FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

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LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

CONTENITORI E AMORE

Un sabato ogni quindici giorni mangio una cena al volo dai miei genitori. Succede perché devo recuperare i miei ragazzi ma anche perché solitamente il sabato è una giornata campale in cui spesso non vedo nè colazione nè pranzo e questa cena è balsamo per lo stomaco. 

In quel sabato sera faccio due chiacchiere da tranquilla con loro, mi gusto un pasto preparato, seduta al tavolo e con calma. 

Impagabile. 

Oggi la cena è saltata.

Colpa mia. 

Ho finito tardissimo e volevo solamente tornare a casa. 

Avrei sicuramente saltato la cena. Quando è così non cucino nemmeno a pagamento, sazia della mia stessa stanchezza. 

E invece … babbo mi ha preparato il contenitore

Ecco, io sul contenitore mi sciolgo

L’idea che abbia cucinato, che si sia dispiaciuto della mia assenza e che abbia messo il mio cibo in quella scatoletta a me commuove. 

Questa cena del sabato mette i miei genitori duramente in crisi ogni volta. Mia madre specialmente sono anni che non capisce cosa diavolo mangi io. 

Il giorno che le ho spiegato della mia scelta vegetariana mi ha guardata come se le avessi comunicato l’imminente esplosione del globo terrestre. 

“Ma perché ?”. Mi ha chiesto.

Io e mia sorella siamo il prodotto di una donna sarda che ha sposato un toscano. Motivo per cui da piccole siamo state svezzate direttamente con maiale allo spiedo e bistecche di brontosauro al sangue. 

Ho spiegato a mia madre che avermi a tavola non deve essere un problema, e che io mi adatto comunque a mangiare ciò che posso. Nessun menù a parte. 

Ma no

Non se ne fa una ragione. 

“Ho fatto la salsina verde”.

“Ha le acciughe mamma?”.

“ Sì, ma poche”.

Mmmm…

“Ho fatto la torta salata. Mangia tranquilla che di prosciutto ne ho messo pochissimo..”

“Mamma …”

“ Ma è solo prosciutto !”

O come stasera:

“Il tonno lo mangi?”

È pesce, mamma, anche se in una scatoletta è pesce …

Non c’è verso.

E a me fa un sacco ridere. 

“ Dai Stefania, per una volta, non succede niente..”

Si dibatte in modo amorevole e le tenta tutte. 

Mio padre invece pare aver metabolizzato e si cimenta in preparazioni di vario tipo. 

Stasera ha fatto le polpette di fagioli. Per me. E vedendole avanzare causa assenza della sottoscritta ha preparato il contenitore

Sei polpette. Disposte alla perfezione. Con calma e cura. Tutte della stessa dimensione. Panatura impeccabile. 

L’ho aperto a casa e ho fissato l’opera. 

Son polpette, direbbe chiunque. 

No

Quello è proprio mio papà. Quella è la sua attenzione

E mi ha ricordato le gite da ragazzina con lui che si svegliava presto e mi preparava il pranzo da portarmi dietro.

Quei pomodori tagliati a cubetti, o il panino scientifico in cui nulla sbordava. 

Il sacchetto in cui riponeva il suo amore. La forchetta chiusa nel tovagliolo e un frutto. Pensava a tutto. 

Non ci badavo, allora. 

Oggi invece ripensandoci, ho fermato gli occhi su quella sua piccola opera d’arte e ho sorriso. 

I papà sono patrimonio dell’umanità. 

E i contenitori pure. 

Anche a quarant’anni. 

❤️

In foto : babbo annuncia contenitore, figlia felice

RINASCERE UOMO? Naaaa…

Quante volte le mie clienti sul lettino si dimenano tra dolori indecenti e a denti stretti mi sussurrano : nella prossima vita rinasco uomo.

Questo succede mentre io mi districo in operazioni ginecologiche di alto livello, spiegando che magari se evitassero il semplice risveglio primaverile del “levami tutti i peli” si soffrirebbe meno tutti.

Io compresa.

Non avrei nessuna voglia di rinascere uomo.

Un uomo oggi vive costantemente sotto la lente di ingrandimento. Molto più di noi.

Intanto magari ha una moglie che lo spedisce dall’estetista a levarsi i peli, e credetemi, soffre come un cane.

Ne ho visti in lacrime.

Perché, ricordiamolo, noi possiamo essere pelose, ma loro hanno le liane. Ascelle che sembrano capelli, schiene da pettinare, riporti sulle cosce. Prova a strapparli quei peli lì! e poi mi dici cos’è soffrire…

Noi siamo programmate al dolore, il fatto che non perdiamo la vita con le doglie dimostra il carico che ci ha donato la natura.

E poi noi pretendiamo di tutto.

Che siano maschi, ma teneri, che spacchino le pietre ma senza ruttare, che apprezzino la nostra cucina ma cucinando loro.

Vogliamo che facciano i fidanzati/mariti/amanti ma anche i padri. E che non vomitino cambiando un pannolino.

Che parlino. Che ascoltino. Che capiscano.

Cos’hai amore?

NIENTE.

E DEVONO capire.

Capire cosa? che nemmeno noi ci capiamo un cazzo di quello che ci passa per la testa…

Hai il ciclo? chiedono.

Perché poveretti mica hanno ancora capito che noi il ciclo l’abbiamo tutti i giorni. Basta un nulla, un respiro sbagliato, una parola storta, una piccola dimenticanza che il ciclo ci arriva.

Istantaneo.

Mentale.

E la menopausa non è un traguardo. Il ciclodramma non finisce MAI.

È perenne e avvolto nel mistero. Non si sa quando arriva, non si sa perché e non si sa QUANDO passa.

Stai male?

MA SECONDO TE? E parte il ruggito… poveretti.

Questi camminano sulle uova tutti i giorni, signore mie, con un inconfessabile terrore di essere sbranati a tradimento di notte.

L’uomo di oggi deve essere psicoginecologo praticamente.

Deve individuare il prima possibile l’inizio del nostro delirio e fare come fanno gli analisti : buttare lì una domanda e lasciare che la seduta inizi, pronto a una valanga di merda.

E questo se hanno la fortuna di avere in casa una donna che parla.

Perché se poco poco lei ha crisi sociopatiche con mutismo a oltranza, son cazzi.

Ditemi che non vi è mai successo. Togliergli parola, saluto, sguardo e ossigeno PERCHÉ DEVE CAPIRE.

Cosa deve capire?

Capisce che siamo matte…

“Gli uomini non sono più quelli di una volta”. Dico io, per fortuna.

Mio nonno, semplice e sincero, in situazioni come queste avrebbe consigliato senza giri di parole a sua moglie di buttarsi un po’ d’acqua fredda in faccia. Datti una calmata, insomma.

Gli uomini di oggi vivono con un punto interrogativo sulla fronte per massimo due giorni, poi in qualche modo si esprimono. È evoluzione della specie.

Lo sanno che siamo mine vaganti …

Un giorno è venuto qui un mio cliente e mi ha detto : Anna mi ha appena scritto un messaggio. Diceva : “pensaci e quando capisci ne parliamo”.

Secondo me ci sta pensando ancora adesso. Credo che si sia interrogato su qualunque cosa, dal bucato steso storto alla spazzatura non buttata, al ritardo di tre minuti e alla pasta cotta troppo al dente.

E poi magari Anna aveva accorciato la frangia e invece lui aveva notato le scarpe.

Ma ci rendiamo conto?

No no. Preferisco mille volte essere donna e sentirmi dire che sono ciò che ( in effetti) sono , che non dover vivere con l’ansia da prestazione sempre.

Che poi se son maschio e mi monta l’ansia anche il mio bene più prezioso (…) smette di rispondere ai comandi ed è un disastro su tutta la linea.

Noi ci appropriamo di tutti i ruoli e con fierezza sgomitiamo nel mondo. Tra sbalzi di umore e geometrie esistenziali, come diceva qualcuno, con la sola incombenza di levarci i peli.

E di essere in forma e sexy.

Mamme e amanti hard.

Lavoratrici e lupe alla tana. Organizzatrici di vite e orizzonti.

Dive da copertina con propensione allo sport.

Decise ma sorridenti.

Ferme e comprensive.

Empatiche.

Simpatiche.

Rapide ma non caotiche.

Intelligenti ma non noiose.

Tutto questo con il ciclo perenne.

Dai! è fighissimo! 🤦🏻‍♀️

LETTERA DI UNA FIGLIA A SUO PADRE.

Avevi la barba lunga, i pantaloni a zampa e gli zoccoli ai piedi. Se ci penso ora sorrido, ma allora eri un gran figo.

La mamma si faceva i codini e usava le zeppe; nella valigia che ti ha portato qui, chissà quale vita.

Chissà cos’è stato il tuo tempo in Toscana e ciò che hai lasciato per diventare “noi”. Ricordi chiusi in un cassetto che custodisci gelosamente. Fai bene.

Di sicuro in quel cassetto non c’è il ballo. Sei nato con due piedi sinistri dici tu.

E nemmeno il canto direi.

Chi cantava era mamma.

Ciò che porti da sempre con te è la voglia di raccontare. Quante storie, quanti aneddoti, quanto sapere.

“Ero sempre malato da piccolo, così ho letto tutte le enciclopedie che avevamo in casa”. Ti sono rimaste tutte incastonate in testa.

Quante cose che sai papà!

Sarò sempre affascinata dalla tua infinita conoscenza.

Hai lavorato tanto. Non perché fosse necessario. Lavoravi perché ti piaceva un sacco, forse più che stare a casa.

Non sei mai stato quel genere di padri che si siedono a giocare coi figli.

Quella era mamma.

Ma alcuni “riti” li ricordo bene.

Come andare a letto “a cavallo”, e il cavallo eri tu. E fingevi di morir di fatica ogni volta, e più morivi e più noi ridevamo.

O la serata schifezze. Mamma era nel trip dei corsi serali di cucito ( questa cosa prima o poi la devo raccontare per bene) e noi avevamo la nostra serata trasgressiva. Eri un perfetto direttore d’orchestra, e approfittando che la mamma era via si mangiavano cibi proibiti sul divano con la tv accesa.

Papà, questa cosa la faccio ancora adesso, sai?

Se son da sola mangio sul divano: mi fa un po’ film americano e un po’ infanzia nostra.

Non sono stata facile.

Tagliata a metà tra la figlia bella diritta su cui riporre parecchie aspettative e la ribelle cocciuta che vuole fare il suo.

Quante volte per protesta ho dormito sul pavimento. Che poi l’unica scomoda ero io.

Quante volte ti ho tolto la parola, anche per lungo tempo.

Quante volte ti ho messo in mezzo ai miei scontri titanici con la mamma. E a entrambe dicevi “ dai, lo sai che è fatta così “.

Papà l’eterno mediatore, ancora oggi che siamo tutte grandi.

Papà unico uomo in una famiglia di donne. Unico ramo maschile di un albero matriarcale dalle radici profondissime.

Penso a tutto ciò che è successo nella nostra vita e a quante volte hai fatto retromarcia di fronte alle decisioni del Clan. Roba da far tremare Isabel Allende.

Ogni tanto arrivava un alleato maschio. Prima erano i gatti, che casualmente “trovavi “( nessuno lo dica a mamma) e che poi per vecchiaia ci lasciavano.

Poi i nostri fidanzati.

Siamo state fortunate, hai voluto bene a tutti e, diciamolo, tutti hanno voluto bene a te, forse anche per naturale solidarietà maschile.

In una famiglia di donne leader, l’unico modo per tenerle buone è riempir loro la pancia.

Non ricordo giorno in cui tu non abbia cucinato. A casa nostra non sono mai mancati i libri di cucina, le dispense, i raccoglitori e i quadernoni su cui appuntare ricette o attaccare i ritagli delle migliori trovate sui giornali.

La cucina è un altro posto in cui non conosci segreti, e persino i nostri figli ti sfidano nelle preparazioni più difficili. E tu li sai sempre stupire.

Per te son sempre stata “Chicca”. Sei l’unico al mondo a chiamarmi così. Ancora oggi succede quando ti telefono : “Ciao Chicca”.

Con quello strascico toscano che qui tutti capiscono che arrivi da fuori, e poi quando vai dai tuoi ridono del nuovo accento piemontese. Un ibrido.

Eh, i toscani son simpatici…

Bugia! Hanno un carattere terribile, da un attimo all’altro passi dall’essere miglior amico a uomo morto. Focosi. Testoni. Guerrieri nella dialettica. Ma col cuore grande. E un po’ mi ci vedo.

Eri tanto selvatico ma poi il cuore te l’ha ingrandito la mamma, che ti ha dato due figlie, più una. Tre donne oramai adulte che oggi ti affidano figli e commissioni, perché insomma sei in pensione e di lasciarti in pace non se ne parla proprio. Trovi spazio per tutti : grazie.

Ti ho visto invincibile per molto tempo. Finché è arrivato l’ospedale e ti hanno mangiato via un polmone. Anche lì hai fatto il tuo, con forza e buon umore. Dimostrando che si può avere moltissima paura ma anche grandissimo coraggio. Oggi ne ridiamo tutti, per fortuna.

Per la festa del papà ti ho fatto tantissimi regali. Anche alla mamma ne ho fatti, ma i tuoi erano indubbiamente più brutti! Eppure li hai esposti tutti come trofei sulla scrivania al lavoro. E le cravatte… che cravatte orrende ti ho comprato papà! “Questa è talmente strana che non la mette” e invece il giorno dopo l’annodavi alla camicia e partivi. Chissà che pensavano di questo capoufficio con le cravatte con gli orsi…

Nessun regalo quest’anno, come da tempo ormai. Ma un pensiero sorridente su chi sei e chi sei stato; un piccolo, piccolissimo spaccato.

Su come i rapporti cambiano e su come ci si vede a distanza di anni.

Su come si cambia noi e su come si impara a perdonarsi a vicenda.

Perdonarsi.

Tra genitori e figli è spesso lotta. Ma poi, per tanti motivi le armi si posano e ci si guarda negli occhi.

E noi gli occhi li abbiamo grandissimi, vero papà ? Ci sarà un motivo se li abbiamo grandi così.

Forse, è solo per commuoverci meglio.

Chissà.

19 Marzo 2018

Auguri papà.

.: BLA BLA BLA :.

.: BLA BLA BLA :.

A te uomo che stai per digitare “IO LE DONNE LE AMO TUTTO L’ANNO “

A me questa sembra la giustificazione di ogni festività.

“ Eh ma io le cose imposte…” dirai tu.

Certo, il che vale per chi davvero celebra il proprio amore sempre. Ma lo sai bene, alle donne, basta poco.

Quanti mazzi di fiori hai regalato a caso? Quante sorprese a caso hai fatto?

Parlo al genere maschile ( perché tu non so che fai )che ancora oggi, in gran parte, tentenna di fronte al gesto sentimentale.

Un biglietto con una frase carina lasciato al mattino sul tavolo. Mica sempre. Ogni tanto!

Un invito a cena.

Uno straccio di fiore il 27 maggio, che ne so, per dire un giorno qualunque davvero.

Ma anche la neve spalata, un piatto di pasta pronto, un abbraccio che non ti aspetti, la borsa pesante che ti offri di portare, un “tranquilla ci penso io”.

Un gesto che sia uno! Non è che ci offendiamo!

Le donne son semplici in questo.

Bastano attenzioni piccole. E non ne ho mai vista una che buttasse nel cesso un mazzo di rose gridando “a me i fiori non piacciono!”.

Chissenefrega dell’8 marzo?

Ok.

Ma allora davvero fate sì che le donne non debbano sempre aspettare una ricorrenza qualunque per avere dimostrazione di un affetto che c’è.

Lo sanno che c’è!

Sicuramente lo vedono e lo sentono.

Solo magari una frase d’amore sarebbe bello trovarsela in tasca in un giorno qualunque su un pezzo di carta.

Sai cosa produrrebbe ?

Un sorriso santocielo !

SORPRENDETECI !

Lottiamo da mille anni come delle deficienti per la nostra emancipazione e ci stiamo quasi riuscendo. Ci facciamo il culo a capanna quanto voi per il solo merdosissimo gusto di dire che lo facciamo.

Che fatichiamo.

E ci diciamo pure brave da sole.

Uh! che soddisfazione …

Una volta all’anno ci danno una festa ( lavorativa eh!) e ci sentiamo pure dire che “no, niente regali, perché io le donne le amo tutto l’anno”.

Ma smettila, dai.

Dimostratecelo. Concretamente. Perché per il momento, tutte queste donne stupite dei grandiosi gesti dei loro uomini io non le vedo.

Ma forse, in fin dei conti, questo è il modo di pensare di una donna.

Ecco perché non funziona.

NB

Avviso urbi et orbi.

Pretenderò dettaglio di ogni rappresaglia amorosa da chi domani scriverà “io le festeggio ogni giorno le donne”.

Voglio l’elenco degli stupori memorabili che le regalerai a casaccio.

Diversamente esiste una valida alternativa: fai finta di nulla e lascia che l’8 marzo scorra senza le tue grandi perle di saggezza, caro maschioviamosempre.

O la nostra mente leggerà un unico verso : BLA BLA BLA.

.: DUE :.

La vita incasinata.

I sorrisi regalati.

Gli abbracci inaspettati.

I miei capelli spettinati al mattino.

Un sussurro in un orecchio. Parole piccole che son grandi cose.

Ciò che ci unisce. Ciò che ci divide. Insieme ma distinti.

Gli incastri perfetti. Le parole non dette. Gli sguardi che parlano. I tuoi occhi che mi leggono. Sempre.

Capirsi a respiri. O a mezze parole.

Pensare grande. Realizzare insieme. A volte lasciar perdere perché c’è troppo da fare.

Voler far tutto.

Tu con calma.

Io con fretta.

Come sulla macchina.

Vai piano. Va bene. Ci provo…

È un tempo piccolo confronto a una vita.

Un tempo infinito rispetto ai traguardi.

E mi smussi ogni giorno. Con la pazienza di chi ama. Fai bene.

Due teste, due vite. Un unico grande abbraccio.

Sei calma. Sei casa.

Sei chi chiamerei in qualsiasi momento.

Sei l’uomo con cui vorrei invecchiare. Chissà dove. Chissà come.

Sei semplicemente ciò che ho sempre cercato. E con te, lo vede chiunque, posso solo migliorare.

Ti amo forte.

Che poi è il riassunto perfetto.

18DUE2018

DUE ANNI di te