Stefania vs Parrucchiera.

Avete presente Medusa? La figura mitologica che pietrificava chiunque la guardasse?

Ecco.

Io credo che gli antichi greci avessero pensato alle parrucchiere per inventarsela.

Una volta a settimana dedico un’ora del mio incasinatissimo tempo per recarmi dalla domatrice ufficiale dei miei capelli.

È matematico.

Se nasci con i capelli ricci vai a farteli stirare. Se nasci con gli spaghetti in testa ricerchi ogni pozione magica che te li arricci.

Beate noi donne! Mai contente …

Personalmente appartengo alla categoria “ testa a scopa di saggina”.

In sostanza, se avessi tempo e voglia, potrei far rinascere in qualche modo i miei ricci naturali. Ma poiché la sola vista di una spazzola in casa mi crea ulcera, mi rivolgo a chi pazientemente sa renderli magicamente setosi.

Se non facessi così, sembrerei probabilmente Tina Turner appena sveglia,

dopo un bagno turco,

in una giornata di pioggia tropicale.

Una favola, insomma.

Bene.

Ogni volta che varco il tempio del bigodino con fare baldanzoso, la mia curatrice d’immagine mi sorride e …

“Buongiorno! Allora… cosa facciamo oggi?”.

Per dovuta educazione, la guardo negli occhi e sorrido, ma ZAC! Medusa è in azione : sono di pietra.

Ora ditemi.

Voi, in quel dannato salone, valete qualcosa? La vostra opinione conta? Riuscite a decidere le vostre sorti capellifere?

No, io no. Da mai.

Partiamo dal taglio.

“Quanto vuoi tagliare caraaaa?”.

Lo chiede, ma le importa poco.

Ha già tutto in mente. Perché ha fatto il corso dal guru delle starssss e vuole subito sperimentare.

Nella mia banalissima esperienza da cliente, so esattamente quali sono i tagli che mi donano una meravigliosa faccia da idiota. Quali non riesco a gestire. Quali mi fanno la cofana. Ma soprattutto quali non mi piacciono.

Bofonchio qualcosa, disarticolando a stento anche i vocaboli più semplici. Spesso di fianco a me ho qualcuno che armeggia con foto sul cellulare: illuse…

La paziente apprendista tira fuori il “libro dei tagli”. È tutto tempo sprecato, un inutile teatro che mette alla prova chiunque.

Sfoglio il libro. Non c’è nulla di ciò che avevo in mente. Le modelle sono delle gnocche stratosferiche e io sono lì, con la mantella di Batman addosso, le occhiaie e i capelli crespi.

“Mah, pensavo…”.

Medusa mi fissa standomi alle spalle. Sembra il boia, con le fobici che fanno già vapore, e il canino che spunta dalle labbra.

“Adesso ti faccio un taglio nuovo, l’hanno presentato alla fiera di BelliCapelliDuemilaNovanta. Vedrai! Sarai uno schianto”.

Cosa vuoi dirle?

Andar via?

Se è ispirata, è ispirata…

In quei momenti penso una cosa sola: ricresceranno in fretta.

Santocielo ci siamo.

Prende ciocche apparentemente a caso e inizia l’ecatombe.

Quando ha finito, ma la sua sete di accorcio ancora non si è placata, afferra le forbici finte. Quelle che sembra non taglino e invece sfoltiscono anche la foresta amazzonica.

In men che non si dica, sembro il bosso del mio giardino…

“Stai beniiiisssiiimoooo”.

Faccio una smorfia. La piega darà sicuramente ragione a lei, al mondo e all’universo tutto, ma io, dentro, sono morta un po’.

Un altro momento tragico è il colore.

Anche la tinta ha il suo mantello, plastificato, con sauna annessa.

Colpi di luce e dimagrimento.

“Che colore facciamo tesoro?”

Ho in mano un altro libro. Gigante. Cartonato. Ci son su appiccicati dei capelli arrotolati e brillanti. Sotto, numeri e parole tipo rouge charme, beauty blond, cherry dream…

Scavo nella memoria. Ecco, ora ricordo: CINQUE! Fammi il cinque!

“Ma nooo! Il cinque è un naturale, non si vedrà nulla, qui dobbiamo scaldare, rivitalizzare, drappeggiare!”

Dice una serie di cose incomprensibili che manderebbero in crisi anche un monaco buddhista. Poi, pervasa dal sacro spirito di Giotto, chiama l’aiutante, brandendo la ciotola e inizia:

“Metti cinque del due, otto di sette, un tappo di polvere, tre di zero e quattro di nove”.

Nel dubbio, appunto tutto e poi me li gioco. Non si sa mai.

Parte il mescolamento. Sembra la preparazione di una maionese fotonica. Nel frattempo vengo rubata ai miei pensieri dallo spalmamento del grasso di balena sin nelle orecchie. Operazione del tutto inutile perché dopo pochi minuti ho tinta anche nell’anima.

Le tecniche per rendere meraviglioso il nuovo colore sono infinite, e vanno dall’attesa classica, al cellophane stile ananas, al casco della Nasa che scalda.

In ogni caso, prego che nel salone non entri nessuno che mi conosca.

“Facciamo anche due colpi di luce?”.

L’inizio della fine.

Altre scelte, caldo o freddo, tonalizzazione, punte o strisce, degradé, shatush… Ho visto un pazzo in tv che usa un’innovativa tecnica con i palloncini ad elio.

La mia parrucchiera fortunatamente non ha così tanta malvagità in corpo.

Siamo alla piega.

“Li facciamo un po’ mossi? Diamo un po’ di movimento?”.

Mah…

Nemmeno il tempo di elaborare, che ho becchi e pinze ovunque e inizia la strigliatura.

A fine piega, se chiedo di non passare la piastra agli ioni di Marte divento lo zimbello del salone.

“Mettiamo le gocce di rugiada del Nilo? O preferisci l’olio rilucente maximum?”.

Ogni volta penso che, dannazione! ho i capelli puliti, quindi perché diavolo ci devo metter su mille cose?

È solo un pensiero. Ha già schiacciato la pipetta, sta sfregando le mani e inizia a spettinarmi.

“Testa in giù ragazza!” e avanti frizioni.

Tutto il suo bel lavoro, scompigliato in un secondo.

Tiro su la testa, come nella miglior pubblicità dello shampoo e lei gira la sedia rotante verso lo specchio:

“Oh! Ci voleva proprio!”.

Sì.

Sì sì.

Non sembro io, ma sì.

Mi ci vorrà un mese a farci l’occhio, ma .

“Allora, ti piace?”.

Medusa in azione. La fisso, di pietra.

“Tantissimo”.

Pago.

Esco.

Secondo me piove.

Vado a comprare un cappello vah.

Ma no. Sto benissimo.

E poi tanto, ricrescono.

CONTENITORI E AMORE

Un sabato ogni quindici giorni mangio una cena al volo dai miei genitori. Succede perché devo recuperare i miei ragazzi ma anche perché solitamente il sabato è una giornata campale in cui spesso non vedo nè colazione nè pranzo e questa cena è balsamo per lo stomaco. 

In quel sabato sera faccio due chiacchiere da tranquilla con loro, mi gusto un pasto preparato, seduta al tavolo e con calma. 

Impagabile. 

Oggi la cena è saltata.

Colpa mia. 

Ho finito tardissimo e volevo solamente tornare a casa. 

Avrei sicuramente saltato la cena. Quando è così non cucino nemmeno a pagamento, sazia della mia stessa stanchezza. 

E invece … babbo mi ha preparato il contenitore

Ecco, io sul contenitore mi sciolgo

L’idea che abbia cucinato, che si sia dispiaciuto della mia assenza e che abbia messo il mio cibo in quella scatoletta a me commuove. 

Questa cena del sabato mette i miei genitori duramente in crisi ogni volta. Mia madre specialmente sono anni che non capisce cosa diavolo mangi io. 

Il giorno che le ho spiegato della mia scelta vegetariana mi ha guardata come se le avessi comunicato l’imminente esplosione del globo terrestre. 

“Ma perché ?”. Mi ha chiesto.

Io e mia sorella siamo il prodotto di una donna sarda che ha sposato un toscano. Motivo per cui da piccole siamo state svezzate direttamente con maiale allo spiedo e bistecche di brontosauro al sangue. 

Ho spiegato a mia madre che avermi a tavola non deve essere un problema, e che io mi adatto comunque a mangiare ciò che posso. Nessun menù a parte. 

Ma no

Non se ne fa una ragione. 

“Ho fatto la salsina verde”.

“Ha le acciughe mamma?”.

“ Sì, ma poche”.

Mmmm…

“Ho fatto la torta salata. Mangia tranquilla che di prosciutto ne ho messo pochissimo..”

“Mamma …”

“ Ma è solo prosciutto !”

O come stasera:

“Il tonno lo mangi?”

È pesce, mamma, anche se in una scatoletta è pesce …

Non c’è verso.

E a me fa un sacco ridere. 

“ Dai Stefania, per una volta, non succede niente..”

Si dibatte in modo amorevole e le tenta tutte. 

Mio padre invece pare aver metabolizzato e si cimenta in preparazioni di vario tipo. 

Stasera ha fatto le polpette di fagioli. Per me. E vedendole avanzare causa assenza della sottoscritta ha preparato il contenitore

Sei polpette. Disposte alla perfezione. Con calma e cura. Tutte della stessa dimensione. Panatura impeccabile. 

L’ho aperto a casa e ho fissato l’opera. 

Son polpette, direbbe chiunque. 

No

Quello è proprio mio papà. Quella è la sua attenzione

E mi ha ricordato le gite da ragazzina con lui che si svegliava presto e mi preparava il pranzo da portarmi dietro.

Quei pomodori tagliati a cubetti, o il panino scientifico in cui nulla sbordava. 

Il sacchetto in cui riponeva il suo amore. La forchetta chiusa nel tovagliolo e un frutto. Pensava a tutto. 

Non ci badavo, allora. 

Oggi invece ripensandoci, ho fermato gli occhi su quella sua piccola opera d’arte e ho sorriso. 

I papà sono patrimonio dell’umanità. 

E i contenitori pure. 

Anche a quarant’anni. 

❤️

In foto : babbo annuncia contenitore, figlia felice

SIGLA! Annoduemiladiciassette

I bambini stanno bene. Come sempre, si parte dalle cose importanti davvero.

Molti sorrisi.

Molta fatica fisica.

Molta testa impegnata.

Un anno pazzesco. Di nuovo.

Ho allenato la pazienza. L’ho usata e ne sono felice.

La mia promessa è rimasta al dito e la ricordo ogni giorno. Ci sto riuscendo.

Tantissima luce. Pochissimo buio. Rivoluzione. E non è tutto merito mio.

Ho espresso un desiderio. Non è stato il suo anno, ma tutto non si può avere. Anche questo è il bello.

Cambiamenti. Tantissimi.

Attendo i prossimi, basta che non inizino con la parola “trasloco” però. Quello basta.

Soddisfazioni (enormi ), gioia, stupore e meraviglia.

Porto spesso con me l’idea di non meritarlo. Invece, a volte, succede.

Ho detto molti grazie. Sono stata aiutata, supportata e amata. Quei grazie non basteranno mai.

Sono piena di gratitudine per questo anno e per le persone che ne hanno fatto parte.

Buona quanto basta ma mai a caso. Ancora fatico a dimenticare. Non sarei io, se non per somma di eventi.

Pretendo spesso la lettura della mia mente. La comprensione degli intenti. L’ubiquità. Il far tutto e bene. Pretendo il massimo. Ecco : potrei smetterla tanto non ci riesco. Per ora…

Amici solidi. Hanno ascoltato preoccupazioni, drammi passeggeri, lacrime private, ansie immotivate. Quelle cose da femmine che mi tengono a terra e mi fanno toccare con mano tutta la mia fragilità. Grazie.

Sono successe moltissime cose, alcune molto potenti. Hanno un vettore speciale, e occhi “grandissimi e belli”.

Un anno privilegiato. Nulla è stato gratis, ma tutto ha trovato il suo posto. Me compresa.

Il 2018 sarà l’anno dei miei 40.

Li ho da un po’ ma quest’anno li compio davvero. Ci vuole una festa, santocielo !

Saluto l’anno più impegnativo in assoluto. Ho dato tutto ciò che potevo. E vorrei continuare a farlo.

Avanti tutta !

SIGLA!

FRANCESCA E CIUFFI. OVVERO, IL DELIRIO.

Francesca e la sua cagnolina sono clienti abituali.
Sì. Anche la cagnolina.
Ciuffi. Diminutivo di Ciuffina.
Precisiamo: la sottoscritta ha un cane, quindi capisce tante cose del rapporto umano/quadrupede, ma Francesca per me è un caso da studio.
Ciuffi non cammina. Sta benissimo, sia chiaro, ma Francesca sostiene che per convincerla a venire al centro estetico ci voglia la borsa trasportino.
Francesca entra al Ninfeo con Ciuffi in spalla, dodici chili di furbizia canina.
Arrivano spesso in ritardo, perché decidere il vestito da mettere è sempre una tragedia. Il vestito di Francesca? No, del cane.
Ho visto Ciuffi addobbata in qualunque modo. Tenute invernali, estive, sbarazzine, eleganti, colorate. Vestiti con gonna, tutù da ballo, felpe, piumini, smanicati. Il guardaroba di quel cane non lo possiedo nemmeno io. Ciuffi al mattino è sempre indecisa. Francesca impiega circa 40 minuti a capire cosa vuole indossare per uscire, dunque arrivano tendenzialmente 15 minuti dopo l’appuntamento fissato. È che sicuramente quella mattina era prevista la tenuta ginnica, ma poi la piccola fa le bizze perché vuole l’abito sportivo.
Francesca parla della cagnolina dicendo “mia figlia”. Ora, chiunque abbia un cane ha detto almeno una volta il mio bambino, la mia cucciola, e forse anche mia figlia. Ma per Francesca è la normalità. Dice “mia figlia” anche quando parla con le sconosciute in reception, che in un primo momento cercano in qualche dove una bambina, poi si rassegnano all’idea che si tratti effettivamente del cane.
Entrano e si siedono in poltrona.
“Ciuffi stai tranquilla che facciamo presto, tesoro, mamma fa veloce veloce veloce le unghiette e poi torniamo a casina”.
Ciuffi la guarda, secondo me con aria disperata. Francesca la interpreta come voglia di grissini.
“Ciuffi! Un altro grissinetto? Ma poi ti viene mal di pancia. Te ne do solo più uno, ma non dirlo a papà “.
Francesca mi ha spiegato che suo marito non è il vero padre di Ciuffina. Il vero padre è forse un bassotto.
Strano.
Lei invece è proprio la mamma.
Lo dimostra il fatto che l’ha allattata.
Voi penserete banalmente a un biberon. Una siringa. Macché.
Francesca l’ha allattata al seno. Ovviamente non aveva latte, ma Ciuffi succhiava che era una meraviglia.
Il giorno che me l’ha detto candidamente, ho saltato il pranzo. Giuro.
Ciuffina al Ninfeo si annoia a morte. La mia teoria è che si vergogni del pubblico delirio di sua madre. Ma Francesca la rassicura di continuo:
“Ciuffa, Ciuffi, Ciuffina, Ciuffolotta! Amore! Dai, che tra poco FACCIAMO GIOCO” .
Eh?
Nemmeno le madri più melense parlano così ai pargoli.
“Ciuffi? Chi c’è ? Chi c’è ? C’è PAPOI? ”
(PAPOI è il padre adottivo)
Ciuffina lo cerca. È la sua speranza di liberarsi della madre pazza.
“Nooo amore di mamma, non c’è PAPOI , non fare così, non piangere, no, scusa amore, era gioco, noooo”.
La poveretta si era illusa. Sperava in una fuga. Invece no, la seduta di manicure continua.
Comunque Francesca mi ha spiegato che loro si parlano. Non che si capiscono. SI PARLANO PROPRIO.
Ad esempio, quando Ciuffina sta male DICE a Francesca “portami dal veterinario”. Lo dice davvero. Io non l’ho mai sentita, ma forse quando è qui da me, così male non sta.
Oggi dovevano venire. Ma hanno disdetto. Ciuffi era troppo indecisa tra il vestito con la gonna di maglina e l’abito con la pelliccetta.
Succede. E la capisco pure la Ciuffi. Anche io non avrei messo nè uno nè l’altro.