IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

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.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

C’ERA UNA VOLTA UNA PICCOLA STAZIONE

Cuneo, Piemonte.
C’era una volta una piccola stazione.

Partivano da quella che oggi è nota come “la stazione vecchia” treni carichi di viaggiatori e studenti che andavano nella vicina Mondovì, o in Francia, passando per la deliziosa Borgo San Dalmazzo.

Le dinamiche dei trasporti sono molto cambiate negli anni e per motivi lunghi da elencare la stazione ha smesso di funzionare, per dare spazio a quella nuova, in centro città.

Ciò che è rimasto immutato negli anni è il nucleo familiare che si occupa dello stabile, da sempre. Chiunque sia passato di lì negli anni in cui la banchina era ancora affollata, ricorda la Famiglia Trapani. Il babbo, primo fra tutti, la sua incredibile moglie e i figli Michele e Oscar sono parte integrante della storia di quei muri, e di quella piccola costruzione si sono presi cura ogni giorno.

Ma come negli scambi dei binari, quando le strade cambiano il corso, il macchinista ha da scegliere la via.

Michele ha fatto proprio questo nel 2015. Con grande coraggio ha rivoluzionato la vita della “sua” stazione, regalando a noi cuneesi un gioiello : LA BIRROVIA.

L’ho scoperta lo scorso capodanno, ed è stato amore a prima vista.

Cuneo è nota per essere una città un po’ rigida, abbottonata, dove anche il tempo libero viene vissuto talvolta sottotono. La Birrovia di Michele Trapani ha dato modo a chi come me ha voglia di novità di scoprire djs di altissimo livello, gruppi emergenti e non, con qualità artistiche eccellenti, il bel cinema in bobina, ma anche serate fotografiche e di viaggio.

Aria nuova insomma. Così nuova che il successo è stato immediato.

La Birrovia è una bomboniera in cui mi sento a casa.

E quest’anno la direzione artistica ( nella persona di Michele Dimiccoli) ha dedicato il giovedì sera ai “viaggi in prima classe”. Il piccolo palco verrà calcato infatti da un ospite sempre diverso, che voglia raccontare o raccontarsi attraverso la sua arte, qualunque essa sia ( amici blogger fatevi avanti, che tra voi ci sono perle meravigliose !).

Giovedì 3 novembre tocca a me.

Sarò di fronte al pubblico in qualità di “cinica estetista”, per leggere alcuni estratti del mio Diario, accompagnata dalle raffinate selezioni musicali di Dj Bubu.

Per me, già lo so, sarà un’emozione enorme. Un po’ perché sarò fuori dal mio habitat naturale ( carta penna e silenzio), un po’ perché fino al successo avuto dal “Decalogo della mamma stronza” ho sempre pensato che le mie parole non avessero il potere di viaggiare così tanto. Condividerle con altre persone, in una situazione di vero ascolto, è un regalo che vivo con grande stupore.

Ho da ringraziare chi mi sta dando quest’opportunità che non vedo l’ora di raccontarvi!

Vi lascio alcuni link su cui sbirciare e vi invito a fare un giro da queste parti.

Perché le eccellenze vanno condivise. Sempre.

https://www.facebook.com/events/362755787399811/?ti=icl

https://www.facebook.com/BirroviaCuneo/

https://www.facebook.com/DJ-BUBU-162310582908/

https://www.facebook.com/birrariccardi/

IL GUAIO DEL CHIAMARSI NINFEO

Quando ho deciso il nome del mio centro estetico non avevo certo idea dei guai a cui sarei andata incontro.

Tra me e me mi ero detta che chiamare il mio centro Il Ninfeo sarebbe stato come rendere unica la mia creatura. Le terme della città, evocazione dei bagni turchi romani, riti antichi, aggreganti. Un benessere che mi riportava indietro nel tempo, nella storia.
Invece mi sono complicata la vita.
Un incubo.

Per i primi due anni ho sentito chiamare Il Ninfeo nei modi più disparati.

La ninfa
Le ninfe
Ninfea
Ninfo
Ninfao
Ninf
Ninfeolo
Ninfee

Una tra le più bizzarre è certamente la signora che dopo sfiancanti ricerche sulla guida telefonica ( poteva cercare per anni…) entrava con aria scocciata dicendo “ Insomma ! Io il numero di telefono di questo Fauno proprio non l’ho trovato”. E certo che se cercava il Fauno era difficile arrivare al Ninfeo.

La mia fedele collaboratrice ricorda ancora il martedì mattina in cui suonò il telefono:
– Il Ninfeo buon giorno sono Alice!
Ecco si, adesso mi dica bene come vi chiamate che qua non c’è nessuno che sappia aiutarmi!
– certo signora, noi siamo Il Ninfeo
mmm, no no signorina, non si capisce , me lo ridica
– IL .NIN.FE.O.
oooooh! Signorina ! Me lo dica proprio lettera a lettera come M di Modena e R di Roma
{inizia lo spelling, comincio a guardare la povera Alice con occhi preoccupati}
no, signorina, anche così io non capisco. Oltretutto son qua in mezzo al mercato con la macchina e non riesco più ad andare nè avanti nè indietro!
( cacchio si è infilata dentro il mercato)
{ in lontananza fischio del vigile…}
senta signorina, adesso vedo di togliere la macchina da in mezzo alle bancarelle e proverò a cercarvi….
Sbuffo
Clic

Che dire? Se mai avrò un’altra attività la chiamerò Pelo e Contropelo. O magari Estetica Stefania , e chiusa la questione. Così magari non metto in crisi nessuno.
Oppure lo chiamo davvero Il Fauno.

Così quando mi cercheranno al telefono mi diranno: “è il Ninfeo?”
Ecco.


PRONTO CHI PARLA?

Ho la fortuna di avere un centro estetico abbastanza grande. Tanto per capirci lavoriamo qui in cinque.
L’equazione da come risultato che le clienti siano di numero considerevole e che io qualcuna non la conosca proprio.
Ognuna di loro telefona.

Ora. Diciamo che negli anni ho imparato a conoscere la voce di quasi tutte e che nel momento in cui sento pronunciare il nome della signora in questione, facilmente le associo un volto, ma a volte le donne sono bravissime a complicarmi la vita.

“Il Ninfeo buongiorno sono Stefania!”
“Ooooooo! Ciao Stefi! SONO IO”.
Ehmmm… Ciao TU.
Il mio schedario mentale inizia a scorrere all’impazzata.
TU incalza ” Mi hai riconosciuta vero?”
Oddio. Chi diavolo è?
” Dai, sono io”
Un aiuto da casa per favore…
” Ma Stefi! Sono Cri!”
Aaaaaaaaaa! Ecco chi sei! Una delle 20 Cristina che vengono qui….
” Ho bisogno di un appuntamento per le unghie”
Bene, sto restringendo il campo a 4 . Posso farcela.
” Ma nei mie soliti orari, perché poi ho i bambini, sai…”
Bingo!
Ma certooo Cristina TU, individuata!

Anche se le le migliori telefonate iniziano così :
” ciao Stefi, indovina chi sono?”
” ciao Stefi, vorrei un appuntamento per il mio solito”
” ciao Stefi, quando posso venire?”
I concorrenti di Gerry Scotti sono meno in difficoltà.

Al telefono il fraintendimento è un attimo.
“Signorina scusi sa se la chiamo all’ultimo, ma ho urgente bisogno di una ceretta entro domani”.
Scartabello, invento mentalmente ogni stratagemma per inserire l’emergenza in una giornata già pienissima e propongo le sei.
” Ok! Grazie mille, mi segni pure, ci vediamo domani mattina!”
Oh no!!! Io intendevo le 18. Va bene l’urgenza…

Urgenza… Spesso ricevo telefonate disperate. E quando dico disperate non esagero.
” Stefania La prego!! Ho un’unghia rotta e stasera ho una cena, mi faccia venire A QUALUNQUE ORA”.
Tra mezz’ora? Non ce la fa proprio.
Alle 11.30? No, ha i nipoti a pranzo, deve impanare le fettine!
Alle 14? Eh no, fa la pennica…
Alle 16.30? Ha la parrucchiera.
Alle 18.30? Troppo tardi.
Allora!!! Ha urgenza o no? Sbaglio o ha detto qualunque ora?
Passo alle minacce, funziona sempre.
Signora, allora la faccio passare domani.
” Va bene, verrò alle 14″.
Ecco brava, il riposino oggi lo saltiamo.

” Mi dia il primo appuntamento della mattina”
La segno per le 10 allora.
” Ma aprite così tardi??”
Lavoriamo 6 giorni su 7 dalle 10 alle 20 Signora. Più di questo mettiamo una tenda e dormiamo qui.
” Io volevo venire presto, tipo alle 8.30″
Se vuole quell’orario posso darglielo al sabato.
No il sabato no. Il sabato si dorme.

” Vorrei venire in pausa pranzo, sono lì da voi alle 13.37″ . Addirittura.

” Vorrei fare un massaggio. Domenica” .
Signora, la domenica siamo chiusi…
” Complimenti! Poi vi lamentate della crisi!”.
Accidenti. Il riposo dell’estetista non è contemplato…
Sa che c’è signora? Oggi è una di quelle giornate particolarmente ciniche. Faccia così : telefoni sabato che magari mi è passata.
Anzi meglio.
Chiami domenica.

{ Per la cronaca. Posso giurare di aver fatto depilazioni anche alle 23.30, prove trucco la domenica e limato unghie a clienti in ospedale. Sono cinica sì, ma ogni volta che posso mi faccio in quattro}

Il famoso PACCHETTO GAFFE

Ogni estetista ne possiede uno.
Inconfessabile.
Ogni estetista ha il proprio pacchetto di gaffe. Il mio è ben fornito.

Anche la più esperta collega sa che ci sono momenti in cui bisognerebbe tacere. Ma non ce la si fa.
Hai la domanda giusta nel momento sbagliato, sai che potresti evitare, e invece no. Insisti. La frase esce, leggera, svolazza in istituto, probabilmente nel preciso momento in cui le mille clienti presenti sono tutte, contemporaneamente, in silenzio.
La figuraccia è udibile a tutti. La tua credibilità vacilla.

Laura la conoscevo da un po’. Era venuta da me per la preparazione al matrimonio. Avevamo parlato tanto, in effetti, ma quel piccolo particolare mi era sfuggito…
Quella mattina a casa sua c’era fermento, gente che andava e veniva, fiori che arrivavano a montagne. Laura conteneva l’emozione a stento, visibilmente tesa ma felice.
Sto stendendo il mascara, e per sciogliere il ghiaccio, candidamente, ingenuamente, con forse anche una strizzata d’occhio ( ebbene sì) esordisco: “allora, dove l’hai spedita tua madre?”.
Ho detto proprio così : SPEDITA. All’altro mondo l’ha spedita, Stefania.
La folla intorno a me si è pietrificata. Fiume di lacrime in arrivo. Brava me.
Ho sperato che in quel momento si aprisse una voragine nel mezzo esatto del salotto e mi risucchiasse nel profondo degli abissi.
Correzione in corsa : ” Laura, sei cosciente del fatto che ho appena detto quel che non dovevo dire, ma soprattutto che hai il mascara fresco, quindi guai a te se piangi”. Risata generale. Meno male.

Qualche anno fa avevo un rappresentante, un tipo in gamba, simpaticissimo. Ci salutiamo prima di Natale, con un ordine di prodotti per il mese di gennaio e lui che parte per il Messico. Buon viaggio insomma. Gennaio passa e i miei prodotti non arrivano. Scatta la prima telefonata. Segreteria telefonica. Nei giorni successivi riprovo, nulla. Quindi attacco con i messaggi. Presa da foga, scrivo di tutto, compresi messaggi ironici in cui insinuo che lui sia scappato in Messico con soldi e prodotti. Zero.
Poi arriva la mattina x.
Esasperata, decido di andare alla fonte. Chiamo la ditta. Mica mi accontento della segretaria io, voglio parlare direttamente col capo.
Il suo buongiorno per me è aria fresca. Sono un fiume in piena:
” Allora adesso io Le spiego. Son due mesi che aspetto questi dannati prodotti, il vostro rappresentante si è dileguato, magari intascandosi pure i soldi, se non lavora più per voi che ci sia almeno la decenza di comunicarlo, ma Le sembra una cosa normale??? “.
Dall’altro capo del telefono un silenzio imbarazzato ” … vede Signora… Il Signor Marco non è più con noi…” .
Il mio cervello non recepisce. Annebbiato dalla rabbia. Insisto.
“A me poco interessa, non ci si comporta così, gli dica pure che in quanto rappresentante poteva almeno comunicarmi di aver cessato l’incarico!” .
Sento singhiozzare.
Molto bene Stefania. Marco si è suicidato. Le mie sinapsi si svegliano in un istante.
Il poveretto mi dà quindi un nuovo recapito. La nuova rappresentante, che per altro ha le chiavi del magazzino in cui sono custoditi i miei prodotti.
Riattacco, sbaccalita. Chiamiamo la signora allora.
” Pronto buongiorno, ho avuto il suo numero dal titolare. Guardi, sono un po’ interdetta, ho appena saputo di Marco, mai avrei detto, era un tipo così solare. Nella vita non si può mai dire…”
Una sola risposta: ” Non lo dica a me, sono la moglie”
Eh no!!!! Questa è una congiura!!!
Abbiamo risolto la nostra questione, e l’ho pregata di cancellare a prescindere ogni mio messaggio sul telefono di Marco.

Bruna ha sempre l’appuntamento il martedì mattina. Quel martedì lo salta, senza avvisare. Compare il mercoledì e confabula con la mia collega in reception. Ignara delle loro facce sfreccio di fronte a entrambe con un sorriso smagliante:
” wow Bruna!!! Oggi ti sei vestita da Minnie?”
Perché l’ho dovuto dire? Non era vestita da Minnie poi, aveva un abitino nero, che faceva molto funerale… Ecco. Faceva funerale di sua mamma.

Come non ricordare poi la mia Federica che consegna ad un cliente un campioncino di dopobarba, senza notare che ha in faccia un tappeto stile Babbo Natale, da sempre. Oppure Alice, che accoglie la sua cliente salutando il bambino che ha per mano chiamandolo nipotino ( era il figlio).

Gli esempi si sprecano. E temo siano in continuo divenire…