SÌ, LO VOGLIO ( e tutto il resto è NO)

Era già successo una volta ma lei sicuramente non lo ricordava.

Era andata a Pamplona con i suoi diciott’anni e con la voglia di divertirsi sotto un sole pieno della stessa gioia che riempiva il suo caldo cuore spagnolo.

La matta corsa dei tori, le urla della gente, i giovani nel delirio più totale, il caldo, la calca, il fiume di umanità intorno, per una delle feste più difficili da gestire.

La polizia era ovunque. Ma non poteva controllare tutto.

Perde il suo amico, che forse a un certo punto ha allungato il passo ed è stato ingurgitato dalla folla. Con pazienza trova un angolo in cui fermarsi ed aspettarlo.

Lui forse non sente il telefono. Forse anche lui è da qualche parte che attende.

Sentirsi soli in mezzo a migliaia di persone, magari l’ha pensato per qualche attimo.

Finché, sono arrivati loro.

Cinque uomini, belli e pieni dello stesso sole nella pelle.

In quel giorno di festa le offrono qualcosa da bere, tutti hanno in mano un bicchiere, e un brindisi in più non può che far bene al cuore.

Forse è proprio il bicchiere di troppo che le dà la fiducia giusta quando loro si offrono di riaccompagnarla alla macchina. L’amico sarà lì ? avrà pensato lei, e accetta con tutta la leggerezza dei suoi diciotto anni.

Non li conosce e non sa che loro sono “la Manada”, il branco. Cinque uomini tra i 27 e i 30 anni che partono alla volta di Pamplona con il preciso intento di violentare “tutto ciò che ci capita a tiro”.

Lo dicono nel loro gruppo whatsapp, che documenterà passo passo tutta la spedizione.

Il branco la conduce per le stradine, la infila in un portone e inizia la sua mostruosa danza.

La violentano a turno e a turno la riprendono con i cellulari.

Lo scopo è creare nuovi video per arricchire la già ben fornita chat, perché quattro di loro avevano già fatto altrettanto con un’altra giovane vittima.

Il branco di lupi ha facce sorridenti e rassicuranti, uno di loro nella vita quotidiana indossa la divisa. Parliamo di ragazzi normali, con vite normali e famiglie normali. Di anormale, c’è questa assurda perversione violenta, che spinge i singoli deboli a trovare forza nell’azione di gruppo.

Alla macchina non è mai arrivata.

Viene trovata da alcuni passanti in un androne, nuda, mezza morta, ma lucida abbastanza da fornire subito le indicazioni che porteranno in poche ore all’arresto delle cinque bestie.

Perché se ne parla?

La Spagna è scesa in piazza. Dopo due anni di tribunali, si decide che non si tratta di violenza ma di abuso, reato minore, e i cinque a piede libero a breve.

Perché ?

Perché in tutta questa documentatissima vicenda non si nota un vero e proprio diniego della ragazza, ma più semplicemente si condanna un gruppo di uomini, che viste le circostanze , hanno calcato un po’ la mano.

È un buon motivo per protestare, in effetti.

E mentre le associazioni dei magistrati valutano la reazione popolare come “sproporzionata, sprezzante e priva di rigore”, Madrid raddrizza il tiro e, pur senza commentare la sentenza (comunque non definitiva), comunica che sulla violenza sessuale arriverà la “tolleranza zero”.

Come?

Perfezionando la definizione proprio di violenza sessuale, che sarà tale ogni volta che non ci sia un esplicito.

Perché, come in questo caso, subire passivamente la forza bruta di cinque energumeni non significa dire “fate pure”.

Perché non riuscire ad urlare di dolore e rimanere pietrificate non significa accettare e non ha nulla a che vedere con il consenso.

Perché ancora la legge deve capire che cinque contro una, in quella situazione, non può voler dire “ sì , lo voglio”.

Perché noi donne, ancora oggi, dobbiamo lottare per far sì che non ci siano scuse.

Perché Dio solo sa cosa significhi violenza sessuale. È l’incubo peggiore, il minuto senza fine, lo squarcio dell’anima, la cicatrice senza tempo, la memoria indelebile.

Perché ancora abbiamo bisogno di una legge che spieghi i gesti, le forme, le parole dette e non dette.

Siamo indietro, molto indietro.

Ho provato a immaginare così questa storia, che altro non è che un quotidiano continuo. Una storia che si ripete ogni giorno, tristemente, ovunque.

Magari grazie a questa ragazza e alla violenza di un branco, scriveremo finalmente che sì vuol dire sì, e no vuol dire no. E che tacere non è sempre acconsentire, ma in certe circostanze significa subire.

Lo chiamano PROGRESSO.

10 thoughts on “SÌ, LO VOGLIO ( e tutto il resto è NO)

  1. Ciao a tutti. Condivido, è davvero inammissibile, chi si ubriaca si aspetta al limite un malditesta, anche forte, ma non un abuso.
    Non capisco davvero chi si sogna di dare la colpa, addirittura metà ma fosse anche un centesimo, alla ragazza ed alla sua imprudenza. E ce n’è di gente che fa questi discorsi, e il lato negativo di internet è che ci tengono ad esibirli, senza la decenza di tenerli per sè, di vederle come opinioni un po’ arretrate, ma molto personali.
    Hai detto bene, un rapporto intimo, per essere tale, necessità la partecipazione attiva ed entusiasta di entrambi.

  2. Sono sincera, non ho memoria di quanto è accaduto a questa povera donna la cui unica colpa è quella di essersi fidata.
    In questo modo ha dovuto subire due volte: la prima dal branco e la seconda dalla giustizia.
    Povera….

    Purtroppo nelle nuove generazioni manca, in generale, il rispetto verso persone e cose.
    Molto spesso i valori, quelli d’altri tempi che sono semplicemente il livello base per una buona convivenenza, non vengono più trasmessi dai genitori che incolpano il sistema, la società e le istituzioni anzichè sè stessi…

  3. “Le lacrime delle donne hanno a che fare con le azioni vergognose degli uomini!” Grazie Stefania, le tue parole sono preziose e il tuo racconto dovrebbe creare imbarazzo e vergogna ad un certo tipo di maschi. Uso la parola maschio per distinguere: gli uomini, quelli veri, non assomigliano a quegli individui . Quelli sono maschi più simili a bestie che a persone. Grazie perché le tue parole ricordano a tutti noi uomini che dobbiamo distinguerci e rinnegare questi esempi di rozzezza animale. Un pensiero a tutte le donne vittime di violenza e un grazie a chi usa sapientemente le parole come te.

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