LA SPESA AL SUPERMERCATO. Ovvero, la disfatta delle donne.

Oggi è successa una di quelle cose che non succedono mai : avevo tempo.

I ragazzi all’allenamento di calcio e io fuori dal lavoro.

Perfetto : vado a fare la spesa.

Normalmente incastro il mio giro al supermercato tra un impegno e l’altro. Praticamente metto la moneta nel carrello, indosso i pattini a rotelle e mi lancio in un vortice di acquisti che dura al massimo venti minuti.

Io al supermercato ho la concentrazione di un chirurgo. Poche mosse, massima resa. Non si può sbagliare.

Oggi no.

Oggi avevo tempo.

Così, con tutta calma, ho fatto il mio ingresso tra gli scaffali con la grandiosa idea di fare la spesa da tranquilla.

Ero così tanto serena da non aver nemmeno necessità di asfaltare i due signori davanti a me, dotati evidentemente del mio stesso tempo da perdere.

Li ho osservati sino alla fine. E la mia conclusione è che al supermercato vincono gli uomini.

Non c’è storia.

Allora.

Intanto i maschi si dividono in due categorie.

Gli uomini scatola e gli uomini carrello.

Se hanno la scatola, fanno la spesa da soli. Se hanno la moglie, hanno anche il carrello. È matematico.

La faccenda comunque cambia poco. Che abbiano a disposizione la micro scatola dei kinder o il cesto di una mongolfiera, il loro ordine è TOTALE.

No, ma, fateci caso!

Le cose alte tutte insieme, dietro. Cibo morbido, da una parte. Detersivi, dall’altra. Ma soprattutto : nessuno spazio lasciato al caso.

Credo sia per questo che i ragazzini son matti per il Tetris. È l’allenamento per la spesa da adulti.

Se io guardo il mio carrello, beh… insomma. Ho ampio margine di miglioramento. Butto tutto dentro, come capita, capita. Nessun ordine logico, se non per le uova che mi danno sempre una certa ansia.

Tra gli scaffali io sono la cliente ottimale. Vedo solo ciò che sta ad altezza occhi. Così compro esattamente ciò che “vuole”il supermercato.

Un uomo non cade mai in questo tranello. Lui scannerizza ogni corsia, e trova cose che io non vedrei nemmeno con dieci giri del circuito.

E poi

I prezzi.

“Laura, vedi un po’ quanto costano al chilo?”

Al chilo??? Eh???

L’uomo sa !

Il prezzo !

Al chilo !

Pazzesco.

Per me esiste la pasta. Per loro esiste la pasta che è di una qualità tot e che costa un tot al chilo e quindi conviene.

Un altro pianeta.

“Laura, non prendere quel pacco lì, che su quell’altro c’è l’offerta“.

Eh?

Ma certo! Perché hanno l’app. E leggono il volantino ( che io invece butto all’istante). E alzano gli occhi e vedono i cartelli arancioneAnas con su scritto offerta.

Facile?

Fantascienza.

Tanto che loro fanno la spesa settimanale con trenta euro, e tu invece paghi con carta di credito e rene destro.

Alla cassa, tripudio.

Io prima di iniziare a posare la spesa sul rullo prendo un ansiolitico. Intanto non capisco mai quale cassa sia la più veloce e mi ritrovo sempre ad aspettare ore.

“Apre la cassa cinque”.

L’uomo scatola ci arriva in un balzo ( maledetto!). Io quando ho finito le manovre del Titanic sono nuovamente l’ultima della fila. Infatti rinuncio spesso.

Mentre svuoto il carrello penso che ho un arsenale di borse riutilizzabili che sarebbero utilissime.

Ma sono ( ovviamente) rimaste a casa.

Quindi ogni volta compro le dannate eco borse che si rompono già durante il tragitto. Avrei potuto prendere una scatola… Ma oramai sono al dunque…

La cassiera inizia la sua svalangata di codici a barre. Insacchetto un pezzo e lei ne ha passati otto.

Tlin! Tlin! Tlin!

È velocissima. Mi comunica il totale mentre io sono a metà lavoro.

Cerca borsa mia. Cerca portafoglio. “Ha moneta?”. Cerca portamonete. Eh santocielo !

Sento sulle spalle tutto l’odio di chi è in coda dopo di me. Che poi è lo stesso che provo io quando sono in fila.

Uno psicologo avrebbe due dritte da darmi. Sicuro.

La sistemazione nelle buste è l’ennesimo caos. Il signore davanti a me esce con tre sacchetti. Tre : frutta/verdura, secco e detersivi.

Tutto diviso.

Io ho ottanta sacchetti, alcuni leggerissimi, altri pesantissimi, e un paio che si stanno già tagliando da soli. Suicidio delle borse in diretta.

Vado verso l’uscita. Anche la mia coppia preferita sta andando via.

Lui spinge il carello e lei ci poggia una mano sopra. Come a ricordarsi che un po’ comanda lei. Che tenerezza …

Sono molto rilassati.

Io un po’ meno. Ho un’unica domanda che martella il mio cervello.

DOVE

HO MESSO

LE UOVA ???

Sono sotto a tutto. Me lo sento.

“Ragazzi sto arrivando, aspettatemi sul piazzale”

“Hai fatto la spesa mamma?”

” Certo! E stasera … FRITTATA!”.

Risolto.

Ma il vero dubbio è :

come fanno i maschi con le uova?

Ho un’unica spiegazione.

Non le comprano.

Geniali.

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QUANDO GOOGLE NON TI SALVAVA LA VITA. Ovvero, ricordi d’infanzia in ordine sparso.

Dunque, sono andata a trovare i bambini al mare.

Come da tradizione sono là con la ( Santa ) nonna e come da tradizione do loro più fastidio che piacere…

Da qualche anno oramai hanno un nutrito e affezionato gruppo di amici con cui si ritrovano ogni estate, il che è gran cosa, sia chiaro, ma alla fine la mia presenza è più di ingombro che altro.

Dal canto mio, per me, è pure un mezzo supplizio, dal momento che non esiste credo momento dell’anno in cui ci sia un accumulo tale di umanità e urla e sudori e olio bilboa tutto nella stessa striscia di terra.

Insomma il mio lunedì di visita è stato più che altro un osservarli a distanza mentre si davano un gran da fare tra partite a carte, tornei di ogni tipo e gare di calciobalilla.

L’unico momento in cui si sono accorti della mia presenza è stato in un accoratissimo istante di bisogno : puntura di medusa !

Mentre mio figlio mi indicava il minuscolo ( maschio è …) puntino che testimoniava il contatto col mostro marino, i casi di bambini colpiti dalla medusa killer sono diventati otto.

Panico in spiaggia.

Picco di accessi su Google.

Inutile il mio sdrammatizzare. In un lampo, circa 16 persone tra nonni, zii e genitori di vario genere si sono laureati con lode in medicina e hanno iniziato a spiegare a chiunque di reazioni cutanee, crisi respiratorie, danni permanenti, amputazioni e morti di bambini punti da meduse.

Santocielo.

Mentre il vicino di ombrellone inizia dunque ad applicare in alternanza pietre calde e fredde sulla gamba di mio figlio, io perdo quasi l’uso della parola.

“Funzionerà mamma?”.

Che dire …

Cerco di ricordare se mi sia successo da piccola. Non lo so.

Certo è che sicuramente ai miei tempi qualcuno avrebbe sfoderato il lasonil.

Era un unguento magico.

Cadevi : lasonil.

Graffio : lasonil.

Dolore : lasonil.

Per tutto il resto c’era il dottore.

Ci visitava direttamente a scuola. Visita annuale e prescrizioni uguali per tutti : apparecchio per i denti, pastiglia di fluoro per le carie ( la dava direttamente la maestra in classe), nuoto per la schiena e scarpe ortopediche. In seconda elementare avevamo tutti le scarpe di zio Fester. Una generazione di piedi piatti.

Il dente muoveva? Mamma lo attaccava con un filo alla porta e poi diceva “ dai un bel colpo di tosse” e sbam! porta chiusa e dente tolto.

Il fluoro ce lo davano per proteggerci dalla merenda. Altro che frutta. Ricordo fette di pane alte tre dita con su miele, burro, zucchero… e poi … l’uovo sbattuto! Mia nonna lo montava meglio del mulinex.

Bambini deboli? Olio di fegato di merluzzo.

Pallidi? Bistecca di fegato ( ma non di merluzzo) e carne di cavallo.

Sovrappeso? La cura era in cortile. Salto della corda, hula hoop, gioco dell’elastico e tanta bici. In bici ovunque, con la graziella senza i cambi e il sellino in marmo di Carrara.

Graffi? Saliva.

Sbucciature? Acqua ossigenata a novanta volumi ( altro che il disinfettantechenonbrucia).

Scottature? Bianco d’uovo. Tirava che è una meraviglia.

Brufoli in adolescenza? Sapone allo zolfo. Seccava sia le pustole che l’anima.

Punture di zanzara? Le incidevamo con le unghie facendo una croce nella pelle. Prude ancora? Ammoniaca finché il tuo odore e quello della lettiera del gatto si confondevano.

E al mare le meduse alla fine c’erano? Mi viene solo in mente che ci sono stati anni in cui uscivamo dall’acqua pieni di catrame. Non c’erano perché morivano, mi sa.

“ Mamma dici che è grave?”.

Mio figlio mi riporta sulla terra.

Tesoro, se son viva io, sopravviverai pure tu.

E poi, oggi, c’è Google. Che vuoi di più ?

In foto : io che mi ustiono al mare o forse io che scappo dalle meduse. Chissà.

VACANZE ESTIVE. Forza e coraggio.

Tutto parte i primi giorni di maggio.

I ragazzi prendono in mano il calendario e iniziano un conteggio che è più oscuro di quello di Frate Indovino.

“Allora. Se togliamo le domeniche e i sabati. La gita. La corsa campestre. Il torneo di chissacosa e la visita alla biblioteca. Due giorni festivi. Il saggio di clavicembalo dolce. Le emorroidi del professore assente. Il compleanno della bidella e il discorso del Presidente… Mamma ! Tra sei giorni finisce la scuola !“.

Ma come sarebbe ?!?

Non ho ancora capito come facciano. Comunque praticamente per loro l’alba è vicina, e in un attimo realizzo che manca davvero poco all’impatto con l’iceberg : iniziano le vacanze estive.

A maggio il mondomamma si spacca in due.

Da una parte le mamme cuore, che solo all’idea della pausa estiva tirano fuori dall’armadio i gonnelloni a fiori e le Crocs con laccetto e bottone e iniziano a correre nei prati gioendo per il tempo che avranno da passare coi pargoli. Ripassano le ricette di torte, sognano gite nei boschi, e nello stereo della macchina Cristina d’Avena e tutti i Bee Hive. Aprono i cassoni del ripostiglio e lavano tutte le palette e i secchielli pronte a impanarsi sulla spiaggia il primo giorno utile.

Dall’altra le madri epatiche. No, non volevo dire empatiche, proprio epatiche. Quelle che il fegato si gonfia il dieci giugno e si sgonfia il nove settembre.

Lo so, lo so, i figli non sono pacchetti e hanno bisogno di vacanze e sono stanchi e devono anche stare con i genitori, e bla bla bla. Lo so, lo so.

Ma santocielo! Dieci settimane ( giorno più giorno meno) non sono una passeggiata.

Dunque io a maggio convoco la tavola rotonda. Io e i bambini, calendario alla mano, turni col papà e avanti programma.

Primo passo trovare un’estate ragazzi. Una di quelle santissime organizzazioni parrocchiali in cui anime pie e volontarie si studiano attività di ogni genere, gite, giochi, canzoni e coreografie per intrattenere i nostri baldi vacanzieri. La mia scelta ricade ovviamente sul progetto più lungo, quello che non teme di spingersi fino a fine luglio, e che riprende a settembre.

Li iscrivo a tutto. Anche ai campeggi notturni e alle escursioni più improbabili. Praticamente lascio un rene in pegno ogni estate.

Secondo passo la logistica di agosto.

Ad agosto ti devi arrangiare. Nemmeno il parroco ne vuol sentir parlare dei miei figli ( lo capisco ) e allora forzatamente programmo mare e ferie. Tanto ad agosto costa tutto poco (…) ed è un mese fresco (…).

Sono le settimane in cui le mamme cuore hanno la loro rivincita sociale, tutte già color biscotto, mentre tu fai luce in spiaggia come un neon. I loro figli si son già fatti tutti “la base” come si dice in gergo mammesco ( leggi : prima abbronzatura) mentre i tuoi hanno il segno della canotta perché all’estate ragazzi si sono ustionati solo le spalle. Quindi la valigia la riempi di protezioni solari ottomila, vai in spiaggia al mattino presto con gli anziani e la sera insieme alle donne incinte, e alla fine rientro a casa uguale a prima. Tutto il resto delle ore libere servono per i compiti. Roba da nevrosi.

Ad agosto i miei figli hanno dimenticato anche come si tiene in mano la penna, una regressione repentina e drammatica, tanto che credo sia il mese in cui in assoluto urlo di più. Cosa di cui non mi preoccupo perché il vicinato, fortunatamente, fa altrettanto.

Credo che se non ci fossero i compiti delle vacanze dovremmo rifare la prima elementare ogni anno, dalla sillabazione in su.

Settembre ha solo due settimane critiche. I miei figli tornano dal parroco per le “settembriadi”, un’invenzione meravigliosa e aggregante, che termina con la festa finale in cui le mamme cuore cucinano le torte e le mamme epatiche danno il colpo finale al fegato con brindisi isterici per la fine delle vacanze che manco a Capodanno.

L’ubriachezza di questa serata serve per dimenticare sia le spese sostenute per arrivare sin lì, che il secondo rene lasciato in cartoleria per attrezzare i ragazzi al rientro a scuola. Ma questa è un’altra storia.

Mancano pochi giorni alla vera fine.

Quest’anno sono stata scientifica e ho programmato al millimetro. Dovrei aver pensato a tutto.

Loro, nemmeno a dirlo, sono euforici. Io leggermente meno, ma tant’è.

Buone vacanze a tutti. Dai che son solo tre mesi …

RINASCERE UOMO? Naaaa…

Quante volte le mie clienti sul lettino si dimenano tra dolori indecenti e a denti stretti mi sussurrano : nella prossima vita rinasco uomo.

Questo succede mentre io mi districo in operazioni ginecologiche di alto livello, spiegando che magari se evitassero il semplice risveglio primaverile del “levami tutti i peli” si soffrirebbe meno tutti.

Io compresa.

Non avrei nessuna voglia di rinascere uomo.

Un uomo oggi vive costantemente sotto la lente di ingrandimento. Molto più di noi.

Intanto magari ha una moglie che lo spedisce dall’estetista a levarsi i peli, e credetemi, soffre come un cane.

Ne ho visti in lacrime.

Perché, ricordiamolo, noi possiamo essere pelose, ma loro hanno le liane. Ascelle che sembrano capelli, schiene da pettinare, riporti sulle cosce. Prova a strapparli quei peli lì! e poi mi dici cos’è soffrire…

Noi siamo programmate al dolore, il fatto che non perdiamo la vita con le doglie dimostra il carico che ci ha donato la natura.

E poi noi pretendiamo di tutto.

Che siano maschi, ma teneri, che spacchino le pietre ma senza ruttare, che apprezzino la nostra cucina ma cucinando loro.

Vogliamo che facciano i fidanzati/mariti/amanti ma anche i padri. E che non vomitino cambiando un pannolino.

Che parlino. Che ascoltino. Che capiscano.

Cos’hai amore?

NIENTE.

E DEVONO capire.

Capire cosa? che nemmeno noi ci capiamo un cazzo di quello che ci passa per la testa…

Hai il ciclo? chiedono.

Perché poveretti mica hanno ancora capito che noi il ciclo l’abbiamo tutti i giorni. Basta un nulla, un respiro sbagliato, una parola storta, una piccola dimenticanza che il ciclo ci arriva.

Istantaneo.

Mentale.

E la menopausa non è un traguardo. Il ciclodramma non finisce MAI.

È perenne e avvolto nel mistero. Non si sa quando arriva, non si sa perché e non si sa QUANDO passa.

Stai male?

MA SECONDO TE? E parte il ruggito… poveretti.

Questi camminano sulle uova tutti i giorni, signore mie, con un inconfessabile terrore di essere sbranati a tradimento di notte.

L’uomo di oggi deve essere psicoginecologo praticamente.

Deve individuare il prima possibile l’inizio del nostro delirio e fare come fanno gli analisti : buttare lì una domanda e lasciare che la seduta inizi, pronto a una valanga di merda.

E questo se hanno la fortuna di avere in casa una donna che parla.

Perché se poco poco lei ha crisi sociopatiche con mutismo a oltranza, son cazzi.

Ditemi che non vi è mai successo. Togliergli parola, saluto, sguardo e ossigeno PERCHÉ DEVE CAPIRE.

Cosa deve capire?

Capisce che siamo matte…

“Gli uomini non sono più quelli di una volta”. Dico io, per fortuna.

Mio nonno, semplice e sincero, in situazioni come queste avrebbe consigliato senza giri di parole a sua moglie di buttarsi un po’ d’acqua fredda in faccia. Datti una calmata, insomma.

Gli uomini di oggi vivono con un punto interrogativo sulla fronte per massimo due giorni, poi in qualche modo si esprimono. È evoluzione della specie.

Lo sanno che siamo mine vaganti …

Un giorno è venuto qui un mio cliente e mi ha detto : Anna mi ha appena scritto un messaggio. Diceva : “pensaci e quando capisci ne parliamo”.

Secondo me ci sta pensando ancora adesso. Credo che si sia interrogato su qualunque cosa, dal bucato steso storto alla spazzatura non buttata, al ritardo di tre minuti e alla pasta cotta troppo al dente.

E poi magari Anna aveva accorciato la frangia e invece lui aveva notato le scarpe.

Ma ci rendiamo conto?

No no. Preferisco mille volte essere donna e sentirmi dire che sono ciò che ( in effetti) sono , che non dover vivere con l’ansia da prestazione sempre.

Che poi se son maschio e mi monta l’ansia anche il mio bene più prezioso (…) smette di rispondere ai comandi ed è un disastro su tutta la linea.

Noi ci appropriamo di tutti i ruoli e con fierezza sgomitiamo nel mondo. Tra sbalzi di umore e geometrie esistenziali, come diceva qualcuno, con la sola incombenza di levarci i peli.

E di essere in forma e sexy.

Mamme e amanti hard.

Lavoratrici e lupe alla tana. Organizzatrici di vite e orizzonti.

Dive da copertina con propensione allo sport.

Decise ma sorridenti.

Ferme e comprensive.

Empatiche.

Simpatiche.

Rapide ma non caotiche.

Intelligenti ma non noiose.

Tutto questo con il ciclo perenne.

Dai! è fighissimo! 🤦🏻‍♀️

PICCIONI vs STEFANIA 1-0 . Cronaca della mia recente isteria.

Vorrei fare una premessa che sa un po’ di scusa, ma insomma…

AMO GLI ANIMALI.

Ma tutti eh. I cani, i leoni, le galline, i furetti e pure gli insetti. Guarda, amo anche le zanzare e le mosche.

E i piccioni.

Ma a casa loro.

Suona come le frasi nonsonorazzistama… ma è solo un’impressione.

Fanno quel versetto che è pure simpatico, e hanno quell’andatura che non so perché ma mi ricorda i pinguini.

Amo anche i pinguini.

Ma i piccioni, santocielo! mi stanno facendo impazzire.

Stavano allegramente sul campanile della chiesa vicino a casa mia ( ecco, il campanile invece lo odio perché suona anche la notte) poi il vento si è portato via mezzo tetto ( del campanile) e i piccioni han dovuto migrare.

Forse erano di quelli pigri, perché potevano andare nelle Marche, per dire, e invece hanno fatto venti metri e si sono installati a casa mia.

Prima erano due.

Poi son diventati duecentomila.

E quel versetto simpatico è diventato un tubare tale che non sento nemmeno più le campane di notte.

Infatti il campanile l’hanno aggiustato ma i piccioni son rimasti da me, perché le campane non le suono – ancora – e nel mio porticato se ne stanno evidentemente più tranquilli.

Dall’arrivo dei miei nuovi coinquilini all’esaurimento nervoso il passo è stato breve.

A parte che un elefante e tutto il circo Orfei sporcano meno, questi fanno un casino infernale.

Ho iniziato con metodi semplici. Tipo uscire sul balcone e battere le mani come Joaquín Cortés. Scappavano subito, spaventati dalla maestrìa con cui ogni giorno arricchivo la mossa. Mani, tacco, fianco e olè ! via tutti.

Poi lo spettacolo deve essere diventato di loro gradimento e hanno capito che potevano assistere senza pagare il biglietto.

Fine del flamenco.

Allora ho studiato le barriere.

Aste, travi, chiodi, reti. Come individuavo gli appoggi chiudevo gli accessi. Solo che hanno scoperto zone incredibili e hanno fatto trincea.

Mi han detto “ prova con gli ultrasuoni o con la pistola a salve”.

Ecco, con la pistola a salve mi ci sarei pure vista bene, ma a parte il temere un mio eccesso di zelo – tipo chessó sparare anche al campanile – ho guardato in faccia i miei cani e ci siamo detti a vicenda che forse era meglio di no.

Poi ho letto un giorno per caso un post di un amico con lo stesso disagio.

Nel tentativo di disarmare i nemici pennuti aveva creato una meravigliosa struttura di pali e alluminio. Una cosa tipo bandiere di domopack sventolanti e terrorizzanti.

Bene.

Armata di sacro fervore ho dato fondo a tutte le mie riserve di stagnola, teglie monouso comprese, e ho addobbato casa. Il Natale dell’alluminio.

Nulla.

I piccioni le hanno trovate molto comode come nuovo appoggio su cui posare i loro soffici deretani.

Mi sono dunque rimaste due sole possibilità casalinghe : la scopa e il mocio vileda.

Al grido di “scatenate l’inferno” – che me lo urlo da sola in quanto unica combattente- ho sortito qualche misero effetto giusto i primi giorni.

Da una parte la scopa, dall’altra lo scopettone a frange ho impaurito forse otto piccioni in tutto.

Gli altri, appollaiati sopra la mia testa tra una finta trappola e l’altra, mi osservavano con inquietante strafottenza. Come a dirmi che con tutta quell’agitazione semplicemente avrebbero defecato un po’ di più e meglio.

Nel frattempo mi son pure rotta una costola e quindi ho dovuto smettere con i miei riti vichinghi.

L’addestramento dei cani pare sia inutile ( i miei poi non sanno nemmeno saltare, dunque …) e ho recentemente appreso che gli spuntoni che evitano l’appoggio dei piccioni non è più legale, o qualcosa di simile.

Quasi pronta alla rassegnazione e alla convivenza forzata, ho avuto un’altra incredibile rivelazione : i falchi !

Ho trovato un falconiere che no! non mi affitterà il suo falco per fortuna, e no! non me ne venderà uno ( peccato, perché nella mia vita un falco ci stava), ma forse è in possesso di requisiti non cruenti per risolvere il mio problema.

Lo chiamo oggi.

Non sto a dirvi quanto la mia immaginazione voli alto ( quanto le aquile forse) e penso già che nel mio giardino succederà qualcosa di epico.

Temo che dovrò calmare gli entusiasmi.

Nel frattempo sogno la mia libertà da piccioni e chissà mai, magari anche dal campanile. Ma credo che per quello il falco non serva.

Vi aggiorno.

E se vi viene in mente qualcosa di meglio, non esitate.

Provo tutto e non temo gli insuccessi.

Ph. Paolo Masteghin.

Falco di palude.

BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

DI UOMINI ALFA, NEVE E ODIO MATTUTINO.

Privilegiata fino a sei mesi fa, casa in centro e garage asciutto.

No, la neve non mi ha mai scompensata.

Ma quest’anno pago il conto…

Paesello, auto in strada e neve e ghiaccio. Oltretutto una delle mie caratteristiche è pormi il problema sul momento.

Un po’ come la revisione dell’auto, che scopro scaduta insieme alla pattuglia della stradale.

Insomma, alla pala per la neve non riesco a pensarci nemmeno a novembre. Me ne ricordo direttamente quando fuori ci sono due metri di bianche precipitazioni.

Ieri si sapeva che dopo la neve sarebbe ghiacciato tutto.

Tanto.

Ma tanto tanto.

Roba da scuole chiuse per capirci.

Ho anticipato i miei deliranti ritmi mattutini di dieci minuti, valutando che fosse più che sufficiente.

Sbagliato.

Me ne sono resa conto da lontano che sulla macchina avevo un intero iceberg. Sprezzante e fiera, con passo spavaldo e sguardo carico di dignità ho azionato l’apertura delle portiere a distanza.

Bambini!

Partiamo!

Sbagliato.

“Mamma la macchina non si apre”.

Sigillata dal freddo.

Mi guardo intorno. Solo io e…

LUI :

IL PADRE ALFA.

Il padre Alfa è il marito super eroe che tutto può.

Auto accesa sicuramente mentre la moglie era ancora in pigiama, tuta tecnica adatta anche a -30 gradi, scarpe per scalare l’Everest sorridendo, e mille gadget pronti all’uso.

” Gran gelo stanotte eh?”.

Alfa gioca con il mio odio interiore. Non sa che appena mi si scongela la macchina faccio retro e lo asfalto.

” Eh sì…”.

Abbozzo un sorriso che mi riesce malissimo.

I miei figli non sono all’altezza della situazione e si fanno travolgere dal panico ipotizzando un arrivo in ritardo a scuola con relativa fustigazione in aula magna e altre robe tragiche.

” Ragazzi! TRANQUILLI!”.

Sradico la portiera e mi infilo in auto. Mi sento Di Caprio nella pancia dell’orso in Revenant.

Primo colpo. Non parte.

Al secondo Santo che nomino sento finalmente il motore. Il vetro che ho davanti agli occhi mi fa capire che non sarà affatto facile.

Carico bambini e zaini e con in mano il disco orario mi accingo a sgelare il pianeta.

” Non ha il raschietto?”.

Alfa sta trafficando con il suo. Tre colpi e via.

Secondo te?

Mi trattengo.

” No”.

Alfa scherza col fuoco. E mentre lui ha già ripulito anche le vetrate della chiesa accanto, io intravedo il primo centimetro del mio vetro.

” Dovrebbe usare anche questo”. E sfodera lo spray magico.

Un coso che non so cosa sia ma giuro scioglie tutto in un secondo.

Intanto, mentre la sua famiglia super rilassata prende posto sui sedili già sicuramente caldi, i miei figli implorano ovattati dall’interno del mio igloo a quattro ruote.

” Mamma chiedi se ti presta lo spray !!!”.

Li fisso.

Faccio NO con la testa.

Non emetto mezzo suono.

O Alfa si propone in soccorso o continuo a grattare col disco orario. È una faccenda di onore femminile.

” Ne ha parecchio eh di ghiaccio?”.

Stefania conta fino a 10 mila. Forza Stefania, CONTA!

Mammaaaaaaa !

Entro in macchina.

Giro la rotella del riscaldamento su “tropici” , fulmino i bambini, dò una sgasata di acceleratore che Alfa sicuramente perde un attimo i sensi e regalmente torno in strada.

” Buon proseguimento e buona giornata”, cinguetta.

Gli sorrido come Morticia Addams.

Alfa parte e dà pure un colpetto di clacson.

La foga che mi prende sgela il vetro in pochi minuti e mi lancio sul sedile col fiatone di un maratoneta.

Visto ragazzi? Possiamo partire!

” Siamo in ritardo mamma”.

Serissimi.

Se li abbandono in strada, visto il clima, la pena sarà certamente doppia. Mi sento clemente e mi lancio verso la scuola.

Ha vinto Alfa.

O forse la moglie di Alfa.

Domani giro la provincia e cerco raschietto e spray magico. Se compro tutto, una cosa è certa : non gelerà mai più così.

P.S.

Stasera non potevamo entrare in casa. Lo spartineve aveva murato letteralmente l’ingresso. Così ho dato un senso alla pala riposta nel cortile.

” Se spalasse quando non è ancora gelata, farebbe meno fatica”.

Oddio.

L’Alfa gira anche di sera. Invece no, è un altro. Sono circondata.

Aiuto.

In foto: il mio cortile, tanto per dire che qui non si lancia odio a caso.