LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

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Quando la Volpe non arriva a D’Uva. Assorbenti: la storia che quest’uomo non conosce …

Qualcuno mi spieghi con quale preparazione tecnica un uomo possa parlare di mestruazioni ed assorbenti.

Personalmente l’università della vita mi ha laureata in ciclo mestruale alla tenera età di dieci anni.

Tanto per capirci, ero così piccola che mia madre per festeggiare l’evento mi regalò la bambola dei miei sogni.

L’avevo chiamata Prissi, come la cameriera svampita di Rossella O’Hara in Via col Vento. Credo che uno psichiatra avrebbe già parecchio lavoro su come ho elaborato l’inizio della mia età “femmina”.

Ebbene.

Insieme a Prissi, venni dotata di tutto il necessario per affrontare il delicato momento.

Asciugamano personale da bidet a cui mancava solo la lettera scarlatta, kit di detergenti che l’odore di menta arrivava sino in cortile e, ovviamente, assorbenti.

Ma attenzione!

Non gli assorbenti che possiamo immaginare oggi.

No …

Erano dei transatlantici. Dei paracadute ripiegati in otto. Una specie di cuscino da portare tra le gambe nella vana speranza che non si spostasse di traverso. Si inzuppavano come la spugna dei piatti e profumavano di obitorio.

Ricordo la gioia di mamma quando portò a casa la prima confezione di pannolini ( sì perché li chiamavamo così nella preistoria, i PANNOLINI) con le strisce adesive. Li attaccavi alle mutande da ciclo, che avevano il fondo cerato per farti trasudare anche l’anima, e permettevano ai sei litri di produzione di stare al loro posto.

L’avvento delle cosiddette ali è stata una sorta di giubileo.

Lo spessore era invariato, ancor sempre quella sensazione di bistecca alla fiorentina nei pantaloni, ma insomma! si volavaaaa!

Erano i primi abbozzi di modernità e la colla di ali e tutt’e cose miste allo sfregamento di coscia rendevano i cambi una missione zen. L’assorbente andava sradicato perché le ali si appiccicavano insieme, nel frattempo dovevi aprire la busta da supermercato che conteneva quello nuovo, levare gli adesivi protettivi, avviluppare i brandelli del vecchio nella busta nuova, appiccicare la bistecca pulita alle mutande nel miglior modo possibile e centrare il cestino a opera finita.

Finalmente, l’avvento dei Tampax. Al signor assorbente interno io vorrei dedicare una strada in ogni città.

Solo chi ha la mia età o più può capire la svolta epocale che questo tizio ci ha mensilmente regalato. Era un osteopata, che si era certamente stufato di curare la schiena della moglie china a cambiarsi i pannolini. Ci aveva visto lungo negli anni ’30, ma a casa nostra purtroppo sono arrivati ben dopo.

Ho seguito con passione in questi anni tutte le diatribe sul perché e sul per come siano da evitare. E vi giuro appoggio qualunque tesi, ma la comodità, abbiate pazienza, è tale da farmeli amare ancora oggi.

A onor di cronaca ho sperimentato pure la famigerata coppetta.

“Che misura?”. Santocielo!

“Quanto ciclo?” Ma che ne so!

Già l’acquisto è stato complicato. Che poi, non me ne vogliano le assidue coppettare, ma per me è un aggeggio infernale.

E l’ho deciso il giorno in cui, in bilico sulla tazza, con precario equilibrio da mutanda al ginocchio in tensione verso il lavandino per il risciacquo, mi è caduta in terra.

La coppetta.

Piena.

Che casca nel mezzo del bagno.

Ed io ero lì, ad osservare la scena da Pulp Fiction, a chiedermi da che parte iniziare a ripulire la scena del crimine.

Perché ovviamente

non ero

nel mio

bagno!

Quindi, caro il mio Signor D’Uva, lei può davvero capire?

Credo di no. Soprattutto perché in alternativa alla coppetta del diablo, mi propone gli assorbenti lavabili. Ma ci siamo?

Vai in bagno, leva il canovaccio della nonna e la cerata matrimoniale dalle mutande, appoggia il tutto non so dove, apri lo zaino per farti una doccia a secco perché chissà in che stato sei, prendi il canovaccio pulito, piegalo a dovere, rimpacchettati fino al collo e poi? Lo sporco lo laviamo sul posto? Ci portiamo dietro un sapone di Marsiglia tascabile? Facciamo il bucato nel cesso del ristorante e poi continuiamo la cena?

Avete idea della coda in bagno? Che già in quello delle donne normalmente sembra di essere in tangenziale nell’ora di punta, se ancora dobbiamo fare i lavaggi a mano entriamo in menopausa dirette.

Ma tipo. Lo inventiamo un Tampax ecologico? Un assorbente che vada nell’umido e amen? Praticità e ecologia? O davvero sarà meglio che le donne tornino al fiume a lavare i panni sporchi?

Facciamo un esperimento. Dotiamo il Ministro di ciclo per sei mesi, dolori e crampi annessi, lui prova tutti i sistemi possibili e poi ci dice come va.

Ah! No.

È maschio… E queste gioie non le avrà mai. Facciamo che cambia argomenti ?

Una cosa ancora.

Penso che in una famiglia come la mia, con quattro donne a ciclo continuo, una minor tassazione sugli assorbenti avrebbe sicuramente giovato, e magari i Tampax sarebbero arrivati prima. Chissà …

♥️

FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

LA SPESA AL SUPERMERCATO. Ovvero, la disfatta delle donne.

Oggi è successa una di quelle cose che non succedono mai : avevo tempo.

I ragazzi all’allenamento di calcio e io fuori dal lavoro.

Perfetto : vado a fare la spesa.

Normalmente incastro il mio giro al supermercato tra un impegno e l’altro. Praticamente metto la moneta nel carrello, indosso i pattini a rotelle e mi lancio in un vortice di acquisti che dura al massimo venti minuti.

Io al supermercato ho la concentrazione di un chirurgo. Poche mosse, massima resa. Non si può sbagliare.

Oggi no.

Oggi avevo tempo.

Così, con tutta calma, ho fatto il mio ingresso tra gli scaffali con la grandiosa idea di fare la spesa da tranquilla.

Ero così tanto serena da non aver nemmeno necessità di asfaltare i due signori davanti a me, dotati evidentemente del mio stesso tempo da perdere.

Li ho osservati sino alla fine. E la mia conclusione è che al supermercato vincono gli uomini.

Non c’è storia.

Allora.

Intanto i maschi si dividono in due categorie.

Gli uomini scatola e gli uomini carrello.

Se hanno la scatola, fanno la spesa da soli. Se hanno la moglie, hanno anche il carrello. È matematico.

La faccenda comunque cambia poco. Che abbiano a disposizione la micro scatola dei kinder o il cesto di una mongolfiera, il loro ordine è TOTALE.

No, ma, fateci caso!

Le cose alte tutte insieme, dietro. Cibo morbido, da una parte. Detersivi, dall’altra. Ma soprattutto : nessuno spazio lasciato al caso.

Credo sia per questo che i ragazzini son matti per il Tetris. È l’allenamento per la spesa da adulti.

Se io guardo il mio carrello, beh… insomma. Ho ampio margine di miglioramento. Butto tutto dentro, come capita, capita. Nessun ordine logico, se non per le uova che mi danno sempre una certa ansia.

Tra gli scaffali io sono la cliente ottimale. Vedo solo ciò che sta ad altezza occhi. Così compro esattamente ciò che “vuole”il supermercato.

Un uomo non cade mai in questo tranello. Lui scannerizza ogni corsia, e trova cose che io non vedrei nemmeno con dieci giri del circuito.

E poi

I prezzi.

“Laura, vedi un po’ quanto costano al chilo?”

Al chilo??? Eh???

L’uomo sa !

Il prezzo !

Al chilo !

Pazzesco.

Per me esiste la pasta. Per loro esiste la pasta che è di una qualità tot e che costa un tot al chilo e quindi conviene.

Un altro pianeta.

“Laura, non prendere quel pacco lì, che su quell’altro c’è l’offerta“.

Eh?

Ma certo! Perché hanno l’app. E leggono il volantino ( che io invece butto all’istante). E alzano gli occhi e vedono i cartelli arancioneAnas con su scritto offerta.

Facile?

Fantascienza.

Tanto che loro fanno la spesa settimanale con trenta euro, e tu invece paghi con carta di credito e rene destro.

Alla cassa, tripudio.

Io prima di iniziare a posare la spesa sul rullo prendo un ansiolitico. Intanto non capisco mai quale cassa sia la più veloce e mi ritrovo sempre ad aspettare ore.

“Apre la cassa cinque”.

L’uomo scatola ci arriva in un balzo ( maledetto!). Io quando ho finito le manovre del Titanic sono nuovamente l’ultima della fila. Infatti rinuncio spesso.

Mentre svuoto il carrello penso che ho un arsenale di borse riutilizzabili che sarebbero utilissime.

Ma sono ( ovviamente) rimaste a casa.

Quindi ogni volta compro le dannate eco borse che si rompono già durante il tragitto. Avrei potuto prendere una scatola… Ma oramai sono al dunque…

La cassiera inizia la sua svalangata di codici a barre. Insacchetto un pezzo e lei ne ha passati otto.

Tlin! Tlin! Tlin!

È velocissima. Mi comunica il totale mentre io sono a metà lavoro.

Cerca borsa mia. Cerca portafoglio. “Ha moneta?”. Cerca portamonete. Eh santocielo !

Sento sulle spalle tutto l’odio di chi è in coda dopo di me. Che poi è lo stesso che provo io quando sono in fila.

Uno psicologo avrebbe due dritte da darmi. Sicuro.

La sistemazione nelle buste è l’ennesimo caos. Il signore davanti a me esce con tre sacchetti. Tre : frutta/verdura, secco e detersivi.

Tutto diviso.

Io ho ottanta sacchetti, alcuni leggerissimi, altri pesantissimi, e un paio che si stanno già tagliando da soli. Suicidio delle borse in diretta.

Vado verso l’uscita. Anche la mia coppia preferita sta andando via.

Lui spinge il carello e lei ci poggia una mano sopra. Come a ricordarsi che un po’ comanda lei. Che tenerezza …

Sono molto rilassati.

Io un po’ meno. Ho un’unica domanda che martella il mio cervello.

DOVE

HO MESSO

LE UOVA ???

Sono sotto a tutto. Me lo sento.

“Ragazzi sto arrivando, aspettatemi sul piazzale”

“Hai fatto la spesa mamma?”

” Certo! E stasera … FRITTATA!”.

Risolto.

Ma il vero dubbio è :

come fanno i maschi con le uova?

Ho un’unica spiegazione.

Non le comprano.

Geniali.

I DIECI REGALI DI MERDA che spero tu non debba mai ricevere.

Voglio portarmi avanti. 

Lo so. Siamo a novembre. Ma sappiamo bene che Natale è dietro l’angolo, e soprattutto che a far regali all’ultimo minuto si rischia di sbagliare grosso. 

Ecco perché ho voluto stilare la classifica dei regali di merda.

Quelli che compri solo se provi davvero odio per qualcuno. Perché diversamente non c’è spiegazione. 

Così quest’anno non ti confondi. 

E se li ricevi, è il momento che tu ti faccia qualche domanda.

10 – Le rose blu. Giuro che non esiste un’invenzione peggiore. Blu è il cielo. Gli occhi. Il mare. Le rose NO. Sono orrende. Petizione a breve per farle scomparire, insieme all’ombretto abbinato.  

9 – L’abbonamento in palestra. Se ci voglio andare ci penso da sola. Facciamo che ci vai tu, pedalando veloce. 

8 – Il super mega libro di cucina. Che è un po’ come dire “studia che puoi solo migliorare”. La prossima volta che ti invito a cena, ricordami che ho un impegno. 

7 – Il maglione peruviano. La cuffia peruviana. La sciarpa di alpaca. I calzettoni di lana cotta. I guanti di sta cippa. Suoniamo il flauto di Pan un’altra volta, ok?

6 – I portachiavi tutti. Ma secondo te sono arrivata a quarant’anni senza un diavolo di portachiavi? O ha intorno una macchina , oppure evita pure. 

5 – Le tue foto dal fotografo. Tu col gatto. Tu coi figli. Tu nel bosco. Tu appoggiato/a in qualche posto improbabile vestito/a come un casting di Vogue. Se volevo una tua foto te la facevo e la stampavo. Poi la incorniciavo e te la regalavo io. Per dire. 

4 – Pigiami. Mutande. Canottiere. L’unica eccezione la posso fare per mia nonna, che se non me li regala mi preoccupo. Tu lascia stare. 

3 – La compilation di merda del cantante defunto. Al pari di un paio di quelli vivi, tipo Gigi d’Alessio, Povia, Vasco Rossi o Ligabue. 

2 – I libri di Fabio Volo. Niente da aggiungere. 

1 – Gli Angeli della Thun. Gli animali con problemi della Thun. Gli orecchini della Thun. Qualunque cosa a marchio Thun. Sono frutto dell’insonnia di una mente perversa. Facciamo tutti finta che ci piacciano, quando in realtà sono il vero regalo di merda. Il numero uno. Oltre a questo, puoi solo incartare un rutto. E buon Natale.

Preso appunti?

Bene ❤️

[in foto : animale con evidenti problemi che NON cerca casa…]

LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

CONTENITORI E AMORE

Un sabato ogni quindici giorni mangio una cena al volo dai miei genitori. Succede perché devo recuperare i miei ragazzi ma anche perché solitamente il sabato è una giornata campale in cui spesso non vedo nè colazione nè pranzo e questa cena è balsamo per lo stomaco. 

In quel sabato sera faccio due chiacchiere da tranquilla con loro, mi gusto un pasto preparato, seduta al tavolo e con calma. 

Impagabile. 

Oggi la cena è saltata.

Colpa mia. 

Ho finito tardissimo e volevo solamente tornare a casa. 

Avrei sicuramente saltato la cena. Quando è così non cucino nemmeno a pagamento, sazia della mia stessa stanchezza. 

E invece … babbo mi ha preparato il contenitore

Ecco, io sul contenitore mi sciolgo

L’idea che abbia cucinato, che si sia dispiaciuto della mia assenza e che abbia messo il mio cibo in quella scatoletta a me commuove. 

Questa cena del sabato mette i miei genitori duramente in crisi ogni volta. Mia madre specialmente sono anni che non capisce cosa diavolo mangi io. 

Il giorno che le ho spiegato della mia scelta vegetariana mi ha guardata come se le avessi comunicato l’imminente esplosione del globo terrestre. 

“Ma perché ?”. Mi ha chiesto.

Io e mia sorella siamo il prodotto di una donna sarda che ha sposato un toscano. Motivo per cui da piccole siamo state svezzate direttamente con maiale allo spiedo e bistecche di brontosauro al sangue. 

Ho spiegato a mia madre che avermi a tavola non deve essere un problema, e che io mi adatto comunque a mangiare ciò che posso. Nessun menù a parte. 

Ma no

Non se ne fa una ragione. 

“Ho fatto la salsina verde”.

“Ha le acciughe mamma?”.

“ Sì, ma poche”.

Mmmm…

“Ho fatto la torta salata. Mangia tranquilla che di prosciutto ne ho messo pochissimo..”

“Mamma …”

“ Ma è solo prosciutto !”

O come stasera:

“Il tonno lo mangi?”

È pesce, mamma, anche se in una scatoletta è pesce …

Non c’è verso.

E a me fa un sacco ridere. 

“ Dai Stefania, per una volta, non succede niente..”

Si dibatte in modo amorevole e le tenta tutte. 

Mio padre invece pare aver metabolizzato e si cimenta in preparazioni di vario tipo. 

Stasera ha fatto le polpette di fagioli. Per me. E vedendole avanzare causa assenza della sottoscritta ha preparato il contenitore

Sei polpette. Disposte alla perfezione. Con calma e cura. Tutte della stessa dimensione. Panatura impeccabile. 

L’ho aperto a casa e ho fissato l’opera. 

Son polpette, direbbe chiunque. 

No

Quello è proprio mio papà. Quella è la sua attenzione

E mi ha ricordato le gite da ragazzina con lui che si svegliava presto e mi preparava il pranzo da portarmi dietro.

Quei pomodori tagliati a cubetti, o il panino scientifico in cui nulla sbordava. 

Il sacchetto in cui riponeva il suo amore. La forchetta chiusa nel tovagliolo e un frutto. Pensava a tutto. 

Non ci badavo, allora. 

Oggi invece ripensandoci, ho fermato gli occhi su quella sua piccola opera d’arte e ho sorriso. 

I papà sono patrimonio dell’umanità. 

E i contenitori pure. 

Anche a quarant’anni. 

❤️

In foto : babbo annuncia contenitore, figlia felice