e nelle loro speranze di tornare in paese.

Ti ricorda qualcuno?

Che io sappia, nessuno di loro è più tornato in Sardegna.

Si sono dapprima sposati tra loro, poi hanno iniziato a “mischiarsi”. La terza generazione ha perso tutti i cognomi.

Sono spariti gli accenti, le mono sopracciglia, la carnagione scura.

A guardarli bene, qualcosa rimane.

I sardi li riconosco dagli occhi: brillano. Pungono. Scrutano con dolce indecenza.

Li riconosco dal cuore. Sempre.

Nel 1976 facevano certamente una vita difficile, circondati da diffidenza e da dicerie di vario tipo.

Erano per tutti “i delinquenti dal coltello facile”.

Eppure, nel 1976 nessuno ha mai citofonato loro per chiedere se spacciavano. Se rubavano. Se erano dei poco di buono.

Nel 1976 il clima non era forse migliore, ma certamente più dignitoso.

Magari perché era l’unico Sud conosciuto.

O l’era della demenza non era ancora iniziata.

Chissà.

So che le radici vanno rispettate e ricordate. So che il sangue e il DNA si miscelano molto in fretta. So che nessuno, ma nessuno nessuno, può vantare pedigree di alcun tipo. So che la paura per il diverso non ha senso, e chi l’ha provata lo capisce bene.

So che dietro a queste facce, che ai tempi facevano paura, ci sono tre brave persone, che hanno portato

me

qui

oggi.

Con un computer davanti al naso e mille possibilità di capire il mondo.

Se non lo faccio, la cretina sono io.

Come chiunque decida di tapparsi gli occhi e ascoltare chi fomenta odio gratuito.

La cosa incredibile è che viviamo nel 2020.

Più di quarant’anni dopo e siamo quarant’anni indietro.

I REGALI DI MERDA

Diciamolo serenamente.
Ad ognuna di noi è capitato almeno una volta di ricevere un regalo di merda. Uno di quelli da ricordare sino in punto di morte, da raccontare alle amiche, da segnare con l’indelebile nella memoria come il momento in cui la nostra aspettativa era mille e la delusione è stata un milione.

Nessun uomo può dire lo stesso. Per i maschi, sia ben chiaro, l’argomento è totalmente oscuro. Infatti sono campioni mondiali di regali di merda : imbattibili.

Noi donne, ogni santo giorno dell’anno, aggiorniamo il taccuino mentale che abbiamo nel cervello. Basta che lui dica “ Sai, ho visto…” oppure “ Mi piacerebbe…” o anche “Potremmo comprare…” , che a noi scatta l’appunto preciso.
Ho amiche che annotano tutto su carta, anche se la maggior parte delle donne inserisce le informazioni nel cassetto del “non lo dimenticare mai”, che si trova proprio di fianco a quello delle discussioni

Grazie a questo meraviglioso meccanismo, gli uomini scartano gioiosamente i loro pacchetti e per un algoritmo a loro sconosciuto, pronunciano tutti la stessa frase: “ Proprio quello che volevo! Ma come facevi a saperlo?”.

In un attimo ci gonfiamo d’orgoglio, ci scatta l’applauso interno, parte il trenino, i fuochi d’artificio, ci stringiamo la mano, chiamiamo le amiche, via ai comunicati stampa! In una parola: la gioia!

Bene.
Questa strada, come dicevo, è però a senso unico. Gli stratagemmi ( e credo siano stati tentati tutti) sono assolutamente vani.

METODO CLASSICO
In giro, passeggiando, distrattamente “ Amore, possiamo dare un’occhiata alla vetrina delle borse? AVREI PROPRIO BISOGNO DI PRENDERNE UNA NUOVA”. Non ci siamo, troppo vago. Capirà che ve la volete comprare da sola, e così sarà.

METODO DEL RACCONTO METAFORICO
A cena, a pranzo, in auto, inizierete il racconto della vostra carissima amica che “ Pensa tesoro, era a passeggio con suo marito, si è fermata di fronte ad una vetrina, ha indicato una borsa che le piaceva tantissimo e lui le ha fatto una sorpresa e le ha regalato PROPRIO QUELLA!”. Inutile. Penserà che tanto la vostra amica è fortunata, quanto il marito è zerbino. Di speciale non ci vedrà proprio nulla. Le manovre a comando li urtano e questa tecnica, vi avviso, nasconde parecchie insidie. Il rischio che parta una discussione è elevatissimo e il metodo si rivelerà controproducente.

METODO DEL TELEFONO SENZA FILI
Ovvero il sussurro casuale. Lo spiffero arriva a madre, sorelle, amiche comuni con indicazioni casuali. “ Se PER CASO dovesse chiederti cosa voglio che mi regali, digli che in quel tal negozio ho visto la tal borsa in vetrina…”. Qui il rischio è ENORME. Se la persona delegata non è un ninja d’assalto come voi le indicazioni saranno vane. Avete presente un uomo in un negozio di borse? Per lui son tutte uguali. Arriverà a casa con “una borsa” ma non QUELLA, non di quel colore, genere e forma. Delusione tripla e cambio assicurato.

Personalmente ho adottato un metodo infallibile. Ho stilato e resa pubblica la mia lista dei regali di merda, così da escludere almeno una serie di facce di marmo. Se arrivano, vuol dire una cosa sola: mi odia.
Vale per qualunque ricorrenza e si aggiorna in continuazione.
Eccola.

10 – Le rose blu. Giuro che non esiste un’invenzione peggiore. Blu è il cielo. Gli occhi. Il mare. Le rose NO. Sono orrende. Petizione annessa per farle scomparire, insieme all’ombretto abbinato.

9 – L’abbonamento in palestra. Se ci voglio andare ci penso da sola. Facciamo che ci vai tu, pedalando veloce.

8 – Il super mega libro di cucina. Che è un po’ come dire “studia che puoi solo migliorare”. La prossima volta che ti invito a cena, ricordami che ho un impegno.

7 – Il maglione peruviano. La cuffia peruviana. La sciarpa di alpaca. I calzettoni di lana cotta. I guanti di sta cippa. Suoniamo il flauto di Pan un’altra volta, ok?

6 – I portachiavi tutti. Ma secondo te sono arrivata a quarant’anni senza un diavolo di portachiavi? O ha intorno una macchina , oppure evita pure.

5 – Le tue foto dal fotografo. Tu col gatto. Tu coi figli. Tu nel bosco. Tu appoggiato/a in qualche posto improbabile vestito/a come un casting di Vogue. Se volevo una tua foto te la facevo e la stampavo. Poi la incorniciavo e te la regalavo io. Per dire.

4 – Pigiami. Mutande. Canottiere. L’unica eccezione la posso fare per mia nonna, che se non me li regala mi preoccupo. Tu lascia stare.

3 – La compilation di merda del cantante defunto. Al pari di un paio di quelli vivi, tipo Gigi d’Alessio, Povia, Vasco Rossi o Ligabue.

2 – I libri di Fabio Volo. Niente da aggiungere. 

1 – Gli Angeli della Thun. Gli animali con problemi della Thun. Gli orecchini della Thun. Qualunque cosa a marchio Thun. Sono frutto dell’insonnia di una mente perversa. Facciamo tutti finta che ci piacciano, quando in realtà sono il vero regalo di merda. Il numero uno. Oltre a questo, puoi solo incartare un rutto. E buon Natale.

Fatela anche voi.
Appendetela al frigo, usatela come foto profilo o nelle storie di whatsapp. Fatene bandiera.
Per tutto il resto le soluzioni sono solo due: scartare, sorridere amorevolmente dicendo “Grazie è bellissimooo!”, ricordando lo sforzo titanico fatto da quel poveretto, e poi il giorno dopo, entrare nel dannato negozio per comprarvi la borsa.
Proprio quella.
Quella che vi piace da matti e che santocielo in vetrina soffre.

E tanti auguri.

DAMMI UN SENSO(RE)

Dobbiamo mettere il sensore al seggiolino, noi mamme che dimentichiamo i figli in auto.

Capita a tutte, anche ai papà, solo che quasi sempre il cervello si accende e non succede davvero.

Da oggi, se non si accende, ci pensa l’App e ti allerta lei.

Sarà il sensore giusto quello del seggiolino?

Perché oggi, io madre, avrei bisogno del sensore del malditesta. Mi serve l’App che mi dica piantala! e prendi una pastiglia. Perché sopporti?

Ne vorrei forse uno generico. Titolo dell’App dedicata: malattia. Dovrebbe dirmi fermati! stai a casa, metti la tuta, lanciati sul divano e dormi. Invece no, vado a lavorare lo stesso.

Vorrei il sensore del cibo. Che controlli quando digiuno perché non ho tempo, perché sono arrabbiata, perché la giornata è storta. Che suoni due volte quando apro il frigo e mangio anche i ripiani in vetro perché al diavolo la dieta e vaffanculo al capo.

Vorrei un campanello per lo stress. Livello limite, pericolo, stai lontana dai coltelli.

Vorrei il sensore del sorriso che si connetta direttamente allo specchio, per ricordarmi che quando lo indosso sono più bella.

Vorrei essere avvisata che è ora di far la spesa prima che sia ora di cena, per non impazzire ad inventare qualcosa.

Inventate per me ad un’applicazione per gli incastri, che mi dica dove passare con l’auto per essere contemporaneamente a scuola, in ufficio e in riunione.

Che mi ricordi di ricordarmi di me, dei miei capelli, dei miei vestiti, dello smalto, del mio corpo. Perché non sono come l’auto che col lavaggio super in cinque minuti è nuova. Ho bisogno di tempo. E lo dedico tutto agli altri.

Suona per favore il giorno della recita, proprio a Natale, mentre il lavoro mi succhia l’anima e arrivo sicuramente in ritardo.

Allertami in caso di malinconia acuta. Capita spesso, e in quei momenti non vedo e non sento nessuno. Forse nemmeno una tromba nell’orecchio.

Suona forte ogni volta che trattengo le lacrime perché tra un milione di cose che faccio, ne sbaglio una e crolla il mondo. Voglio l’App del pianto libero.

Ma anche del sonno duro. Senza sogni. Senza sveglia. Senza chiamate notturne. Senza pensieri fissi.

Inventatemi il sensore mamma di merda. Quando esagero parta pure una scossetta nella chiappa, così rassodo anche il sedere, che per la palestra non ho tempo.

Voglio il sensore della terza mano. Se faccio troppe cose tutte insieme sino a desiderare di aver anche la quarta, scatti una sonora risata. La sentano anche i vicini, così mi do una calmata subito.

Vorrei il sensore pazienza. È complicato perché deve funzionare sia quando ne sto mettendo troppa, sia quando la perdo in fretta.

E per la sopravvivenza di tutti i giorni, chiedo il sensore per gli stronzi, quello per i bugiardi, e quello per i razzisti. Che sia una sirena da stadio, così che non mi ci avvicini oltre la distanza di sicurezza.

Tagliamo la testa al toro. Inventiamo il sensore stanchezza. Deve suonare fortissimo e fermare questo mondo matto.

Che per dare un senso alla dimenticanza mostruosa di madri e padri che vivono dentro a frullatori, viene messo in un seggiolino.

E ci pensa l’App del telefono.

Quel telefono che ora lancerei dalla finestra, insieme alle settemilacose che ho ancora da fare.

E fuori è buio da un po’.

Stefania vs Parrucchiera.

Avete presente Medusa? La figura mitologica che pietrificava chiunque la guardasse?

Ecco.

Io credo che gli antichi greci avessero pensato alle parrucchiere per inventarsela.

Una volta a settimana dedico un’ora del mio incasinatissimo tempo per recarmi dalla domatrice ufficiale dei miei capelli.

È matematico.

Se nasci con i capelli ricci vai a farteli stirare. Se nasci con gli spaghetti in testa ricerchi ogni pozione magica che te li arricci.

Beate noi donne! Mai contente …

Personalmente appartengo alla categoria “ testa a scopa di saggina”.

In sostanza, se avessi tempo e voglia, potrei far rinascere in qualche modo i miei ricci naturali. Ma poiché la sola vista di una spazzola in casa mi crea ulcera, mi rivolgo a chi pazientemente sa renderli magicamente setosi.

Se non facessi così, sembrerei probabilmente Tina Turner appena sveglia,

dopo un bagno turco,

in una giornata di pioggia tropicale.

Una favola, insomma.

Bene.

Ogni volta che varco il tempio del bigodino con fare baldanzoso, la mia curatrice d’immagine mi sorride e …

“Buongiorno! Allora… cosa facciamo oggi?”.

Per dovuta educazione, la guardo negli occhi e sorrido, ma ZAC! Medusa è in azione : sono di pietra.

Ora ditemi.

Voi, in quel dannato salone, valete qualcosa? La vostra opinione conta? Riuscite a decidere le vostre sorti capellifere?

No, io no. Da mai.

Partiamo dal taglio.

“Quanto vuoi tagliare caraaaa?”.

Lo chiede, ma le importa poco.

Ha già tutto in mente. Perché ha fatto il corso dal guru delle starssss e vuole subito sperimentare.

Nella mia banalissima esperienza da cliente, so esattamente quali sono i tagli che mi donano una meravigliosa faccia da idiota. Quali non riesco a gestire. Quali mi fanno la cofana. Ma soprattutto quali non mi piacciono.

Bofonchio qualcosa, disarticolando a stento anche i vocaboli più semplici. Spesso di fianco a me ho qualcuno che armeggia con foto sul cellulare: illuse…

La paziente apprendista tira fuori il “libro dei tagli”. È tutto tempo sprecato, un inutile teatro che mette alla prova chiunque.

Sfoglio il libro. Non c’è nulla di ciò che avevo in mente. Le modelle sono delle gnocche stratosferiche e io sono lì, con la mantella di Batman addosso, le occhiaie e i capelli crespi.

“Mah, pensavo…”.

Medusa mi fissa standomi alle spalle. Sembra il boia, con le fobici che fanno già vapore, e il canino che spunta dalle labbra.

“Adesso ti faccio un taglio nuovo, l’hanno presentato alla fiera di BelliCapelliDuemilaNovanta. Vedrai! Sarai uno schianto”.

Cosa vuoi dirle?

Andar via?

Se è ispirata, è ispirata…

In quei momenti penso una cosa sola: ricresceranno in fretta.

Santocielo ci siamo.

Prende ciocche apparentemente a caso e inizia l’ecatombe.

Quando ha finito, ma la sua sete di accorcio ancora non si è placata, afferra le forbici finte. Quelle che sembra non taglino e invece sfoltiscono anche la foresta amazzonica.

In men che non si dica, sembro il bosso del mio giardino…

“Stai beniiiisssiiimoooo”.

Faccio una smorfia. La piega darà sicuramente ragione a lei, al mondo e all’universo tutto, ma io, dentro, sono morta un po’.

Un altro momento tragico è il colore.

Anche la tinta ha il suo mantello, plastificato, con sauna annessa.

Colpi di luce e dimagrimento.

“Che colore facciamo tesoro?”

Ho in mano un altro libro. Gigante. Cartonato. Ci son su appiccicati dei capelli arrotolati e brillanti. Sotto, numeri e parole tipo rouge charme, beauty blond, cherry dream…

Scavo nella memoria. Ecco, ora ricordo: CINQUE! Fammi il cinque!

“Ma nooo! Il cinque è un naturale, non si vedrà nulla, qui dobbiamo scaldare, rivitalizzare, drappeggiare!”

Dice una serie di cose incomprensibili che manderebbero in crisi anche un monaco buddhista. Poi, pervasa dal sacro spirito di Giotto, chiama l’aiutante, brandendo la ciotola e inizia:

“Metti cinque del due, otto di sette, un tappo di polvere, tre di zero e quattro di nove”.

Nel dubbio, appunto tutto e poi me li gioco. Non si sa mai.

Parte il mescolamento. Sembra la preparazione di una maionese fotonica. Nel frattempo vengo rubata ai miei pensieri dallo spalmamento del grasso di balena sin nelle orecchie. Operazione del tutto inutile perché dopo pochi minuti ho tinta anche nell’anima.

Le tecniche per rendere meraviglioso il nuovo colore sono infinite, e vanno dall’attesa classica, al cellophane stile ananas, al casco della Nasa che scalda.

In ogni caso, prego che nel salone non entri nessuno che mi conosca.

“Facciamo anche due colpi di luce?”.

L’inizio della fine.

Altre scelte, caldo o freddo, tonalizzazione, punte o strisce, degradé, shatush… Ho visto un pazzo in tv che usa un’innovativa tecnica con i palloncini ad elio.

La mia parrucchiera fortunatamente non ha così tanta malvagità in corpo.

Siamo alla piega.

“Li facciamo un po’ mossi? Diamo un po’ di movimento?”.

Mah…

Nemmeno il tempo di elaborare, che ho becchi e pinze ovunque e inizia la strigliatura.

A fine piega, se chiedo di non passare la piastra agli ioni di Marte divento lo zimbello del salone.

“Mettiamo le gocce di rugiada del Nilo? O preferisci l’olio rilucente maximum?”.

Ogni volta penso che, dannazione! ho i capelli puliti, quindi perché diavolo ci devo metter su mille cose?

È solo un pensiero. Ha già schiacciato la pipetta, sta sfregando le mani e inizia a spettinarmi.

“Testa in giù ragazza!” e avanti frizioni.

Tutto il suo bel lavoro, scompigliato in un secondo.

Tiro su la testa, come nella miglior pubblicità dello shampoo e lei gira la sedia rotante verso lo specchio:

“Oh! Ci voleva proprio!”.

Sì.

Sì sì.

Non sembro io, ma sì.

Mi ci vorrà un mese a farci l’occhio, ma .

“Allora, ti piace?”.

Medusa in azione. La fisso, di pietra.

“Tantissimo”.

Pago.

Esco.

Secondo me piove.

Vado a comprare un cappello vah.

Ma no. Sto benissimo.

E poi tanto, ricrescono.

IL MATERIALE SCOLASTICO. La tredicesima fatica di Ercole.

Si aggirano come zombies.

Sono il nuovo popolo dei supermercati, li avete visti?

Sono normalmente solitari, talvolta hanno un bambino saltellante aggrappato alle ginocchia e vagano nella nuova, nuovissima, sezione dedicata dell’Iper, quella coi cestoni di metallo e gli scaffali improvvisati.

Sopra le loro teste, in questa Silicon Valley creata ad hoc per far perdere loro il senno, campeggia la scritta “reparto scuola”.

Occhi iniettati di sangue, disperazione in volto, la faccia di chi non ha la minima idea di cosa stia per succedere al totale dello scontrino, e in mano un foglio A4 già sgualcito che riporta la scritta “materiale scolastico”.

Tra loro, ovviamente, deambulo anche io.

Ci siamo.

Mancano pochi giorni al capodanno genitoriale, al giorno X in cui le famiglie possono ricominciare la loro vita ordinata di incastri a tetris, alla mattina in cui saluti tuo figlio e sai che per cinque ore potrai dedicarti serenamente alla tua attività preferita: lavorare.

Riparte la scuola.

Se i ragazzi hanno già installato l’App del conto alla rovescia per le vacanze di Natale ( dice mio figlio che mancano centoquattrordici giorni), noi consultiamo la pagina on line del nostro plesso solare della libertà, controllando che davvero il nove settembre le maestre mantengano la promessa e si acchiappino i nostri abbronzatissimi figli.

Ma c’è un prezzo da pagare.

E non parlo dei compiti, perché per quelli si urla sino al giorno prima.

Parlo della lista.

La lista del delirio più totale su cui ancor oggi mi interrogo profondamente.

Quando andavo a scuola io e di fianco a me sedevano i dinosauri, ci si presentava il primo giorno con grembiule inamidato, un quaderno a quadretti, uno a righe, portapenne con penna matita colori, merenda per l’intervallo e stop.

La maestra accoglieva tutti con gran sorrisi e la mattinata scorreva con degno cazzeggio e racconti del mare.

Oggi no.

Oggi al primo giorno di scuola di tuo figlio ci devi arrivare con il borsone dell’Ikea, zeppo di cose incredibili. Trascini te stessa, il sacco, il trolley, il figlio e la cartella su per le scale e sgomitando in un fiume di famiglie con lo stesso problema, raggiungi l’aula. Ad attenderti ci sono almeno tre maestre pronte alla loro giornata da magazziniere esperte, per smistare, catalogare e incasellare tutta la mole di carta in arrivo.

Per prepararti al faticoso momento, la scuola ti mette nella condizione di avere una settimana di tempo per prendere la laurea in cartoleria. Cambia la moneta corrente, e la spesa di inizio anno si può eccezionalmente pagare in organi ( il più utilizzato è il rene) o in dobloni d’oro.

Ditemi. Quanto avete speso?

Perché le cifre sono da capogiro.

La lista del materiale scolastico è un dissanguamento uguale per tutti, anche perché in alcuni casi la perversione eccentrica raggiunge vette altissime, soprattutto in materia di copertine per i quaderni. Ogni materia ha il suo quaderno, che a sua volta porta copertina dedicata, quadretto specifico, margini o non margini, grammatura della carta, marca del produttore.

L’esaurimento nervoso è alle porte.

Il foglio della perdizione recita più o meno così :

Ai genitori degli alunni delle classi XYZ SCUOLA PINCOPALLO

ANNO SCOLASTICO 2019/2020 ELENCO MATERIALE :

  • Astuccio contenente: 2 matite da disegno FABER CASTELL A SEZIONE TRIANGOLARE, gomma morbida, temperino con serbatoio, matite colorate, pennarelli a punta fine, colla stick grande, forbici dalla punta arrotondata (tutto etichettato).
  • Sacchetto igienico di stoffa con nome in stampato maiuscolo contenente: asciugamano, spazzolino, dentifricio, bicchiere, fazzoletti di carta, salviettine igieniche umidificate.
  • Sacchetto di stoffa con un cambio completo con il nome.
  • Scarpe da ginnastica con velcro in un sacchetto di stoffa con il nome.
  • Carta igienica (solo 2 rotoli) e un sapone liquido.
  • Un raccoglitore ad anelli con 25 bustine cristal di buona qualità.
  • Grembiule (attendere la prima assemblea di classe con indicazioni dei docenti).
  • 1 foto formato tessera per documento d’identità che servirà per le uscite didattiche.
  • 6 quadernoni a quadretti 0,5 cm con margine, con pagine spesse (100 grammi), copertine già messe sui quaderni con colori blu, verde, arancione, bianco, celeste, fucsia con nome scritto in stampatello maiuscolo sull’etichetta
  • 6 quadernoni a righe di quinta con margini, con pagine spesse (100 grammi), copertina già messa su uno dei quaderni con colore gialla, l’altro (di riserva) senza copertina con nome scritto in stampatello maiuscolo sull’etichetta.
  • 1 quadernino piccolo a quadretti 0,5 con copertina nera.
  • 1 cartellina rigida con elastico.
  • 1 contenitore busta trasparente con bottone per verifiche.
  • 1 raccoglitore a buste fisse con copertina morbida.

TUTTO IL MATERIALE SCOLASTICO, ETICHETTATO CON NOME SCRITTO IN STAMPATELLO MAIUSCOLO, VA PORTATO IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA. NEL CASO IN CUI NON SI AVESSE TUTTO INSERIRE NELLO ZAINO (NORMALE O TROLLEY) L’ASTUCCIO, IL QUADERNO CON COPERTINA GIALLA E QUELLO CON COPERTINA BLU.

Non so voi, ma io ogni anno sono in crisi al primo paragrafo.

Quando arrivo alla sezione quaderni ho già chiamato lo psicologo.

Quadretti di prima, di terza, di ottava, giro mezz’ora finché trovo il formato giusto e poi mi accorgo che non ci sono i dannati margini e riparto da capo. La dicitura “carta spessa” poi. Chiedo alla madre che ho vicino. Secondo lei è spessa? Lei apre, sfoglia, tocca, palpa e poi “mmm, dipende “. Ma dipende da cosa? Dall’albero di provenienza?

Per non sbagliare compro i Pigna100, che sono fatti probabilmente in foglia d’oro e costano otto euro l’uno.

L’ultima crociata, una volta che hai decifrato il Codice da Vinci che hai per le mani è la cartella.

Cartella … sembra facile.

Intanto capire se prendere zaino, trolley, rotelle, ma poi quale?!? Avengers, eroi, Star Wars, Frozen, Winx, Invicta, Seven, Eastpak, Vans… ho voglia di vomitare … ma qualcosa di normo banalissimo no?

E il prezzo? Vogliamo parlare del prezzo? La cartella di scuola costa quanto una cena deluxe da Cracco.

Controllo la lista.

Mi pare di aver preso tutto. Anche perché il carrello è pieno.

Manca solo una cosa, che poi era quella che ai miei tempi gasava di più: il diario.

Quello lo fornisce la scuola. È obbligatorio e costerà circa otto euro. Praticamente come un quaderno Pigna100. Quindi conviene …

Ah, e i libri. Novanta volumi per i quali la natura ci ha fornito il secondo rene.

Otto giorni e via.

Dai che è quasi fatta.

Ci si vede lunedì prossimo al bar, 8.30 puntuali e sacco Ikea vuoto piegato sotto il braccio.

Ciao maestre! Vi voglio bene ♥️

LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

Quando la Volpe non arriva a D’Uva. Assorbenti: la storia che quest’uomo non conosce …

Qualcuno mi spieghi con quale preparazione tecnica un uomo possa parlare di mestruazioni ed assorbenti.

Personalmente l’università della vita mi ha laureata in ciclo mestruale alla tenera età di dieci anni.

Tanto per capirci, ero così piccola che mia madre per festeggiare l’evento mi regalò la bambola dei miei sogni.

L’avevo chiamata Prissi, come la cameriera svampita di Rossella O’Hara in Via col Vento. Credo che uno psichiatra avrebbe già parecchio lavoro su come ho elaborato l’inizio della mia età “femmina”.

Ebbene.

Insieme a Prissi, venni dotata di tutto il necessario per affrontare il delicato momento.

Asciugamano personale da bidet a cui mancava solo la lettera scarlatta, kit di detergenti che l’odore di menta arrivava sino in cortile e, ovviamente, assorbenti.

Ma attenzione!

Non gli assorbenti che possiamo immaginare oggi.

No …

Erano dei transatlantici. Dei paracadute ripiegati in otto. Una specie di cuscino da portare tra le gambe nella vana speranza che non si spostasse di traverso. Si inzuppavano come la spugna dei piatti e profumavano di obitorio.

Ricordo la gioia di mamma quando portò a casa la prima confezione di pannolini ( sì perché li chiamavamo così nella preistoria, i PANNOLINI) con le strisce adesive. Li attaccavi alle mutande da ciclo, che avevano il fondo cerato per farti trasudare anche l’anima, e permettevano ai sei litri di produzione di stare al loro posto.

L’avvento delle cosiddette ali è stata una sorta di giubileo.

Lo spessore era invariato, ancor sempre quella sensazione di bistecca alla fiorentina nei pantaloni, ma insomma! si volavaaaa!

Erano i primi abbozzi di modernità e la colla di ali e tutt’e cose miste allo sfregamento di coscia rendevano i cambi una missione zen. L’assorbente andava sradicato perché le ali si appiccicavano insieme, nel frattempo dovevi aprire la busta da supermercato che conteneva quello nuovo, levare gli adesivi protettivi, avviluppare i brandelli del vecchio nella busta nuova, appiccicare la bistecca pulita alle mutande nel miglior modo possibile e centrare il cestino a opera finita.

Finalmente, l’avvento dei Tampax. Al signor assorbente interno io vorrei dedicare una strada in ogni città.

Solo chi ha la mia età o più può capire la svolta epocale che questo tizio ci ha mensilmente regalato. Era un osteopata, che si era certamente stufato di curare la schiena della moglie china a cambiarsi i pannolini. Ci aveva visto lungo negli anni ’30, ma a casa nostra purtroppo sono arrivati ben dopo.

Ho seguito con passione in questi anni tutte le diatribe sul perché e sul per come siano da evitare. E vi giuro appoggio qualunque tesi, ma la comodità, abbiate pazienza, è tale da farmeli amare ancora oggi.

A onor di cronaca ho sperimentato pure la famigerata coppetta.

“Che misura?”. Santocielo!

“Quanto ciclo?” Ma che ne so!

Già l’acquisto è stato complicato. Che poi, non me ne vogliano le assidue coppettare, ma per me è un aggeggio infernale.

E l’ho deciso il giorno in cui, in bilico sulla tazza, con precario equilibrio da mutanda al ginocchio in tensione verso il lavandino per il risciacquo, mi è caduta in terra.

La coppetta.

Piena.

Che casca nel mezzo del bagno.

Ed io ero lì, ad osservare la scena da Pulp Fiction, a chiedermi da che parte iniziare a ripulire la scena del crimine.

Perché ovviamente

non ero

nel mio

bagno!

Quindi, caro il mio Signor D’Uva, lei può davvero capire?

Credo di no. Soprattutto perché in alternativa alla coppetta del diablo, mi propone gli assorbenti lavabili. Ma ci siamo?

Vai in bagno, leva il canovaccio della nonna e la cerata matrimoniale dalle mutande, appoggia il tutto non so dove, apri lo zaino per farti una doccia a secco perché chissà in che stato sei, prendi il canovaccio pulito, piegalo a dovere, rimpacchettati fino al collo e poi? Lo sporco lo laviamo sul posto? Ci portiamo dietro un sapone di Marsiglia tascabile? Facciamo il bucato nel cesso del ristorante e poi continuiamo la cena?

Avete idea della coda in bagno? Che già in quello delle donne normalmente sembra di essere in tangenziale nell’ora di punta, se ancora dobbiamo fare i lavaggi a mano entriamo in menopausa dirette.

Ma tipo. Lo inventiamo un Tampax ecologico? Un assorbente che vada nell’umido e amen? Praticità e ecologia? O davvero sarà meglio che le donne tornino al fiume a lavare i panni sporchi?

Facciamo un esperimento. Dotiamo il Ministro di ciclo per sei mesi, dolori e crampi annessi, lui prova tutti i sistemi possibili e poi ci dice come va.

Ah! No.

È maschio… E queste gioie non le avrà mai. Facciamo che cambia argomenti ?

Una cosa ancora.

Penso che in una famiglia come la mia, con quattro donne a ciclo continuo, una minor tassazione sugli assorbenti avrebbe sicuramente giovato, e magari i Tampax sarebbero arrivati prima. Chissà …

♥️