SIGLA! Annoduemiladiciassette

I bambini stanno bene. Come sempre, si parte dalle cose importanti davvero.

Molti sorrisi.

Molta fatica fisica.

Molta testa impegnata.

Un anno pazzesco. Di nuovo.

Ho allenato la pazienza. L’ho usata e ne sono felice.

La mia promessa è rimasta al dito e la ricordo ogni giorno. Ci sto riuscendo.

Tantissima luce. Pochissimo buio. Rivoluzione. E non è tutto merito mio.

Ho espresso un desiderio. Non è stato il suo anno, ma tutto non si può avere. Anche questo è il bello.

Cambiamenti. Tantissimi.

Attendo i prossimi, basta che non inizino con la parola “trasloco” però. Quello basta.

Soddisfazioni (enormi ), gioia, stupore e meraviglia.

Porto spesso con me l’idea di non meritarlo. Invece, a volte, succede.

Ho detto molti grazie. Sono stata aiutata, supportata e amata. Quei grazie non basteranno mai.

Sono piena di gratitudine per questo anno e per le persone che ne hanno fatto parte.

Buona quanto basta ma mai a caso. Ancora fatico a dimenticare. Non sarei io, se non per somma di eventi.

Pretendo spesso la lettura della mia mente. La comprensione degli intenti. L’ubiquità. Il far tutto e bene. Pretendo il massimo. Ecco : potrei smetterla tanto non ci riesco. Per ora…

Amici solidi. Hanno ascoltato preoccupazioni, drammi passeggeri, lacrime private, ansie immotivate. Quelle cose da femmine che mi tengono a terra e mi fanno toccare con mano tutta la mia fragilità. Grazie.

Sono successe moltissime cose, alcune molto potenti. Hanno un vettore speciale, e occhi “grandissimi e belli”.

Un anno privilegiato. Nulla è stato gratis, ma tutto ha trovato il suo posto. Me compresa.

Il 2018 sarà l’anno dei miei 40.

Li ho da un po’ ma quest’anno li compio davvero. Ci vuole una festa, santocielo !

Saluto l’anno più impegnativo in assoluto. Ho dato tutto ciò che potevo. E vorrei continuare a farlo.

Avanti tutta !

SIGLA!

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BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

Tutti i diritti riservati

SILENZIO PREGO. 

Hai mai conosciuto un mostro ? No. Non parlo del branco. Dei violentatori. Delle bestie.

Parlo di lei. La vittima.

Mostro?

Sì. Proprio così. L’hai mai conosciuta una Mostro? Io sì. Per questo voglio spiegarti un paio di cose.

Una donna violentata é un mostro perché uno o più pazzi l’hanno fatta a pezzi. La violenza sessuale, a qualunque livello , strappa prima l’anima, poi il cuore, poi il cervello. Nei casi più gravi anche gambe e braccia, tanto da renderla paralizzata.

La donna in questione se può cerca aiuto, ma tante volte per pudore timore vergogna fa da sola. Si ricompone e diventa una Mostro.

Mette un piede al posto di una mano e non sa più accarezzare. Una gamba al posto di un braccio e non sa più abbracciare. Il cuore nella testa e la testa nel cuore. E l’anima ? L’anima la seppellisce. Magari tutta la vita.

La Mostro fortunata trova un uomo a cui raccontarsi.

Le reazioni sono due. Lui capisce e empatizza così tanto da riuscire a vederla normo dotata. La aiuta via via a mettere a posto qualche pezzo e se è Falcor della storia infinita trova anche l’anima seppellita.

Oppure.

Parte con invettive di ogni tipo, vuole uccidere lo stupratore, o peggio parlargli per leggere la verità e l’imbarazzo nei suoi occhi, salvare la bella, farle cambiare città e mille altre improbabili peripezie. Salvo poi alla prima discussione darle della psicopatica e dell’irrisolta.

Quello che i più non sanno della Mostro è che a lei di tutto questo non importa nulla.

Se mette in mano una verità così terribile è solo per avvisare che tipo di mina esplosiva si abbia tra le mani. Al fortunato viene però anche consegnata una cassaforte e tutta l’artiglieria degli artificieri al completo.

Una Mostro infatti quando ne parla è già oltre. Così /oltre\ che quando sente “pena di morte” o “castrazione ” o “li prendiamo di notte” , sorride.

Nessuno stupratore sopravvive. Non dico alla vita. Dico alla propria coscienza. Può tentare, come fa la Mostro, ma la sua notte è lunga e buia.

La Mostro risorge. Rinasce. Mille volte. Ha addosso una corazza così forte che mai più qualcosa o qualcuno potranno farle quel male li.

Ha tutto da ricostruire è vero, ma non può che essere meglio.

Va accudita un po di più. Io dico che va “addomesticata”. Perché ha da reimparare due cose fondamentali: la fiducia e l’amore. Nel farlo dà tutto, ed è così impegnata a provarci che tutte le chiacchiere sull’argomento non hanno valore.

Solo due persone hanno diritto di parlare. Chi le ama, e le Mostro.

Chi le ama ha già tanto da fare.

Le Mostro non hanno più nulla da dire.

Dunque. Fate la cortesia.

State zitti.