.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

Tutti i diritti riservati

SILENZIO PREGO. 

Hai mai conosciuto un mostro ? No. Non parlo del branco. Dei violentatori. Delle bestie.

Parlo di lei. La vittima.

Mostro?

Sì. Proprio così. L’hai mai conosciuta una Mostro? Io sì. Per questo voglio spiegarti un paio di cose.

Una donna violentata é un mostro perché uno o più pazzi l’hanno fatta a pezzi. La violenza sessuale, a qualunque livello , strappa prima l’anima, poi il cuore, poi il cervello. Nei casi più gravi anche gambe e braccia, tanto da renderla paralizzata.

La donna in questione se può cerca aiuto, ma tante volte per pudore timore vergogna fa da sola. Si ricompone e diventa una Mostro.

Mette un piede al posto di una mano e non sa più accarezzare. Una gamba al posto di un braccio e non sa più abbracciare. Il cuore nella testa e la testa nel cuore. E l’anima ? L’anima la seppellisce. Magari tutta la vita.

La Mostro fortunata trova un uomo a cui raccontarsi.

Le reazioni sono due. Lui capisce e empatizza così tanto da riuscire a vederla normo dotata. La aiuta via via a mettere a posto qualche pezzo e se è Falcor della storia infinita trova anche l’anima seppellita.

Oppure.

Parte con invettive di ogni tipo, vuole uccidere lo stupratore, o peggio parlargli per leggere la verità e l’imbarazzo nei suoi occhi, salvare la bella, farle cambiare città e mille altre improbabili peripezie. Salvo poi alla prima discussione darle della psicopatica e dell’irrisolta.

Quello che i più non sanno della Mostro è che a lei di tutto questo non importa nulla.

Se mette in mano una verità così terribile è solo per avvisare che tipo di mina esplosiva si abbia tra le mani. Al fortunato viene però anche consegnata una cassaforte e tutta l’artiglieria degli artificieri al completo.

Una Mostro infatti quando ne parla è già oltre. Così /oltre\ che quando sente “pena di morte” o “castrazione ” o “li prendiamo di notte” , sorride.

Nessuno stupratore sopravvive. Non dico alla vita. Dico alla propria coscienza. Può tentare, come fa la Mostro, ma la sua notte è lunga e buia.

La Mostro risorge. Rinasce. Mille volte. Ha addosso una corazza così forte che mai più qualcosa o qualcuno potranno farle quel male li.

Ha tutto da ricostruire è vero, ma non può che essere meglio.

Va accudita un po di più. Io dico che va “addomesticata”. Perché ha da reimparare due cose fondamentali: la fiducia e l’amore. Nel farlo dà tutto, ed è così impegnata a provarci che tutte le chiacchiere sull’argomento non hanno valore.

Solo due persone hanno diritto di parlare. Chi le ama, e le Mostro.

Chi le ama ha già tanto da fare.

Le Mostro non hanno più nulla da dire.

Dunque. Fate la cortesia.

State zitti.

UNA STORIA SILENZIOSA

Si sono sposati stamattina. Lei 60, lui 71 anni.

Laura è la mia dirimpettaia da sempre. La sera, dopo che io metto a letto i bambini e lei ha finito di rassettare la cucina, ci affacciamo al balcone per una sigaretta e chiacchieriamo. Qui da me, nel centro storico, è quasi prassi. Il vicinato lo conosci e lo vivi. E non hai bisogno di whatsapp perché hai il balcone o la strada.

Laura mi parla sempre di “lui”. LUI non ha un nome. Non l’ho mai saputo e mai oserei chiedere. Non ha nemmeno un volto, tanto che mi è capitato spesso di pensare che Laura lo avesse inventato come fanno i bambini con gli amici immaginari.

LUI ha sempre vissuto in un’altra casa, chissà dove e chissà perché. In questo ménage misterioso non ci sono figli, nonostante stiano insieme da vent’anni, perché loro amano i gatti. Laura ha sempre un gatto che le struscia le caviglie mentre parliamo al balcone.

Dopo tanto tempo hanno deciso che forse la loro vita da pendolari amorosi poteva finire. Laura la vedevo partire la sera col borsone e un borsellino piccolo. Nel mio immaginario portava via un paio di cambi e spazzolino e dentifricio. Una donna con coraggio. Se per vent’anni riesci a non invadere uno spazio nemmeno con lo spazzolino hai tutta la mia ammirazione.

LUI è andato in pensione l’anno scorso. Da qui la decisione di aiutare lei nell’ingrandire un po’ la casa e “fare spazio” a nuovi mobili.

Avviene il trasloco. Credo di notte. Nessuno si è accorto di nulla. Solo lei la sera, nella nostra pausa, mi comunicava l’avanzamento lavori. I muratori hanno quasi finito…la tinta è quasi asciutta…ho la cucina piena di polvere…sta portando qua tutti i libri…non trovo più niente !

Dopo una vita da finta single, l’arrivo di un uomo come LUI deve essere stato un cataclisma.

Me li immaginavo finalmente insieme. Lei a finire di sistemare la cucina e LUI sul divano con qualche librone aperto sulle ginocchia. Chissà che faccia ha…

Avranno parlato e fatte le dovute considerazioni, tant’è che un mese fa, con una mano sulla fronte e il sorriso imbarazzato mi dice “ci sposiamo”.

Ho avuto un tuffo al cuore. La mia Laura si sposa!

Per l’occasione hanno passato la notte divisi, come fidanzati di altri tempi. Ieri sera di sigarette ne abbiamo fumate due. Nervosa Laura. Preoccupatissima di risultare patetica.

Le ho espresso la mia stima. Per me oggi hanno compiuto il passo migliore: il suggello di un amore consapevole e adulto. Quaranta invitati, un pranzo semplice e una serata di festa. Forse dovrebbe essere proprio così.

Un amore senza chiasso. Un matrimonio pensato e voluto. La celebrazione in festa vera.

Stasera sul balcone sarò da sola ma avrò la compagnia di una giornata tutta da immaginare, in attesa che me la racconti lei.

Buon viaggio Laura. Ti voglio bene. E oggi, col cuore, ti invidio un po’.

LE PAROLE NON BASTANO? 

Poco avvezza all’uso del televisore, ogni tanto lo accendo e scopro l’incredibile.

Nemmeno mi soffermo sulla pubblicità dei tampax messi in mano agli uomini ( ci manca solo la didascalia “poveri stronzi” poi è completa) ridotti a mimare l’inserimento del tampone. Evidentemente la mente creatrice dello spot è una donna parecchio incazzata.

Mi fa riflettere invece una nota marca di gioielli che propone gli anelli TI AMO.

Tre modelli: TI AMO ( e basta) , TAOGD+ ( studiato per i ggggiovani , sta per TI AMO OGNI GIORNO DI PIÙ ) e poi il modello multietnico con il TI AMO scritto in quattro lingue diverse.

Pazzesco

Insomma,se ami qualcuno , gli rifili un anello e via. Perché sprecare parole, farsi travolgere dalla passione e esplodere nella più tradizionale delle esternazioni amorose, quando puoi entrare in gioielleria e con poco meno di cento euro donare il sorriso alla persona amata? Mah.

In effetti il gesto risulta più normale rispetto a quello virtuale. Sui Social, se non aggiorni la tua “situazione sentimentale ” sei uno sfigato. Se non sei “fidanzato ufficialmente con..” hai sicuramente problemi. Al punto che negli sms di attracco, l’aggancio ufficiale oramai è ” Ho visto su Facebook che non stai con nessuno”. Sì, in effetti non sto con nessuno che mi trituri i maroni con questi messaggi. Ciao.

Se invece porti l’anello TI AMO, nel mondo reale cambia tutto. È più di un marchio a fuoco. Sorpasso in quinta della fede nunziale.

Non sarà che non abbiamo coraggio?

Dire a qualcuno ti amo o ti voglio bene è impegnativo. Ci va convinzione. È impegnativo soprattutto per chi non se l’è mai sentito dire.

La nostra generazione rivolge spesso ai propri figli frasi cariche d’amore e dispensa abbracci con molta naturalezza. Ma è allo stesso tempo figlia di genitori decisamente più asettici.

I nostri padri ci hanno tirati su a sguardi monolitici e pedate nel sedere ( i più insomma) e se arrivava un “bravo” era semplicemente per merito. Quante delle nostre mamme ci hanno guardato profondamente negli occhi dicendoci TI AMO?

Io credo poche.

Per questo si fa fatica a esprimere l’amore.
Difficile replicare un comportamento non acquisito. È un po’ come per il calcio. Se il babbo tifa, anche il figlio qualcosa ne mastica alla fine. Ma se il babbo il calcio non lo segue, si cresce senza capire perché la gente si danna per una partita.

Dire TI AMO è liberatorio.

È uno degli archetipi più banali, e allo stesso tempo con più barriere mentali in assoluto. Come se due semplici parole obbligassero al suggello eterno, mentre sono la più limpida rappresentazione dello stato d’animo NEL momento, solo con un coinvolgimento tale da far fibrillare il cuore.

Cosa si può chiedere di meglio?

Mettersi a nudo, fisicamente e mentalmente, è terribilmente difficile. Lo dico io che lavoro ogni giorno con l’imbarazzo delle donne a spogliarsi. Gli uomini ancora oggi si stupiscono del fatto che moltissime donne ( si parla del 75%) accettino di buon grado la penombra in camera da letto, ma preferiscano decisamente il buio. Lasciarsi andare, abbandonarsi e ancor più amare , è un esercizio mentale da agonisti al giorno d’oggi. Per questo a mio parere le parole TI AMO hanno davvero grande potenza quando vengono PRONUNCIATE.

Le parole BASTANO.

Regaliamoci parole, e respiri a occhi chiusi.
Anelli no,dai. Banale. Tanto banale.