SIGLA ! 

Finisce l’anno e due cose devo assolutamente fissarle qui nel mio diario.

I bambini stanno bene. Questa è la cosa davvero importante. 
Vista l’ancor tenera età, continuano ad ammirarmi, ne sono felice. 

Sono fuori dalle chat di classe. Da quella di danza non ancora, ma rientra negli obiettivi prossimi. 

Ho eliminato tutte le persone negative che avevo intorno. Non ho ucciso nessuno, tranquilli. Solo la selezione si è fatta serrata.

Il lavoro non è mancato. Sono arrivata dove volevo arrivare, e l’entusiasmo ancora non molla. 

Ho scoperto che il mio babbo non è un supereroe. Si ammala pure lui, ma è così figo che guarisce.

Annata a TV zero o quasi. Molta lettura. Moltissima scrittura. Tre diari zeppi e mille mila appunti. Fighissimo.

Ho riso e sorriso. Di nuovo. Finalmente.

La convivenza con mia sorella ha retto. Nessun ferito. Tanta pazienza per entrambe, ma davvero un bel ritrovarsi. Grazie Michela! 

Avevo una sessantina di progetti. Punto sempre in alto, che vizio… Ne ho realizzati cinque direi. Meravigliosi. Sono felice. Gli altri, all’anno prossimo. 

Amici pochi ma solidi, hanno camminato al mio fianco imperterriti. Questione di qualità. Assoluta. Vi voglio bene. 

Il cuore pulsa. In un meraviglioso e prezioso privato. 

Ho ben sfruttato il tempo e trovato grandi margini di miglioramento. Posso fare ancora tanto. 

Ci ho messo impegno. In tante cose. Mi è piaciuto e vorrei continuare a farlo. 

Caro 2016, grazie.

Sei stato un anno rivoluzionario. Devo ammetterlo. 

Avanti tutta.

SIGLA! 

IO. LA PATENTE. L’ALTRO GIORNO. 

La scuola guida mi ha scritto per ricordarmi della mia patente in scadenza.Non avrei mai detto che fossero passati dieci anni dallo scorso rinnovo. Ma nemmeno che ne fossero trascorsi venti dall’esame di guida. 

Ho un po’ questo vizio di dire sempre ” l’altro giorno”. L’altro giorno sono andata lì. L’altro giorno ho incontrato tizia. L’altro giorno ho fatto quello. È sempre e solo qualche giorno prima, mentre in realtà è già magari un mese, e così a forza di fare passano gli anni e non me ne accorgo. 

Ho chiamato la segretaria dell’autoscuola e le ho detto : ” Devo rinnovare la patente, anche se l’ho appena presa l’altro giorno. Ha riso. 

Ho avuto la dimensione del tempo trascorso quando mi ha chiesto se avevo ancora la patente vecchia. Ho la mia! le ho detto, la solita! Quel lenzuolo molle con mille bollini, da cui, sia chiaro, non intendo separarmi. E su questo mi ha tranquillizzata subito dicendo che mi darà la ” patente nuova”, il tesserino moderno, lasciandomi il nostalgico ricordo del cimelio che oramai possediamo solo più io e i dinosauri. 

Nello studio del fotografo, per fare due dannate foto tessere, è stato un delirio. Le foto tessere sono sono le immagini più inclementi che esistano. E farle, oggi, è stata un’impresa. 

“Pensi a qualcosa di bello e sorrida, ma solo con gli occhi . Eh? 

“Di più…di più …”. Click.

Scusi, signor fotografo, posso vederle? Perché ora le tue foto segnaletiche le puoi visionare subito. Orrenda. Lo sfondo bianco, la smorfia da scomodità per lo sgabello per pigmei e due fari puntati che sembrava uno stadio. Al terzo tentativo ho desistito. 

Vent’anni fa ho fatto la stessa identica scena. 

La differenza è che guardando oggi quella foto mi rendo conto di averla disprezzata troppo. Gli occhi sorridevano senza comando e il viso era bello senza raggi fotonici puntati addosso. Mi vedevo la faccia a luna ( ma sì, in effetti l’avevo) e un’espressione un po’ idiota … tipo quella di stamattina. Nell’insieme non ero male. Insomma… Ero andata persino a farmi la piega ai capelli, lo dimostra il fatto che fossero dritti a piombo. Lunghi, corvini e lucidi. Li avevo poi tagliati cortissimi poco tempo dopo, per partire sola per la prima volta, direzione Marocco. 

Che anni che sono stati quelli! 

Studiavo, lavoravo la sera nei locali, dormivo pochissimo. Anche adesso dormo poco, ma perché il tempo del giorno non mi basta e mi metto a fare mille cose tardi. Solo che ora si vede che non dormo, mentre vent’anni fa nemmeno serviva il trucco. 

Sul mio papiro storico ci sono quattro bollini che testimoniano la transumanza di questi anni. Era un traslocare senza problemi, con entusiasmo, perché andavo in una casa nuova che mi piaceva più della vecchia. Dovessi farlo oggi avrei bisogno dello psicologo, anche solo per affrontare la mole di cose accumulate, mie e dei bambini. 

Nella vecchia foto sorridevo. Mi si vedono i denti ancora storti, pre apparecchio. In quelle di oggi non si può più sorridere ( mannaggia!) e come dice il fotografo, possono farlo solo gli occhi. 

Ecco. Quelli sono rimasti immutati nel tempo. E guardano il mondo sempre allo stesso modo, un po’ da lontano. Per gli occhi non sono passati vent’anni. 

Anche perché in effetti, era l’altro giorno

Tra parentesi. 

Ho fatto l’esame della vista : DODICIDECIMI !!! Vedi che non è passato tutto questo tempo? 

” Per l’età che ha è un gran risultato!”. … mmm… grazie dottoressa… 

EMOTIONAL ADVICE 2 $

Metropolitana di New York. La domenica, Ciro Ortiz, undici anni, porta con se un tavolino e due sedie. 

Davanti a lui un cartello con su scritto : Emotional Advice ( consigli emozionali) 2 $.

Figlio di una poetessa e di un direttore di marketing di organizzazioni no profit, spiega che lo fa per rendersi utile agli altri dopo aver subìto bullismo a scuola. 

In breve tempo diventa ovviamente un piccolo fenomeno, anche perché le sue risposte sembrano convincere e tranquillizzare gli avventori.

Ma che gli chiedono gli adulti? 

Un po’ di tutto. Dai consigli amorosi a quelli sul lavoro. 

Ciro risponde con la semplicità e la schiettezza di un undicenne, senza grilli in testa. Il suo è un esperimento momentaneo, nei suoi progetti c’è il diventare un programmatore.

Mi ha incuriosita leggere le impressioni delle persone che si siedono al tavolino. 

Fare una domanda a un ragazzino e attendere la risposta, per poi ritrovarsi a dire che le parole di Ciro sono state illuminanti. 

L’undicenne ha fatto centro. 

Siamo così pieni di insicurezze, di dubbi, di tormenti a volte autoinflitti, che cerchiamo soluzioni ovunque. E ci stupiamo quando la risposta di un piccolo uomo, probabilmente la più semplice e cristallina, ci apre gli occhi. 

Si è persa l’abitudine all’ascolto. Si urla, si aggredisce, si abbaia. Lo si vede ovunque. Guidi in mezzo a gente che si sgola dentro la sua macchina. Fai la fila e si litiga. Si inveisce per qualunque cosa, specie da quando il confronto è sempre più virtuale e sempre meno umano

Non si è più capaci di dialogare, molto spesso con le persone che rappresentano i nostri affetti. Lo vediamo tutti in questi giorni. È quasi Natale, e discussioni familiari e vecchi attriti vanno a braccetto con gli antipasti di pranzi faraonici. 

Mi trovo in questo momento a pensare proprio a questo. Perché siamo ridotti così ? Perché ogni parola deve immediatamente irritare, alterare, creare rancori ? Di cosa dobbiamo sfogarci? Che delusioni abbiamo dentro? 

Il motivo è un vero motivo, o si ha solo paura di un gran nodo da sciogliere ?

Non è sicuramente un momento facile per nessuno. Ma è pur vero che lo affrontiamo urlando.

Urliamo tutto. Urliamo per la politica, ci gonfiamo di presunzione pensando di conoscere ogni cosa, sposiamo cause a suon di insulti, calpestiamo ancora tanto. Poi a volte scopriamo che al mondo succede qualcosa di terribile, e puliamo la coscienza condividendo un pensiero di fratellanza, scriviamo un “amen” sotto un post e stiamo meglio ” pensando “ di partecipare a un dolore. 

Ecco allora che ci serve un ragazzino. Per rimetterci i piedi per terra. Cinque minuti e due dollari per il verdetto. Candido e vero .

” Gli ho detto che non mi do pace perché mia moglie è diventata vegana, e io proprio non lo concepisco. Mi ha risposto che ognuno deve poter mangiare cosa vuole”.

Potere ai piccoli !

Non mi metterei a quel tavolo. Non per presunzione, sia chiaro, avrei sicuramente qualcosa da dire. Ma la mia strada, fatta anche di gran curve e molto buio, può procedere senza bisogno di un consiglio emozionale. Forse vorrei, ogni tanto, ritrovarmi undicenne a guardare la mia vita oggi. Da inguaribile visionaria, masticatrice di sogni, credo che sorriderei. 

“La paura che più hanno gli adulti è quella del cambiamento”, dice Ciro. Prova a spiegarglielo che si può, e che può essere meglio. Gli adulti cercano speranze? Forse quelle che hanno perso crescendo. 

Bravo Ragazzo. Se ti avessi davanti a me ti darei una carezza.

Si può fare del bello. Sempre.

Magari iniziando col sedersi al nostro personale tavolino, a riflettere. In silenzio

VUOI UN FIGLIO DI SUCCESSO?

La psicologa Julie Lithcott-Haims ha presentato la sua ricerca alle Ted Conference, conferenze targate USA per diffondere idee innovative nel mondo. Ha stilato i dodici comportamenti e le qualità che accomunano i genitori che vogliono ( e a quanto pare ottengono) figli in grado di diventare adulti di successo

Mi son detta : sono in tempo a impararli a memoria! 

Eccoli, dunque.

PRIMO COMANDAMENTO 

Fargli fare i lavori di casa. Dice Julie che se gli laviamo i piatti loro impareranno che qualcuno lo farà comunque per loro ( già temo crisi nella mamma italiana). I miei figli riordinano, si lavano, fanno malamente il letto, apparecchiano e sparecchiano, ma sul lavaggio stoviglie ancora non ci siamo. Va bene, posso rimediare. Magari iniziando col comprare un servizio di scorta…

SECONDO COMANDAMENTO

Le migliori abilità sociali le hanno i bambini che hanno frequentato la scuola materna. Contando che i miei sono stati lanciati al baby parking già a tre mesi, direi che ci siamo.

TERZO COMANDAMENTO 

Le aspettative dei genitori determinano il percorso scolastico dei figli. Bisogna pretendere il meglio.

Julie, sto un po’ deglutendo, te lo dico…

QUARTO COMANDAMENTO

Il livello di istruzione del genitore determina il percorso dei figli. Madre laureata, genera figlio laureato. Ok, sto aggrottando la fronte, e penso che ho un semplice diploma… Butta male.

QUINTO COMANDAMENTO 

Se insegni presto la matematica, in età prescolare per intenderci, il ragazzino avrà migliori capacità anche nella lettura. In matematica son sempre stata una capra. Mmmm…ok, andiamo avanti.

SESTO COMANDAMENTO

I primi tre anni di vita del bambino sono fondamentali e chi ha ricevuto grandi attenzioni in quel periodo, ha generalmente voti più alti a scuola. Beh, oddio, attenzioni ne ho date, ma, dannazione che ansia !

SETTIMO COMANDAMENTO 

L’adulto stressato o frustrato, stressa e frustra anche il figlio. Ora a Julie scrivo una mail e la invito a casa mia un pomeriggio. Se mi trasforma in Mary Poppins le compro anche il libro.

OTTAVO COMANDAMENTO

Grande beneficio lo hanno i bambini con mamme che lavorano fuori casa. Alle bambine serve per volere altrettanto, ai maschi per renderli responsabili in casa e verso i loro stessi figli. Fa un po’a botte col sesto e il settimo, ma… sull’ottavo sono preparata! 

NONO COMANDAMENTO 

Chi vive in una famiglia agiata ha più probabilità di successo. Va bene che siamo in America e le migliori scuole lì sono a pagamento. Però, insomma. Voglio piangere.

DECIMO COMANDAMENTO 

Bisogna insegnare ai bambini a essere determinati nel raggiungere i loro obiettivi. Consiglio a Julie di farsi un giro alle partite di calcio dei nostri pargoli per scoprire di cosa sono capaci certi genitori. Determinati. Sicuramente.

UNDICESIMO COMANDAMENTO 

Un bambino di successo deve avere un nome semplice e familiare. Ciao. I miei si chiamano Pier Carlo e Guglielmo. Game over.

DODICESIMO COMANDAMENTO

Chi ha successo sa dar valore al cibo. Chi mangia bene fin da piccolo, continua a farlo anche da adulto. E su questo, in effetti…

Quindi, amici genitori, riassumiamo.

I primi tre anni dobbiamo accudirli al massimo, poi dritti alla scuola materna. A quel punto si può lavorare facendosi vedere il meno possibile. Quel poco che stiamo a casa abbiamo da sorridere alla grande, buttar lì un po’ di matematica e controllare che in nostra assenza abbiano svolto le faccende domestiche. La sera, dopo aver rimboccato loro le coperte e infuso dosi di infinita determinazione, ci rimettiamo sui libri per prendere uno straccio di laurea. Se no non vale. Posto che i nostri figli si chiamino al massimo ” Luca”, abbiamo da farci un mazzo così per giungere a uno status economico degno di essere nominato tale. E mi raccomando. La spesa. Facciamola di notte, tanto ora ci sono i supermercati h24. E prendiamo solo roba sana, che alla prima merendina siamo fuori gioco.

Dottoressa Julie. 

Scusi, uso ancora una volta informalmente il suo nome. Ho letto bene tutto, eh. C’è qualcosa, ma giusto qualcosa, che non mi convince. E pensavo che sì, ha ragione, vanno sostenuti e incoraggiati, ma alla fine se avranno successo sarà merito loro.

Che poi Lei, alla fine, di che successo parla? 

Perché io, onestamente, se li potrò vedere adulti, mi accontenterei di ammirarli onesti e coerenti, diretti e sinceri, curiosi e interessati al mondo, capaci di usare la testa ( propria) cavalcando l’entusiasmo. 

Chi diventeranno non lo so. 

So che a me appassiona molto lasciarli fare, ma soprattutto, starli a guardare. 

E gioire per un traguardo, ancor più se fuori ( dalla mia) rotta. 

BANDO ALLE TETTE

Non so bene come sia successo.Fatto sta che una mattina, penso intorno ai dodici anni, mi sono svegliata esattamente come sono oggi. 

Non so bene come sia successo ma ricordo che non ne sono stata per niente felice. 

Alta un metro e zero, un quantitativo di brufoli e baffi che ci voleva un miracolo, e loro : le tette

Non so bene cosa sia successo ma a un certo punto hanno preso il via, e dall’essere due punti a caso sul mio corpo, sono diventate un’ingombrante quarta misura. Lo ricordo come il peggior periodo della mia adolescenza. 

Le mie compagne di scuola erano delle felici tavole da surf, non conoscevano ancora gli sguardi curiosi dei maschi in piena ondata ormonale che ci circondavano, e saltellavano gioiosamente in palestra senza doversi preoccupare dell’onda d’urto che arrivava fino in bidelleria scatenata dal movimento inconsulto delle mie nuove compagne di vita. 

Tanto che arrivata alle superiori la scelta è stata semplicissima. Diventare maschio

Con mia madre sono andata a comprare una sorta di busto schiacciante che avrebbe appiattito anche il mio umore, e ho iniziato a saccheggiare i cassetti di papà. 

Pantaloni giganti. Camicie giganti. Maglie a collo alto. Anfibi militari. Profumo da uomo.

Vano tentativo di nascondere la zavorra sul mio petto, a costo di risultare un armadio quattro stagioni. 

Per qualche magia alchemica un altro essere umano, maschio, disagiato e puzzolente quanto me, a un certo punto si accorge del mio vivere. Ci fidanziamo a ritmo di balli lenti e baci non dati, e col candore di un imberbe novello dell’amore svolta la mia esistenza con una frase che non potrò mai dimenticare : ” Avrai anche un carattere di merda, ma hai due tette…”. 

La psicologia ha sobbalzato tutta in coro e i mille discorsi familiari che intonavano rassicurazioni di ogni genere non avevano più ragione di esistere. Amava me e le mie tette. E potevo pure essere stronza. 

Meraviglia. 

Non mi sono mai servite a niente altro, onestamente, perché non ho nemmeno allattato i bambini. A onor del vero, tanta mercanzia non ha prodotto mezza goccia di latte. Le ho vissute come un accessorio per un po’, a fasi altalenanti, fino ad accettare senza troppo pensarci che c’erano, e che di scollatura o maglie aderenti non sarei morta. 

Fino a qualche settimana fa. 

Scorrendo tra una notizia tragica, un omicidio, un referendum e una crisi planetaria, ecco il verdetto serio della Bibbia delle donne. Vogue UK, il testo sacro delle fashion blogger, l’oracolo delle adepte della moda, il faro delle femmine di tendenza, ha parlato : basta scollature in vista

Cosa? 

Ho impiegato quasi trent’anni a non vergognarmi come una ladra di cotanta abbondanza pettorale e ora me la fate nascondere? 

Eh no! 

La notizia ha smosso delicate coscienze al punto che la redazione della famosa testata ha lanciato un sondaggio. E il mondo femminile delle tettoniche modaiole li ha brutalmente ricoperti di insulti, per cui a furor di popolo si è decretata la volontà femminile di esporre il proprio morbido balcone a piacimento. 

L’unica cosa che mi viene da pensare è che dietro lo schiaffo morale dato alle donne generosamente mediterranee ci sia un uomo che non è mai riuscito a conquistarne una. Turbato dalla vista di femmine emancipate che decidono liberamente quanti centimetri di pelle esporre, avrà pensato di darci un taglio e imporre una moda castigata. 

Signori di Vogue. Vi spiego una cosa. 

Le lotte delle donne sono servite ad arrivare a tanti e ben più importanti traguardi. Compresa l’accettazione del proprio corpo. E laddove qualcosa di noi proprio ci tolga il sonno, interviene la scienza chirurgica. Poi ci sono le donne che il seno lo vorrebbero, ma per salvarsi la vita lo hanno dovuto togliere. E queste donne le martelliamo con infusioni di autostima, perché hanno giustamente bisogno di sentirsi dire che sono femmine lo stesso e belle quanto le altre. 

Signori di Vogue. Vi spiego una cosa. 

Nessuno ha da dirci come gestire il nostro corpo in funzione di ciò che è moda oppure no. Anche perché se dovessi vestirmi con ciò che proponete come trend dell’anno, non uscirei più di casa. 

Ma avete visto come conciano le modelle? Dovremmo vestirci così ? Ma per favore.

Si torna indietro? Perché se ancora pensiamo che per difendere o tutelare le donne le si debba coprire allora non ci siamo proprio… 

Dal blog di Vogue : ” Tante tendenze arrivano dalla strada e quando cammini […] capisci quanto la moda guardi alla strada. […] mai nulla di ovvio e banale, ma frutto di una personale ricerca. Questo significa fare tendenza “

Ecco. Quelle per strada siamo noi. La nostra personale ricerca passa spesso per il piccolo negozio o la bancarella. Ma soprattutto, scegliamo di indossare quel che ci pare, moda o meno, scollato o meno. 

Aggiornatevi signori.

Che qui, per strada, dove i problemi sono ben altra cosa, ci si veste ancora a proprio gusto. E le rivoluzioni sessuali hanno ben altre direzioni.

Per fortuna, direi.