LETTERA DI UNA FIGLIA A SUO PADRE.

Avevi la barba lunga, i pantaloni a zampa e gli zoccoli ai piedi. Se ci penso ora sorrido, ma allora eri un gran figo.

La mamma si faceva i codini e usava le zeppe; nella valigia che ti ha portato qui, chissà quale vita.

Chissà cos’è stato il tuo tempo in Toscana e ciò che hai lasciato per diventare “noi”. Ricordi chiusi in un cassetto che custodisci gelosamente. Fai bene.

Di sicuro in quel cassetto non c’è il ballo. Sei nato con due piedi sinistri dici tu.

E nemmeno il canto direi.

Chi cantava era mamma.

Ciò che porti da sempre con te è la voglia di raccontare. Quante storie, quanti aneddoti, quanto sapere.

“Ero sempre malato da piccolo, così ho letto tutte le enciclopedie che avevamo in casa”. Ti sono rimaste tutte incastonate in testa.

Quante cose che sai papà!

Sarò sempre affascinata dalla tua infinita conoscenza.

Hai lavorato tanto. Non perché fosse necessario. Lavoravi perché ti piaceva un sacco, forse più che stare a casa.

Non sei mai stato quel genere di padri che si siedono a giocare coi figli.

Quella era mamma.

Ma alcuni “riti” li ricordo bene.

Come andare a letto “a cavallo”, e il cavallo eri tu. E fingevi di morir di fatica ogni volta, e più morivi e più noi ridevamo.

O la serata schifezze. Mamma era nel trip dei corsi serali di cucito ( questa cosa prima o poi la devo raccontare per bene) e noi avevamo la nostra serata trasgressiva. Eri un perfetto direttore d’orchestra, e approfittando che la mamma era via si mangiavano cibi proibiti sul divano con la tv accesa.

Papà, questa cosa la faccio ancora adesso, sai?

Se son da sola mangio sul divano: mi fa un po’ film americano e un po’ infanzia nostra.

Non sono stata facile.

Tagliata a metà tra la figlia bella diritta su cui riporre parecchie aspettative e la ribelle cocciuta che vuole fare il suo.

Quante volte per protesta ho dormito sul pavimento. Che poi l’unica scomoda ero io.

Quante volte ti ho tolto la parola, anche per lungo tempo.

Quante volte ti ho messo in mezzo ai miei scontri titanici con la mamma. E a entrambe dicevi “ dai, lo sai che è fatta così “.

Papà l’eterno mediatore, ancora oggi che siamo tutte grandi.

Papà unico uomo in una famiglia di donne. Unico ramo maschile di un albero matriarcale dalle radici profondissime.

Penso a tutto ciò che è successo nella nostra vita e a quante volte hai fatto retromarcia di fronte alle decisioni del Clan. Roba da far tremare Isabel Allende.

Ogni tanto arrivava un alleato maschio. Prima erano i gatti, che casualmente “trovavi “( nessuno lo dica a mamma) e che poi per vecchiaia ci lasciavano.

Poi i nostri fidanzati.

Siamo state fortunate, hai voluto bene a tutti e, diciamolo, tutti hanno voluto bene a te, forse anche per naturale solidarietà maschile.

In una famiglia di donne leader, l’unico modo per tenerle buone è riempir loro la pancia.

Non ricordo giorno in cui tu non abbia cucinato. A casa nostra non sono mai mancati i libri di cucina, le dispense, i raccoglitori e i quadernoni su cui appuntare ricette o attaccare i ritagli delle migliori trovate sui giornali.

La cucina è un altro posto in cui non conosci segreti, e persino i nostri figli ti sfidano nelle preparazioni più difficili. E tu li sai sempre stupire.

Per te son sempre stata “Chicca”. Sei l’unico al mondo a chiamarmi così. Ancora oggi succede quando ti telefono : “Ciao Chicca”.

Con quello strascico toscano che qui tutti capiscono che arrivi da fuori, e poi quando vai dai tuoi ridono del nuovo accento piemontese. Un ibrido.

Eh, i toscani son simpatici…

Bugia! Hanno un carattere terribile, da un attimo all’altro passi dall’essere miglior amico a uomo morto. Focosi. Testoni. Guerrieri nella dialettica. Ma col cuore grande. E un po’ mi ci vedo.

Eri tanto selvatico ma poi il cuore te l’ha ingrandito la mamma, che ti ha dato due figlie, più una. Tre donne oramai adulte che oggi ti affidano figli e commissioni, perché insomma sei in pensione e di lasciarti in pace non se ne parla proprio. Trovi spazio per tutti : grazie.

Ti ho visto invincibile per molto tempo. Finché è arrivato l’ospedale e ti hanno mangiato via un polmone. Anche lì hai fatto il tuo, con forza e buon umore. Dimostrando che si può avere moltissima paura ma anche grandissimo coraggio. Oggi ne ridiamo tutti, per fortuna.

Per la festa del papà ti ho fatto tantissimi regali. Anche alla mamma ne ho fatti, ma i tuoi erano indubbiamente più brutti! Eppure li hai esposti tutti come trofei sulla scrivania al lavoro. E le cravatte… che cravatte orrende ti ho comprato papà! “Questa è talmente strana che non la mette” e invece il giorno dopo l’annodavi alla camicia e partivi. Chissà che pensavano di questo capoufficio con le cravatte con gli orsi…

Nessun regalo quest’anno, come da tempo ormai. Ma un pensiero sorridente su chi sei e chi sei stato; un piccolo, piccolissimo spaccato.

Su come i rapporti cambiano e su come ci si vede a distanza di anni.

Su come si cambia noi e su come si impara a perdonarsi a vicenda.

Perdonarsi.

Tra genitori e figli è spesso lotta. Ma poi, per tanti motivi le armi si posano e ci si guarda negli occhi.

E noi gli occhi li abbiamo grandissimi, vero papà ? Ci sarà un motivo se li abbiamo grandi così.

Forse, è solo per commuoverci meglio.

Chissà.

19 Marzo 2018

Auguri papà.

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.: BLA BLA BLA :.

.: BLA BLA BLA :.

A te uomo che stai per digitare “IO LE DONNE LE AMO TUTTO L’ANNO “

A me questa sembra la giustificazione di ogni festività.

“ Eh ma io le cose imposte…” dirai tu.

Certo, il che vale per chi davvero celebra il proprio amore sempre. Ma lo sai bene, alle donne, basta poco.

Quanti mazzi di fiori hai regalato a caso? Quante sorprese a caso hai fatto?

Parlo al genere maschile ( perché tu non so che fai )che ancora oggi, in gran parte, tentenna di fronte al gesto sentimentale.

Un biglietto con una frase carina lasciato al mattino sul tavolo. Mica sempre. Ogni tanto!

Un invito a cena.

Uno straccio di fiore il 27 maggio, che ne so, per dire un giorno qualunque davvero.

Ma anche la neve spalata, un piatto di pasta pronto, un abbraccio che non ti aspetti, la borsa pesante che ti offri di portare, un “tranquilla ci penso io”.

Un gesto che sia uno! Non è che ci offendiamo!

Le donne son semplici in questo.

Bastano attenzioni piccole. E non ne ho mai vista una che buttasse nel cesso un mazzo di rose gridando “a me i fiori non piacciono!”.

Chissenefrega dell’8 marzo?

Ok.

Ma allora davvero fate sì che le donne non debbano sempre aspettare una ricorrenza qualunque per avere dimostrazione di un affetto che c’è.

Lo sanno che c’è!

Sicuramente lo vedono e lo sentono.

Solo magari una frase d’amore sarebbe bello trovarsela in tasca in un giorno qualunque su un pezzo di carta.

Sai cosa produrrebbe ?

Un sorriso santocielo !

SORPRENDETECI !

Lottiamo da mille anni come delle deficienti per la nostra emancipazione e ci stiamo quasi riuscendo. Ci facciamo il culo a capanna quanto voi per il solo merdosissimo gusto di dire che lo facciamo.

Che fatichiamo.

E ci diciamo pure brave da sole.

Uh! che soddisfazione …

Una volta all’anno ci danno una festa ( lavorativa eh!) e ci sentiamo pure dire che “no, niente regali, perché io le donne le amo tutto l’anno”.

Ma smettila, dai.

Dimostratecelo. Concretamente. Perché per il momento, tutte queste donne stupite dei grandiosi gesti dei loro uomini io non le vedo.

Ma forse, in fin dei conti, questo è il modo di pensare di una donna.

Ecco perché non funziona.

NB

Avviso urbi et orbi.

Pretenderò dettaglio di ogni rappresaglia amorosa da chi domani scriverà “io le festeggio ogni giorno le donne”.

Voglio l’elenco degli stupori memorabili che le regalerai a casaccio.

Diversamente esiste una valida alternativa: fai finta di nulla e lascia che l’8 marzo scorra senza le tue grandi perle di saggezza, caro maschioviamosempre.

O la nostra mente leggerà un unico verso : BLA BLA BLA.