BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

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DI UOMINI ALFA, NEVE E ODIO MATTUTINO.

Privilegiata fino a sei mesi fa, casa in centro e garage asciutto.

No, la neve non mi ha mai scompensata.

Ma quest’anno pago il conto…

Paesello, auto in strada e neve e ghiaccio. Oltretutto una delle mie caratteristiche è pormi il problema sul momento.

Un po’ come la revisione dell’auto, che scopro scaduta insieme alla pattuglia della stradale.

Insomma, alla pala per la neve non riesco a pensarci nemmeno a novembre. Me ne ricordo direttamente quando fuori ci sono due metri di bianche precipitazioni.

Ieri si sapeva che dopo la neve sarebbe ghiacciato tutto.

Tanto.

Ma tanto tanto.

Roba da scuole chiuse per capirci.

Ho anticipato i miei deliranti ritmi mattutini di dieci minuti, valutando che fosse più che sufficiente.

Sbagliato.

Me ne sono resa conto da lontano che sulla macchina avevo un intero iceberg. Sprezzante e fiera, con passo spavaldo e sguardo carico di dignità ho azionato l’apertura delle portiere a distanza.

Bambini!

Partiamo!

Sbagliato.

“Mamma la macchina non si apre”.

Sigillata dal freddo.

Mi guardo intorno. Solo io e…

LUI :

IL PADRE ALFA.

Il padre Alfa è il marito super eroe che tutto può.

Auto accesa sicuramente mentre la moglie era ancora in pigiama, tuta tecnica adatta anche a -30 gradi, scarpe per scalare l’Everest sorridendo, e mille gadget pronti all’uso.

” Gran gelo stanotte eh?”.

Alfa gioca con il mio odio interiore. Non sa che appena mi si scongela la macchina faccio retro e lo asfalto.

” Eh sì…”.

Abbozzo un sorriso che mi riesce malissimo.

I miei figli non sono all’altezza della situazione e si fanno travolgere dal panico ipotizzando un arrivo in ritardo a scuola con relativa fustigazione in aula magna e altre robe tragiche.

” Ragazzi! TRANQUILLI!”.

Sradico la portiera e mi infilo in auto. Mi sento Di Caprio nella pancia dell’orso in Revenant.

Primo colpo. Non parte.

Al secondo Santo che nomino sento finalmente il motore. Il vetro che ho davanti agli occhi mi fa capire che non sarà affatto facile.

Carico bambini e zaini e con in mano il disco orario mi accingo a sgelare il pianeta.

” Non ha il raschietto?”.

Alfa sta trafficando con il suo. Tre colpi e via.

Secondo te?

Mi trattengo.

” No”.

Alfa scherza col fuoco. E mentre lui ha già ripulito anche le vetrate della chiesa accanto, io intravedo il primo centimetro del mio vetro.

” Dovrebbe usare anche questo”. E sfodera lo spray magico.

Un coso che non so cosa sia ma giuro scioglie tutto in un secondo.

Intanto, mentre la sua famiglia super rilassata prende posto sui sedili già sicuramente caldi, i miei figli implorano ovattati dall’interno del mio igloo a quattro ruote.

” Mamma chiedi se ti presta lo spray !!!”.

Li fisso.

Faccio NO con la testa.

Non emetto mezzo suono.

O Alfa si propone in soccorso o continuo a grattare col disco orario. È una faccenda di onore femminile.

” Ne ha parecchio eh di ghiaccio?”.

Stefania conta fino a 10 mila. Forza Stefania, CONTA!

Mammaaaaaaa !

Entro in macchina.

Giro la rotella del riscaldamento su “tropici” , fulmino i bambini, dò una sgasata di acceleratore che Alfa sicuramente perde un attimo i sensi e regalmente torno in strada.

” Buon proseguimento e buona giornata”, cinguetta.

Gli sorrido come Morticia Addams.

Alfa parte e dà pure un colpetto di clacson.

La foga che mi prende sgela il vetro in pochi minuti e mi lancio sul sedile col fiatone di un maratoneta.

Visto ragazzi? Possiamo partire!

” Siamo in ritardo mamma”.

Serissimi.

Se li abbandono in strada, visto il clima, la pena sarà certamente doppia. Mi sento clemente e mi lancio verso la scuola.

Ha vinto Alfa.

O forse la moglie di Alfa.

Domani giro la provincia e cerco raschietto e spray magico. Se compro tutto, una cosa è certa : non gelerà mai più così.

P.S.

Stasera non potevamo entrare in casa. Lo spartineve aveva murato letteralmente l’ingresso. Così ho dato un senso alla pala riposta nel cortile.

” Se spalasse quando non è ancora gelata, farebbe meno fatica”.

Oddio.

L’Alfa gira anche di sera. Invece no, è un altro. Sono circondata.

Aiuto.

In foto: il mio cortile, tanto per dire che qui non si lancia odio a caso.

IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantisce mamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hula hoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

VUOI UN FIGLIO DI SUCCESSO?

La psicologa Julie Lithcott-Haims ha presentato la sua ricerca alle Ted Conference, conferenze targate USA per diffondere idee innovative nel mondo. Ha stilato i dodici comportamenti e le qualità che accomunano i genitori che vogliono ( e a quanto pare ottengono) figli in grado di diventare adulti di successo

Mi son detta : sono in tempo a impararli a memoria! 

Eccoli, dunque.

PRIMO COMANDAMENTO 

Fargli fare i lavori di casa. Dice Julie che se gli laviamo i piatti loro impareranno che qualcuno lo farà comunque per loro ( già temo crisi nella mamma italiana). I miei figli riordinano, si lavano, fanno malamente il letto, apparecchiano e sparecchiano, ma sul lavaggio stoviglie ancora non ci siamo. Va bene, posso rimediare. Magari iniziando col comprare un servizio di scorta…

SECONDO COMANDAMENTO

Le migliori abilità sociali le hanno i bambini che hanno frequentato la scuola materna. Contando che i miei sono stati lanciati al baby parking già a tre mesi, direi che ci siamo.

TERZO COMANDAMENTO 

Le aspettative dei genitori determinano il percorso scolastico dei figli. Bisogna pretendere il meglio.

Julie, sto un po’ deglutendo, te lo dico…

QUARTO COMANDAMENTO

Il livello di istruzione del genitore determina il percorso dei figli. Madre laureata, genera figlio laureato. Ok, sto aggrottando la fronte, e penso che ho un semplice diploma… Butta male.

QUINTO COMANDAMENTO 

Se insegni presto la matematica, in età prescolare per intenderci, il ragazzino avrà migliori capacità anche nella lettura. In matematica son sempre stata una capra. Mmmm…ok, andiamo avanti.

SESTO COMANDAMENTO

I primi tre anni di vita del bambino sono fondamentali e chi ha ricevuto grandi attenzioni in quel periodo, ha generalmente voti più alti a scuola. Beh, oddio, attenzioni ne ho date, ma, dannazione che ansia !

SETTIMO COMANDAMENTO 

L’adulto stressato o frustrato, stressa e frustra anche il figlio. Ora a Julie scrivo una mail e la invito a casa mia un pomeriggio. Se mi trasforma in Mary Poppins le compro anche il libro.

OTTAVO COMANDAMENTO

Grande beneficio lo hanno i bambini con mamme che lavorano fuori casa. Alle bambine serve per volere altrettanto, ai maschi per renderli responsabili in casa e verso i loro stessi figli. Fa un po’a botte col sesto e il settimo, ma… sull’ottavo sono preparata! 

NONO COMANDAMENTO 

Chi vive in una famiglia agiata ha più probabilità di successo. Va bene che siamo in America e le migliori scuole lì sono a pagamento. Però, insomma. Voglio piangere.

DECIMO COMANDAMENTO 

Bisogna insegnare ai bambini a essere determinati nel raggiungere i loro obiettivi. Consiglio a Julie di farsi un giro alle partite di calcio dei nostri pargoli per scoprire di cosa sono capaci certi genitori. Determinati. Sicuramente.

UNDICESIMO COMANDAMENTO 

Un bambino di successo deve avere un nome semplice e familiare. Ciao. I miei si chiamano Pier Carlo e Guglielmo. Game over.

DODICESIMO COMANDAMENTO

Chi ha successo sa dar valore al cibo. Chi mangia bene fin da piccolo, continua a farlo anche da adulto. E su questo, in effetti…

Quindi, amici genitori, riassumiamo.

I primi tre anni dobbiamo accudirli al massimo, poi dritti alla scuola materna. A quel punto si può lavorare facendosi vedere il meno possibile. Quel poco che stiamo a casa abbiamo da sorridere alla grande, buttar lì un po’ di matematica e controllare che in nostra assenza abbiano svolto le faccende domestiche. La sera, dopo aver rimboccato loro le coperte e infuso dosi di infinita determinazione, ci rimettiamo sui libri per prendere uno straccio di laurea. Se no non vale. Posto che i nostri figli si chiamino al massimo ” Luca”, abbiamo da farci un mazzo così per giungere a uno status economico degno di essere nominato tale. E mi raccomando. La spesa. Facciamola di notte, tanto ora ci sono i supermercati h24. E prendiamo solo roba sana, che alla prima merendina siamo fuori gioco.

Dottoressa Julie. 

Scusi, uso ancora una volta informalmente il suo nome. Ho letto bene tutto, eh. C’è qualcosa, ma giusto qualcosa, che non mi convince. E pensavo che sì, ha ragione, vanno sostenuti e incoraggiati, ma alla fine se avranno successo sarà merito loro.

Che poi Lei, alla fine, di che successo parla? 

Perché io, onestamente, se li potrò vedere adulti, mi accontenterei di ammirarli onesti e coerenti, diretti e sinceri, curiosi e interessati al mondo, capaci di usare la testa ( propria) cavalcando l’entusiasmo. 

Chi diventeranno non lo so. 

So che a me appassiona molto lasciarli fare, ma soprattutto, starli a guardare. 

E gioire per un traguardo, ancor più se fuori ( dalla mia) rotta. 

A SCUOLA DI RAZZISMO

Oggi pomeriggio la mia città ha celebrato il primo matrimonio omosessuale. Gioisco.

A Cuneo sembra che il tempo per tante cose sia un po’ ingessato, ma alla fine, qualcosa muove.

Orgogliosa di questo importante traguardo cittadino appreso dal web, mi accingo a sfogliare il giornale.

Dalla prima pagina de La Stampa, balzo in nona. E dal progresso finisco in epoca preistorica.

“Bagni separati per bambini migranti”.

Leggo l’articolo con nausea in crescita.

La notizia arriva dalla Sardegna che tanto amo, terra generosa e ospitale, con un popolo di grande cuore. Che succede?

Nulla di nuovo.

Razzismo.

Fatico a credere che si possa arrivare a certi livelli, colpendo addirittura i bambini. Qual è stato il problema ? Due bimbi, uno egiziano e uno etiope, di nove e undici anni, arrivano in Italia salvati da una nave militare.

Soli.

Presi sotto l’ala degli assistenti sociali che gli trovano casa in una comunità, a settembre vengono inseriti a scuola. Quinta elementare.

Sembra quasi commovente. Invece no. Scatta la rabbia.

Assemblee infuocatissime da parte dei genitori cagliaritani, richiesta di certificati medici che indichino la buona salute dei nuovi arrivati, dubbi sull’età effettiva dei due bimbi, tanto da far richiedere che vengano mandati in bagni separati. Pare che due famiglie, in un gesto di estrema ribellione, abbiano addirittura deciso di cambiare scuola ai propri figli.

Al di là della risposta imbarazzata di Suor Redenta, maestra nella scuola in questione, che borbotta un ” i bambini forse [nei bagni] si sono separati volontariamente”, è evidente che il problema sia mio.

Ho sempre pensato infatti che i bambini siano tutti uguali.

Invece no.

A Cagliari, in questo quartierino bene, i bambini sono diversi.

Hanno innanzitutto il pedigree e vantano sicuramente origini tanto nordiche da sentirsi autorizzati dalla propria genealogia a essere diffidenti verso il diversamente bambino.

Godono di ottima salute e non si ammalano mai. Grazie alle influenze marine con correnti ammazza microbi che entrano direttamente nelle loro camerette, hanno sviluppato un sistema immunitario pari a una corazza. L’unico tallone d’Achille è rappresentato dalle malattie extra- quartiere, che effettivamente li mettono a grave rischio.

Sono bambini serissimi, che mai e poi mai incrocerebbero le pipì nel wc e non farebbero nemmeno gare di misure sghignazzando nei bagni. Vanno ad espletare i propri bisogni per fasce di età, sesso e reddito.

I bambini del quartierino cagliaritano sono così speciali da avere anche genitori speciali, che li inseriscono in scuole ( speciali ) gestite da religiose, con la precisa raccomandazione di imparare bene tutto a memoria, la fratellanza in primis, ma di resettare ogni nozione alla prima avvisaglia di pericolo.

Sono super genitori, perché riescono a farli crescere con un’elasticità mentale incredibile. Per esempio : i nuovi compagni con la pelle scura sono da ostracizzare, ma se mai si iscrivesse lì la figlia di Obama, il suo colorito sarebbe bellissimo. È così che questi bimbi diventano poi adulti che indossano la maglia D&G, disegnata da due stilisti molto bravi e creativi, ben diversi dai vicini di casa maschi della porta a fianco che invece sono due sporcaccioni.

Ecco tutto spiegato.

Ora capisco la mamma intervistata che dice ” non ci sentiamo sicuri”.

Il pericolo è grosso, e potrebbe sfociare in una contaminazione culturale. Perché si sa, gli stranieri imparano in fretta. I due bimbi ora non parlano italiano, ma appena succederà , chissà cosa potrebbero raccontare.

Sia mai che parlino della loro storia e della loro terra, e che insinuino nella testolina dei piccoli sardi la voglia di sapere, di scoprire, di conoscere, di domandare, o addirittura di viaggiare.

Il problema è davvero mio, che non mi metto in testa che i bambini non sono tutti uguali. Ci sono quelli fortunati, con genitori che gli insegnano cosa sia la condivisione, l’amore per la vita e la scoperta, la sete di conoscenza, lo stupore e la meraviglia per il nuovo. E poi ci sono quelli sfigati, con genitori che gli infilano il razzismo già nel biberon, e avranno una vita difficile e tortuosa. Perché il mondo fortunatamente è sempre più fuori dal quartierino e va a una velocità tripla rispetto ai microbi. Avranno forse salvezza studiando, leggendo e facendo magari anche la valigia.

Gli auguro, nella terra della loro rinascita, di non incontrare genitori simili ai propri. Se no, sarà davvero durissima.