CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

Tutti i diritti riservati

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LO SO, HAI ALMENO UN PARENTE SU FACEBOOK. E non lo dirai mai, ma succede anche a te. 

.: nomi, fatti, persone, sono di fantasia-nessun parente è stato maltrattato durante la stesura di questo testo, che è puramente esemplificativo :.
<Mi tutelo, che se la famiglia sarda si scatena, finisco in esilio>

CONFESSA!

Anche tu hai un parente su Facebook. 

Fino a un certo punto, ammettiamolo, va tutto liscio.

Scrivi, condividi, pubblichi post in cui parli del tempo. Poi una gita, una foto dei tuoi piedi nel mare, gli spaghetti che stai mangiando, lo scazzo di una giornata che vuoi comunicare quanto sia storta. 

Non te ne accorgi.

Perché il parente si inserisce senza capire bene come funziona il meccanismo. Chiede l’amicizia ai vecchi compagni di scuola, poi agli ex colleghi e ai vicini di casa, ai conoscenti del gruppo pensionati… 

Insomma, sta in sordina. 

E tu, ignara del tuo nuovo lettore occulto, continui a pubblicare senza limiti di privacy. Un libro aperto al mondo. 

Finché suona la chat di famiglia.

Plin!

[ Tutto bene?]

[ Sì papà perché ?]

[ No niente, buona giornata!]

Ok. Tuo padre si è iscritto a Facebook. 

Quando lo realizzi davvero, hai già condiviso almeno un post in cui ti dai dell’idiota per aver messo in lavatrice un fazzoletto di carta. 

Notifica.

= Carlo ha condiviso il tuo post =

Oh, porc…

Controlli, e sì : è davvero tuo padre. 

La sensazione è quella che hai provato a 16 anni quando ti aveva sorpresa in flagranza di reato mentre tentavi di ingoiare la sigaretta che stavi fumando. 

Controlli meglio, e sì : ha fatto pure il titolo al tuo gioioso post.

= ECCO MIA FIGLIA. 38 ANNI. =

Grazie papà. 

Respiri cinque minuti prima di controllare i commenti. Nei successivi dieci, sei alla berlina delle sue amiche del corso di cucina. 

Il parente Social è un po’ una piaga per ognuno di noi. 

Il suo sport preferito è innegabilmente l’interpretazione. A caso. 

Foto di panorama montano.

Plin! Chat.

[ Dove sei di bello tesoro?] 

Post di carattere culinario.

Plin! Chat.

[ Mamma dice che per spendere soldi in giro potevi venire a mangiare qui…]

Post scorbutico : ” oggi piede sinistro “.

Plin! Chat.

[ Ma non era il ginocchio che ti faceva male ?]

[ No papà, sono solo un po’ di malumore]

[ Mamma dice di passare qui]

Oh Gesù !

Tua sorella condivide una frase nostalgica con tanto di virgolette e autore.

Plin! Chat.

[ Ciao! Mamma voleva sapere se avete bisogno di qualcosa]

[ No papà, solo oggi abbiamo la vena poetica…] – negare a qualunque costo –

Insomma. Qualunque cosa decidi di pubblicare , il babbo la legge, chiama a raccolta il clan, parte l’analisi logica, viene interpellata una cartomante, e poi via alle supposizioni. 

Il problema vero è che dopo un breve periodo di anonimato, vissuto da semplici spettatori, non resistono e chiedono la tua amicizia. Che si fa? Non dai l’amicizia a mamma e papà ? O alla zia che ti cambiava i pannolini? Al cugino con cui passavi l’estate al mare? Al parente lontano che conserva di te un algido e puro ricordo? 

Certo che accetti.

Sei mica scortese.

Anche perché l’alternativa sarebbe far scattare la supposizione delle supposizioni, un intero nucleo familiare che si pone la peggior domanda : ” Avrà qualcosa da nascondere?” . 

No no! 

Peccato che il parente tra gli amici sia una spina nel fianco. E quando è dentro alla tua cerchia, scatta il suo commento selvaggio. Tanto ingenuo quanto imbarazzante.

Spremi tutti i tuoi neuroni per elaborare l’analisi geo politica del Paese e lui commenta :

/ Hai lasciato le finestre aperte. Mamma ti saluta e dice di chiamarla/

Ecco. Come fosse whatsapp. 

Hai appena attirato l’attenzione del tuo guru filosofico on line e ti spunta il commento ad cazzum del parente che non senti da 18 anni, drogato più di stampatello che di italiano:

/ HA CASA TT BENE? UN SALUTO E UN ABRACIO ZIA GINA E FAMIGLIA TUTTA/

Una cartolina praticamente. Accenti e doppie a perdere. Un figurone.

Il vero parente bastardo non interagisce quasi mai. Fino al momento topico in cui la tua amica ti immortala nel mezzo di una serata più alcolica che musicale, e a quel punto pianta un like ( se non il primo, il secondo) e commenta :

/ COME STA LA NONNA? VEDO CHE TI DIVERTI SEMPRE /

Eh certo. Esco una volta a far la finta adolescente, vengo ritratta in una posa da alcolista anonima e diventa SEMPRE.

 E il giorno dopo…

Plin! Chat.

[ Cosa stavi combinando? c’era anche tua sorella?]
Perché per osmosi tutto ricade su entrambe le figlie. Nel male, par condicio.

Il meglio sono le foto in cui sei in compagnia. Tagli, modifichi, filtri, ma il messaggio arriva comunque.

Plin! Chat.

[ Quello chi è? ]

Controlli bene. E il dannato braccio del fidanzato che non vedevi l’ora di nascondere, spunta a margine. 

[ È Laura !]

[…] – Pausa –

[ Mamma chiede di quel braccio che si vede di lato, tagliato. Non quello di Laura. ]

Oh! Santocielo!

Se i parenti li reclutassimo tra le forze speciali investigative, risolveremmo qualunque caso.

Il parente social impiega un attimo a capire il funzionamento del sistema, ma quando scopre cosa sia realmente la condivisione, scatta il delirio.

Condivide di tutto.

Poesie, canzoni, frasi, tramonti, politica, articoli, post di altri. Intasamento della home immediato.

Poi prende la via del non ritorno delle foto, quelle vecchie, quelle brutte, quelle delle vacanze, quelle che fa in giro con i soggetti più disparati. Impara il tag, e lì non c’è più nulla da fare. La reputazione salta.

/ La mia bambina a nove anni/

Foto truce anni 80, spalline giganti e calzini fluo, una camicetta che nemmeno la Laurito, il taglio di capelli come Toto Cutugno.

Plin! Chat.

[ Hai visto che foto ho trovato ?]

[ Ecco papà, puoi rimuoverla ?]

[ Ma se eri bellissima!]

E non la toglie eh ! 

A onor del vero debbo dire che il mio babbo social si comporta abbastanza bene. 

Vabbe. Grazie a lui ho rispolverato la musica dai Dik Dik agli Abba. 

Le poesie di Ungaretti.

Un po’ di Dante.

Ho scoperto angoli della mia città grazie ai suoi reportage fotografici.

Ho ricordato che fino ai 13 anni mi vestivo come i pazzi.

E poi so sempre le programmazioni dei film, perché le uscite al cinema le recensisce tutte.

Ma soprattutto è il mio più grande sponsor : qualunque cosa mia, lui la condivide. E in effetti mi conoscono fino in Toscana. 

Alla fine è carino. 

Infatti il babbo di questo post l’ho chiamato col suo nome. Carlo. Così è contento. 

Plin! Chat.

[ Mamma ha letto il blog e dice che poi la gente pensa che son io che faccio così ]

[ Tranquillo papà, lo sanno tutti che sei molto meglio ! ]

RAZZISMO PARROCCHIANO. Ebbene sì. 

Don Eraldo Serra è il parroco di Roata Canale, piccola frazione piemontese, e viene descritto come un uomo di fede alquanto moderno
Nelle funzioni religiose per le sue 1600 anime usa l’iPad, ha un account su Twitter e il profilo su Facebook. 

Proprio perché conosce in qualche modo il mondo Social, mette le “transenne” alla sua chiesa dove non lascia che vengano scattate foto durante Battesimi, Comunioni o matrimoni, e pretende comportamenti consoni durante le sue funzioni. 

Il suo piccolo paese lo guarda con rispetto e segue le sue iniziative con silenzioso stupore. 

“Non si può celebrare la Messa con decine di persone che girano per la chiesa e che fanno una marea di foto, usano il flash, salgono sull’altare, senza alcun rispetto per quanto si sta celebrando. Per cui sono stato costretto a dire stop”. 

Deciso, questo parroco.

Che si batte per la sua comunità e il suo ammodernamento, chiedendo in primis il coinvolgimento dei suoi fedeli.

Ed ecco che, grazie alle donazioni di tutti, nasce con grande gioia una nuova area dedicata all’aggregazione delle pie anime dotata persino di connessione internet, moderna e confortevole. 

Don Eraldo non ci pensa due volte e a lavori ultimati comunica la volontà di destinare i locali anche per l’accoglienza dei profughi.

Una storia meravigliosa pronta ad un lieto fine.

No.

I parrocchiani non ci stanno.

Non solo indicono riunioni e chiedono un tempestivo dietrofront al modernissimo Pastore, ma si organizzano con volantini ( anonimi, ovviamente) che affiggono in giro per il paese e infilano nelle buche delle lettere. 

I volantini lasciano poco spazio all’interpretazione.

“QUESTO NON È UN CONSIGLIO. È UNA MINACCIA. NOI I NEGRI NON LI VOGLIAMO”.

Don Eraldo nella sua bontà d’animo ha evidentemente sopravvalutato la propria comunità di anime pie. Probabilmente nel preparare la messa un qualche sabato pomeriggio, ha toccato sul suo moderno iPad la funzione “taglia” , eliminando così la possibilità di dare spiegazioni dettagliate durante la funzione domenicale sul concetto cristiano di “carità”

Quando tempo fa ha chiesto alla comunità di Roata Canale di fare un piccolo sforzo per ristrutturare i locali parrocchiali ha sicuramente dimenticato di ricordare che il Cristianesimo si basa sul profondo amore verso tutti gli uomini, sull’idea di uguaglianza tra tutti gli uomini e tra i sessi, combattendo di principio le disuguaglianze sociali, la stratificazione sociale e pure la subordinazione della donna. 

“Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Forse Don Eraldo avrebbe dovuto ricordare: anche quando è nero.

Per gli abitanti di Roata Canale il “prossimo ” dunque è bianco, cattolico, piemontese, ma soprattutto residente in paese da almeno tre generazioni.

Non è che siano cattivi.

È che Don Eraldo a furia di star dietro a tutte le sue iniziative da benefattore ha tralasciato alcune spiegazioni importanti. Prima fra tutte quella sul razzismo, che fa un po’ a pugni con la pietas Cristiana. 

Forse dovrà anche fare due parole con le catechiste. Sicuramente non hanno ben specificato la provenienza di Gesù, che se calasse dal Cielo oggi sarebbe in prima fila tra i cosiddetti extra comunitari. 

Forse dovrà bussare a qualche porta, e far capire che se anche solo pensi ” negro” è meglio fare un giro di confessione prima della Messa. Qualcosa non va. 

Forse dovrà far passare anche la rabbia dei suoi fedeli, che se arrivano a “minacciare” con toni poco amichevoli, vanno un po’ rimessi in riga. Ci è riuscito con le foto, vuoi che non trovi un balsamo per queste anime rabbiose?

E poi magari domenica mattina potrebbe fare un bel discorso sul coraggio. Perché dal mio punto di vista una persona, ancor peggio un gruppo di persone, che perde tempo a stampare frasi simili e ad appenderle, ma si trincera dietro l’anonimato ignorante, è un qualcuno che in realtà si vergogna del proprio pensiero. 

Ogni azione, frase o pensiero ha davvero valore quando ci si mette la faccia. Quando si ha coraggio di esporsi. Quando la propria idea ha un fondamento tale da poter creare una discussione o un ragionamento. 

Se no, come in questo caso, si tratta dell’eruzione becera di draghi da osteria. Che riuniti a un tavolo vomitano razzismo, lo stampano su un volantino e lo appendono nell’unico fazzoletto di mondo che conoscono. 

Povero Don Eraldo. 

Ha tanto lavoro da fare da domani. 

Peccato che per qualcuna di quelle teste ( vuote) sarà tempo sprecato. 

Amen. 

ANTONIETTA, CAFFÈ , E SORRISI BELLISSIMI. 

Oggi sono stata con i bambini alla lavanderia a gettoni.
Un posto strano, dove qualcuno rimane ad aspettare, altri lasciano i panni e poi tornano, e poi chi, come noi, decide che mentre la lavatrice gira si può andare ai giardinetti di fronte.

Oggi c’è  un bel sole caldo.

Irrompiamo nel locale. Cerchiamo istruzioni e gettoni e ceste.

In questo sfarfallio condito dallo stentato tentativo di una giovane cinese di darci aiuto, entrano due donne. Una spinge l’altra.

La carrozzina della più anziana viene velocemente posizionata contro il tavolino in centro alla lavanderia e la bionda badante si dilegua.

Strana cosa. 

Carico i miei panni e sbircio alle mie spalle la signora lasciata sola a fissare il muro di fronte a lei. 

Strana cosa. 

Avvio il mio programma, ripongo la cesta, controllo il timer e in effetti potrei andare ai giardinetti. Ma l’anziana trattiene troppo la mia attenzione. 

– Tutto bene Signora? 

– Sì sì. 

La voce è stanca. Riguardo il timer. Potrei andare… ma come faccio a lasciarla lì? 

– La signora che era con lei, dove è andata? 

– Non so, ha detto che doveva fare una commissione…

Diamine. Ho già mille retro pensieri. Si lascia una donna anziana da sola così ? Ma poi, in una lavanderia a gettoni. Davvero non capisco. Il mio frullare viene interrotto dalle sue parole.

– Vorrei tanto un buon caffè



Insomma. Poso la borsa sul tavolo, prendo in mano le maniglie e roteo la carrozzina. Siamo di fronte a un super tecnologico distributore di bevande calde. La Signora in un istante lo indica. Che faccio? 

– Senta però, lo può prendere il caffè? Non é che poi qualcuno torna e mi sgrida? 

– Lo vorrei lungo. Macchiato. 



Non molla. 
Le uccido un desiderio ? 

– Come si chiama Signora? 

– Mi chiamo Antonietta, ho novant’anni. E vorrei un caffè. Lungo. Macchiato. 

Ecco. Questa sono io da vecchia, penso. 

– Antonietta, facciamo così. Il caffè lo offro io, ma magari d’orzo, che ne pensa? 



Per la prima volta alza lo sguardo. Mi fissa in maniera così insistente che mi rannicchio subito ai suoi piedi. 

– Ho fatto la guerra sa? E in tempo di guerra ho bevuto litri di caffè d’orzo. Non ne bevo più. Nemmeno gratis. Quindi, per favore, mi dia un caffè, lungo, macchiato.



Inizia un monologo un po’ sgangherato in cui mischia di tutto. I suoi tre figli, i nipoti. Forse dei pronipoti ma non si ricorda. E il suo vicino di casa, che passa per strada ma non la saluta perché pensa che lei non capisca. Ma lei capisce tutto mi dice. Mica è stupida. Poi mi chiede come mi chiamo io. Risponde mio figlio, che si è accucciato pure lui, ad ascoltare il fiume di parole. 

– Stefania, senta la mia mano

e allunga questa manina bianca e macchiata, la pelle che è carta velina, fresca e morbida. La tengo tra le mie, ancor più calde del solito a quel contatto.
– Stefania sente che mano fredda? Ci va un caffè

Va bene. 
La interrompo mentre cerca i soldi nella tasca del cappotto. Frugo nel portamonete. Digito caffè, lungo, macchiato. Antonietta alle mie spalle stira un sorriso.

Quando prende il bicchiere tra le mani compie un gesto che riconosco subito : annusa. Annusa il caffè con gli occhi chiusi, una volta, due volte, poi beve. Lo faccio anche io. Riempio il naso di aroma e bevo nel momento in cui i sensi sono tutti accesi.

Adoro il caffè. 

Quando finisce mi porge il bicchiere vuoto, il viso soddisfatto e un grazie che vibra.

Mentre chiede qualcosa ai bambini entra la signora bionda. Comunico immediatamente di aver spacciato un caffè ad Antonietta, e Irina – si chiama così – fa la faccia della mamma che scopre la marachella del figlio. 

Irina ha tra le mani un bicchiere di caffelatte e un pacchettino di biscotti. Li ha presi al bar lì vicino, ma con la carrozzina, mi spiega, non riesce a entrarci. È l’unico caffè concesso a Antonietta, che però ha scoperto che se si fa “parcheggiare” alla lavanderia a gettoni magari un secondo caffè lo rimedia. 

Mio figlio mi sussurra ” furba!”. Ride.

– Mi hai fregata Antonietta ! 



Ridiamo tutti. Antonietta sorride con i suoi occhi stanchi. 

– Irina per me è tutto. È la mia famiglia. Mi vuole bene e si prende cura di me. Però Stefania, quel caffè del bar … fa schifo. …grazie! 



Il timer del mio programma asciugatura sta suonando. 

Non siamo andati ai giardinetti ma poco importa. 

Abbiamo conosciuto Antonietta e il suo caffè, che un po’ di amaro me lo lascia. 

Usciamo con i nostri panni lasciandole a bere il loro rito quotidiano. 
Vorrei tornare domani. Sicuramente le troverei lì, alla stessa ora. 
Invece ci incamminiamo verso la macchina. 

Fuori c’è il sole. 

E infatti deviamo e ci fermiamo a bere un caffè. Per Antonietta. 

LOTTO a MARZO come SEMPRE

Forza spingi!
Un ultimo sforzo!

È FEMMINA! AUGURI!



0-3 anni LA LOTTA CROMATICA

Fiocco rosa. Cicogna rosa sul balcone. Tutine rosa, fascia per capelli con fiocchetto, trapuntina, sacco nanna e sonaglietto, tutto rosa. Anche un daltonico non ha dubbi: è femmina.

3-10 anni LA LOTTA DELLA CRESCITA

Asilo. Settembre porta un bel grembiulino ( rosa) e la scoperta dei Lego dei maschi. Nessuna paura! Babbo Natale arriva poco dopo e nel pacco ecco “La mia prima cucina”

A brevissimo riceviamo il ferro da stiro, la mini aspirapolvere, il set di pentolini, l’asse da stiro ( se no non si può usare il ferro), il mini market con frutta e verdura finta, e se sei fortunata, anche la cassa per fare la cassiera con tanto di soldi finti, e un set completo per il trucco.

Tutto liscio fino alle medie tra codini, ciuffetti, scarpe verniciose, magliette e brillantini.

Fai tutti gli sport adatti : danza classica, ritmica, capriole, tessuti e pallavolo. Con genitori molto alternativi, pur femmina, è talvolta concesso il nuoto. 

11-14 anni LA LOTTA ORMONALE

Insieme agli undici anni scopri di esser femmina davvero. La leggenda mitologica del ciclo mestruale si realizza pesantemente con dolori degni del parto e un ingombro impossibile tra le mutande. 

I tre anni delle medie hanno un unico sottotitolo : TRANSFORMER.

Capelli unti e crespi impossibili da pettinare, pustole che manco il vaiolo ti devasta tanto, peli ovunque, ascelle che lasciano le scie chimiche, tette che prendono vita. 

Una tragedia.

E nel frattempo, altra consapevolezza. Al mondo esiste un’altra donna : LA MAMMA.

E la si odia.

Non so perché ma la natura dice che la devi odiare, e ti riesce benissimo. 

15-20 anni LA LOTTA AMOROSA

Finalmente alle superiori questa corsa ormonale delirante si placa un pochino.

Le ovaie dicono che ok! sei femmina, ma puoi prendere una pausa. Quel paio d’anni in cui rubi le camicie a tuo padre, giri con gli anfibi militari, ti trucchi come i morti, e puzzi un po’ meno

Poi, il miracolo.

Oltre alla finta tregua con la madre, la scoperta dei maschi.

L’inizio della fatica vera.

La femmina si innamora sempre dell’unico maschio che non la guarda. Oppure la guarda ma non fa nulla. Oppure fa qualcosa ma è rivolto all’amica. Oppure diventa un amico. Insomma. Una soap opera continua, condita da lacrime e disperazione e odio cosmico. 

La magia pura avviene intorno ai vent’anni, un po’ più, un po’ meno. 

L’anfibio torna scarpa. I sacchi di juta che facevano da abiti rimangono nei cassetti. Il colorito da vampiro torna rosa. Nasce il piacere per la cura di sé. 

La femmina è in fiore. 

Ed è in aperta caccia. Missione : marito.



20-30 anni LA LOTTA PER LA COPPIA

Dico marito, ma intendo qualunque tipologia di essere umano che vaghi in quel momento sul pianeta completamente ignaro delle torture psicologiche che dovrà subire.

La femmina tra i venti e i trent’anni cerca una cosa sola: la sua metà. Determinata. 

Giusto il tempo di arrivare tra i trenta e i quaranta, momento in cui invece tenta di liberarsene.

30-40 anni LA LOTTA PER SCOPPIARLA

Eh lo so, è strano.

Ma chi è votata a far la moglie, va avanti tra alti e bassi fino alla vecchiaia.

Le inquiete invece cavalcano l’onda ancora un po’ e se non fanno casini continui non sono contente.

In questi anni la femmina ricopre i ruoli più disparati. Figlia e madre. Moglie e amante. Lavoratrice e casalinga. Cuoca e organizzatrice di eventi. Ma non a fasi : tutto insieme. Forse ci si riempie di senso di onnipotenza. Non so. Facciamo tutto noi… Nel delirio dei deliri pensiamo addirittura che i maschi non servano ( tutti eccetto i nostri figli ovviamente). 

40-50 anni LA LOTTA PER RIFIORIRE

I giochi son fatti. Se siamo adatte per il matrimonio si è ormai visto.

Se abbiamo preso un abbaglio, invece, stiamo ballando. In palestra, in un locale, in piscina. Movimento perpetuo. Riempirsi di interessi, incastrare gli impegni, far tornare i conti. Tener stretto il lavoro. Decidere di cambiarlo. Parola d’ordine : rivoluzione. Una qualsiasi. La donna è in piena forma a questo punto. Completa, sicura, energia pura.

50-60 anni LA LOTTA ALLA MENOPAUSA

Nel più bello, la menopausa.

Una vita a mettere gli ormoni al loro posto, e quelli impazziscono di nuovo. Una fame che ti mangeresti i comodini, il sudore del cammello nel centro del deserto, le lacrime in tasca. Ci si commuove alla vista di un papavero. Praticamente ritorni ragazzina ma con la faccia di un mocassino. Bene ma non benissimo. Passa eh! ma è durissima. 

60-80 anni LA LOTTA PER LA CALMA

La pace e, finalmente, la pensione. Alleluia si viaggia. Il decoupage. Il giardinaggio. Le camminate. La lettura. Il cinema senza addormentarsi. Il mare in inverno. La montagna in estate. I nipoti. Le torte. La cucina per piacere. ( io adoro le signore del bridge, ad esempio).

80-120? anni LA LOTTA DEL QUOTIDIANO

Invecchiare. Ricordare. Rimpiangere. Gioire. Osservare i figli realizzati. I nipoti studiare e lavorare. Vedere gli amici andare. Godere il proprio tempo al meglio. Sorreggere il compagno di una vita. Farci sorreggere. Non ammalarci. Ammalarci senza soffrire. Mantenere la memoria a qualunque costo, perché trasmettere la propria storia è importante. Spiegare chi eravamo o chi volevamo essere. Dare un consiglio saggio. Non vergognarci di dare una carezza. Di versare una lacrima. Di chiedere un abbraccio. Di dire ti voglio bene. Di difendere il proprio pensiero. E non aver paura a cambiarlo. 

Sospirare. Ne abbiamo diritto. Perché questo è un milionesimo della nostra vita.

Parlare tanto. Star zitte. Un po’ come ci pare.
È una vita che lottiamo. Ora, si fa a modo nostro. 

Donne, che belle che siamo!

EUTANASIA E ITALIAN STYLE. L’indignazione che dura 24 ore. 

“È incredibile che si debba infrangere una legge per veder rispettati i propri diritti”.
La frase riempie da giorni la bocca di tutti.

I media portano alla ribalta il tema dell’eutanasia e gli italiani si indignano.

Prepotentemente. 

Siamo un popolo curioso…

Che si anima a sprazzi, per poi tornare beatamente al proprio normale dormire.

Lo spiegava già molti anni fa Felice Lima che vedeva, come sta avvenendo in questi giorni,molto evidente il divario tra teoria e pratica.

Nella teoria ( ciò che fa muovere la nostra coscienza comune ) si ricerca la giustizia, il rispetto delle regole e del prossimo, mentre nella pratica vi è la prassi, quel ” funziona così “ che arriva quasi al paradosso. 

Nella vita degli italiani prendono sempre più piede le regole non scritte.

Vogliamo le strade sicure e punizioni adeguate per i pirati della strada, ma poi dotiamo le macchine di aggeggi che intercettano gli autovelox, non paghiamo le multe, non mettiamo le cinture o beviamo sperando di non trovare la pattuglia.

Pretendiamo una sanità eccellente ma chiediamo al nostro medico un certificato al telefono, magari lasciato al frutta e verdura del piano terra, così non si deve nemmeno parcheggiare.

Pretendiamo che il servizio pubblico funzioni, ma se lavoriamo in quel sistema non ci facciamo grandi problemi ad allungare una pausa caffè. 

Vogliamo servizi all’altezza delle nostre grandi aspettative ma a pagare le tasse facciamo fatica, più per principio che per altro.

Siamo dipendenti pubblici e urliamo che le tasse ce le tolgono dallo stipendio, quindi siamo onesti, ma non è grave se poi arrotondiamo con lavori extra, esentasse.

Abbiamo le città sporche, Uh ! quanto ci dà fastidio. Ma la carta per terra la buttiamo. Un gesto rapido, che nessuno veda. 

Amiamo gli animali, abbiamo il cane, lo adoriamo, ma che fatica raccogliere i suoi escrementi da terra.

Non troviamo parcheggio? Piuttosto che pagare il biglietto ( o fare dieci passi a piedi) ci mettiamo in tripla fila, con le quattro frecce. 

Perché ? 

È l’Italian Style.

Per cui il politico che ottiene un favore deve morire, ma la nostra telefonata per raccomandare un parente o un amico è sacrosanta.

Ci riteniamo così liberi, oramai, da poter addirittura confessare i nostri “raggiri” facendone vanto. E quando li spieghiamo, ci teniamo a specificare che qualcosa di peggio esiste. 

È l’apoteosi del non problema. Per cui siccome la regola è fastidiosa per tutti, la si infrange tutti allegramente. 

Nonostante questi comportamenti siano sotto gli occhi di chiunque, tutti i giorni, ci si sente onesti

Nonostante il commentare in modo astioso qualunque notizia, non ci si sente razzisti.

Nonostante non si legga un giornale, non si conoscano le vicende o i fatti, ci si sente informati.

Poi.

La TV.

Che solleva un tema importantissimo. Un argomento di cui si fa fatica a parlare, anche perché intimo e delicato : la morte volontaria. 

Tutti a schiena dritta. Tutti pieni di solidarietà, arrabbiati, addolorati. 

Senza pensare che dietro a queste lotte, tanto sotterranee quanto fondamentali per una società che voglia definirsi un poco evoluta, ci sono persone che lavorano ogni giorno. E che arrivano al punto di autodenunciarsi per istigazione al suicidio per creare un precedente che possa potenzialmente aiutare tutti. 

La loro lotta va avanti senza urla e senza paroloni, con la fermezza di crede davvero che anche un singolo possa fare la differenza

Che è proprio ciò che dimentichiamo noi.

Continuando a pensare che “se non succede a me non importa”. Perché solo quando un problema ci riguarda da vicino ci interessiamo. E questo “vicino” sta incredibilmente diventando “quello di cui tutti parlano”. 

Forse capendo profondamente che le nostre azioni, piccole e quotidiane, possono comportare grandi cambiamenti, potremmo arrivare da qualche parte. 

Perché si sa. Di eutanasia ne parleremo sì e no ancora ( forse) un paio di giorni. Poi si tornerà all’oroscopo. Al meteo. Al buongiorno. E all’aria fritta. 

” Ci salveranno le minoranze vitali, motivate e creative che svettano sul blob generale?”. 

Chissà.

Inizio a crederci poco. Ma provo a metterci impegno, ogni giorno.

E spero in un miracolo