FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

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SÌ, LO VOGLIO ( e tutto il resto è NO)

Era già successo una volta ma lei sicuramente non lo ricordava.

Era andata a Pamplona con i suoi diciott’anni e con la voglia di divertirsi sotto un sole pieno della stessa gioia che riempiva il suo caldo cuore spagnolo.

La matta corsa dei tori, le urla della gente, i giovani nel delirio più totale, il caldo, la calca, il fiume di umanità intorno, per una delle feste più difficili da gestire.

La polizia era ovunque. Ma non poteva controllare tutto.

Perde il suo amico, che forse a un certo punto ha allungato il passo ed è stato ingurgitato dalla folla. Con pazienza trova un angolo in cui fermarsi ed aspettarlo.

Lui forse non sente il telefono. Forse anche lui è da qualche parte che attende.

Sentirsi soli in mezzo a migliaia di persone, magari l’ha pensato per qualche attimo.

Finché, sono arrivati loro.

Cinque uomini, belli e pieni dello stesso sole nella pelle.

In quel giorno di festa le offrono qualcosa da bere, tutti hanno in mano un bicchiere, e un brindisi in più non può che far bene al cuore.

Forse è proprio il bicchiere di troppo che le dà la fiducia giusta quando loro si offrono di riaccompagnarla alla macchina. L’amico sarà lì ? avrà pensato lei, e accetta con tutta la leggerezza dei suoi diciotto anni.

Non li conosce e non sa che loro sono “la Manada”, il branco. Cinque uomini tra i 27 e i 30 anni che partono alla volta di Pamplona con il preciso intento di violentare “tutto ciò che ci capita a tiro”.

Lo dicono nel loro gruppo whatsapp, che documenterà passo passo tutta la spedizione.

Il branco la conduce per le stradine, la infila in un portone e inizia la sua mostruosa danza.

La violentano a turno e a turno la riprendono con i cellulari.

Lo scopo è creare nuovi video per arricchire la già ben fornita chat, perché quattro di loro avevano già fatto altrettanto con un’altra giovane vittima.

Il branco di lupi ha facce sorridenti e rassicuranti, uno di loro nella vita quotidiana indossa la divisa. Parliamo di ragazzi normali, con vite normali e famiglie normali. Di anormale, c’è questa assurda perversione violenta, che spinge i singoli deboli a trovare forza nell’azione di gruppo.

Alla macchina non è mai arrivata.

Viene trovata da alcuni passanti in un androne, nuda, mezza morta, ma lucida abbastanza da fornire subito le indicazioni che porteranno in poche ore all’arresto delle cinque bestie.

Perché se ne parla?

La Spagna è scesa in piazza. Dopo due anni di tribunali, si decide che non si tratta di violenza ma di abuso, reato minore, e i cinque a piede libero a breve.

Perché ?

Perché in tutta questa documentatissima vicenda non si nota un vero e proprio diniego della ragazza, ma più semplicemente si condanna un gruppo di uomini, che viste le circostanze , hanno calcato un po’ la mano.

È un buon motivo per protestare, in effetti.

E mentre le associazioni dei magistrati valutano la reazione popolare come “sproporzionata, sprezzante e priva di rigore”, Madrid raddrizza il tiro e, pur senza commentare la sentenza (comunque non definitiva), comunica che sulla violenza sessuale arriverà la “tolleranza zero”.

Come?

Perfezionando la definizione proprio di violenza sessuale, che sarà tale ogni volta che non ci sia un esplicito.

Perché, come in questo caso, subire passivamente la forza bruta di cinque energumeni non significa dire “fate pure”.

Perché non riuscire ad urlare di dolore e rimanere pietrificate non significa accettare e non ha nulla a che vedere con il consenso.

Perché ancora la legge deve capire che cinque contro una, in quella situazione, non può voler dire “ sì , lo voglio”.

Perché noi donne, ancora oggi, dobbiamo lottare per far sì che non ci siano scuse.

Perché Dio solo sa cosa significhi violenza sessuale. È l’incubo peggiore, il minuto senza fine, lo squarcio dell’anima, la cicatrice senza tempo, la memoria indelebile.

Perché ancora abbiamo bisogno di una legge che spieghi i gesti, le forme, le parole dette e non dette.

Siamo indietro, molto indietro.

Ho provato a immaginare così questa storia, che altro non è che un quotidiano continuo. Una storia che si ripete ogni giorno, tristemente, ovunque.

Magari grazie a questa ragazza e alla violenza di un branco, scriveremo finalmente che sì vuol dire sì, e no vuol dire no. E che tacere non è sempre acconsentire, ma in certe circostanze significa subire.

Lo chiamano PROGRESSO.

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

EUTANASIA E ITALIAN STYLE. L’indignazione che dura 24 ore. 

“È incredibile che si debba infrangere una legge per veder rispettati i propri diritti”.
La frase riempie da giorni la bocca di tutti.

I media portano alla ribalta il tema dell’eutanasia e gli italiani si indignano.

Prepotentemente. 

Siamo un popolo curioso…

Che si anima a sprazzi, per poi tornare beatamente al proprio normale dormire.

Lo spiegava già molti anni fa Felice Lima che vedeva, come sta avvenendo in questi giorni,molto evidente il divario tra teoria e pratica.

Nella teoria ( ciò che fa muovere la nostra coscienza comune ) si ricerca la giustizia, il rispetto delle regole e del prossimo, mentre nella pratica vi è la prassi, quel ” funziona così “ che arriva quasi al paradosso. 

Nella vita degli italiani prendono sempre più piede le regole non scritte.

Vogliamo le strade sicure e punizioni adeguate per i pirati della strada, ma poi dotiamo le macchine di aggeggi che intercettano gli autovelox, non paghiamo le multe, non mettiamo le cinture o beviamo sperando di non trovare la pattuglia.

Pretendiamo una sanità eccellente ma chiediamo al nostro medico un certificato al telefono, magari lasciato al frutta e verdura del piano terra, così non si deve nemmeno parcheggiare.

Pretendiamo che il servizio pubblico funzioni, ma se lavoriamo in quel sistema non ci facciamo grandi problemi ad allungare una pausa caffè. 

Vogliamo servizi all’altezza delle nostre grandi aspettative ma a pagare le tasse facciamo fatica, più per principio che per altro.

Siamo dipendenti pubblici e urliamo che le tasse ce le tolgono dallo stipendio, quindi siamo onesti, ma non è grave se poi arrotondiamo con lavori extra, esentasse.

Abbiamo le città sporche, Uh ! quanto ci dà fastidio. Ma la carta per terra la buttiamo. Un gesto rapido, che nessuno veda. 

Amiamo gli animali, abbiamo il cane, lo adoriamo, ma che fatica raccogliere i suoi escrementi da terra.

Non troviamo parcheggio? Piuttosto che pagare il biglietto ( o fare dieci passi a piedi) ci mettiamo in tripla fila, con le quattro frecce. 

Perché ? 

È l’Italian Style.

Per cui il politico che ottiene un favore deve morire, ma la nostra telefonata per raccomandare un parente o un amico è sacrosanta.

Ci riteniamo così liberi, oramai, da poter addirittura confessare i nostri “raggiri” facendone vanto. E quando li spieghiamo, ci teniamo a specificare che qualcosa di peggio esiste. 

È l’apoteosi del non problema. Per cui siccome la regola è fastidiosa per tutti, la si infrange tutti allegramente. 

Nonostante questi comportamenti siano sotto gli occhi di chiunque, tutti i giorni, ci si sente onesti

Nonostante il commentare in modo astioso qualunque notizia, non ci si sente razzisti.

Nonostante non si legga un giornale, non si conoscano le vicende o i fatti, ci si sente informati.

Poi.

La TV.

Che solleva un tema importantissimo. Un argomento di cui si fa fatica a parlare, anche perché intimo e delicato : la morte volontaria. 

Tutti a schiena dritta. Tutti pieni di solidarietà, arrabbiati, addolorati. 

Senza pensare che dietro a queste lotte, tanto sotterranee quanto fondamentali per una società che voglia definirsi un poco evoluta, ci sono persone che lavorano ogni giorno. E che arrivano al punto di autodenunciarsi per istigazione al suicidio per creare un precedente che possa potenzialmente aiutare tutti. 

La loro lotta va avanti senza urla e senza paroloni, con la fermezza di crede davvero che anche un singolo possa fare la differenza

Che è proprio ciò che dimentichiamo noi.

Continuando a pensare che “se non succede a me non importa”. Perché solo quando un problema ci riguarda da vicino ci interessiamo. E questo “vicino” sta incredibilmente diventando “quello di cui tutti parlano”. 

Forse capendo profondamente che le nostre azioni, piccole e quotidiane, possono comportare grandi cambiamenti, potremmo arrivare da qualche parte. 

Perché si sa. Di eutanasia ne parleremo sì e no ancora ( forse) un paio di giorni. Poi si tornerà all’oroscopo. Al meteo. Al buongiorno. E all’aria fritta. 

” Ci salveranno le minoranze vitali, motivate e creative che svettano sul blob generale?”. 

Chissà.

Inizio a crederci poco. Ma provo a metterci impegno, ogni giorno.

E spero in un miracolo

SENTINELLE DIGITALI

Mentre festeggiavo Natale e mi preparavo al Capodanno, ero completamente ignara del grande disagio esistenziale che affliggeva una considerevole fetta della popolazione. 

No. Non parlo della crisi.

No. Non parlo della situazione politica. 

No. Non è la questione del lavoro o della precarietà. 

In questi giorni un grido accorato ha ingrossato l’ugola di Massimiliano Padula, presidente dell’Aiart.

Ma come ” chi è ?”

Questo signore è a capo dell’Associazione Italiana Telespettatori ( andate a consultare il loro sito, è davvero divertente… ndr ), che nasce per “Tutelare gli individui, in particolare i minori nel campo della comunicazione mediale e digitale”

Gente seria insomma. 

Il Presidente non può ovviamente visionare il palinsesto televisivo da solo, dunque si affida a una capillare rete di adepti disposti a torturare i loro occhi con vari programmi, tra cui quelli di Rai 3. E cosa scoprono le sentinelle mediali?

Una verità sconvolgente

La satanica Daria Bignardi ha infatti osato inserire tra il Tg e Un Posto al Sole le repliche di ” Stato Civile – l’amore è uguale per tutti”. 

Devo ammetterlo. Non l’ho visto.

Ma dall’articolo di Marco Deriu, giornalista di Famiglia Cristiana, ho subito capito che la mia tutela digitale era in pericolo.

E così, tra la messa di mezzanotte e i brindisi di fine anno, scoppia il merdone di Natale.

Sappiamo tutti che la famiglia tradizionale mangia cena con la TV accesa. Non vola una mosca e si sta attenti alle notizie del Tg. La cronaca è infatti adatta a tutte le età. I bambini vanno educati a conoscere gli orrori del mondo fin da piccoli!

Tanto a tavola non si parla, e che la cena sia almeno produttiva dal punto di vista dell’informazione.

Queste disciplinate famiglie non guardano Rai 3 perché sono di sinistra ( Rai 3 è ancora dei comunisti, vero?), ma perché aspettano LA PUNTATA : Un Posto al Sole. 

Anche questo programma non l’ho mai visto. E ho deciso di non aprire nemmeno il sito, vivrò lo stesso. Credo sia una sorta di soap all’italiana, con sfondi aragosta e tende gialle nei salotti. 

Insomma. Tra il momento serio del Tg e quello serissimo della soap, la direttrice infila il docu-gay

Orrore.

Padula e le sentinelle si indignano. Deriu, dalle pagine del giornale più rubato nelle chiese d’Italia, sposa immediatamente la causa ( con rito cattolico, ovviamente). Serpeggia l’idea del complotto.

I gay… a Natale… non si può sentire! 

” La scelta di Rai 3 di inserire nel preserale di questi giorni le repliche del programma delega alle famiglie una responsabilità in più nella valutazione dell’adeguatezza di contenuti e forma alla sensibilità spettatoriale dei più piccoli “. 

Insomma! Come dar torto all’ illuminato giornalista! 

Ai bambini puoi spiegare tutto, soprattutto quello che vedono al Tg : le guerre, le bombe, i terremoti, i morti, babbo natale che non esiste, la violenza, i preti pedofili…

Ma gli omosessuali no!

Noi povere famiglie, dobbiamo far chiarezza proprio su tutto? Riusciamo a non far impressionare i nostri piccoli per tantissime immagini, ma due uomini che si sposano, che imbarazzo! 

Che gli vuoi raccontare? Che è amore? Che è natura? Che è normale

E se a forza di parlargliene diventa gay pure il bambino? Oddio, no, che incubo. 

Non si dica comunque che qua si fa polemica e basta. L’associazione, propositiva per statuto, lancia subito un’idea geniale : facciamo un documentario sulle famiglie eterosessuali. Precisiamo : sposate.

Oh. Finalmente! 

Onestamente ero preoccupata di una futura invasione di documentari omosessuali. Perché dal docu-gay al cartone animato con protagoniste lesbiche, alle quattro del pomeriggio, è un attimo. 

Come va a finire lo sappiamo tutti. La TV dell’infanzia ti segna. Può cambiare il corso di una giovane e innocente vita. Lo dimostra il fatto che chi come me guardava Pollon, oggi sniffa. Chi tifava per Lupin è in galera. I seguaci di Chobin sono tutti in psichiatria. E i fan di Lady Oscar… beh… ecco, quelli sono transessuali! 

Dunque, siamo tutti d’accordo : cena, Tg, spegnere TV, riaccendere dopo 30 minuti circa, un posto al sole, ruttino e tutti a nanna. 

Anzi, ancora meglio. La soap la registriamo e guardiamo Rete 4. Così andiamo sul sicuro. 

Spieghiamolo ai bambini. L’amore non è uguale per tutti. 

E nemmeno il cervello

.:NOLI ME TANGERE:.

La libertà sessuale, sottolinea la Cassazione, rientra nella libertà personale comprendente «anche e soprattutto il diritto della libera autodeterminazione sessuale, come potere di disporre della propria persona e del proprio corpo, senza che siano ammesse intrusioni non consentite, una specie di ‘noli me tangerè, ossia un divieto assoluto di intromissione nella sfera intima, sessuale, della persona, che si traduce nella proibizione di qualsiasi intrusione corporale senza consenso».
La Cassazione si è così espressa nel caso di una donna che denuncia un uomo per “violenza sessuale”.

Quale violenza?

Nell’ordine : palpata di culo, palpata di tette e “leccatina repentina”.

Sì, perché c’è chi si prende il diritto di leccarti la faccia ( testualmente – dal mento al naso- vedi sentenza) per strada.

Benito, questo il karmico nome del furbo imputato, si difende spiegando che non aveva intenzioni di tipo sessuale tanto da aver compiuto il gesto in presenza del compagno di lei.

Siamo nel 2016 e ancora una donna non puó avere seni prosperosi in timida vista, se no è un po’ sgualdrina, non puó essere ingonnellata e succinta nello stesso vestito, se no se la cerca, o tingersi di rosso le labbra perché poi provoca, ma soprattutto se è femmina ha da farsi leccare la faccia dal primo imbecille che passa.

Sulle basi di questi diritti barcollanti che ancora hanno da far discutere gli uomini con la toga nei tribunali, come può una donna accettare l’idea di un [fertilityday] ?

(Gli danno un nome inglese così lo capiamo anche meno).

Da donna sono indignata e schifata.

La legge ancora non percepisce i diritti di base ma ci si preoccupa del nostro utero.

“Diritto alla libera autodeterminazione sessuale”.

Lo dice anche la legge.

Tradotto: dell’utero ne facciamo ciò che crediamo o che possiamo.

Il giorno della fertilità è un’intrusione non consentita nella nostra sfera privata e come tale va denunciata.

E voi uomini? Inseminatori impazziti? Non avete nulla da dire?

Credo che ci prendano tutti per scemi. E siamo alla fiera del minimalismo cerebrale.

Diamo ai giorni il loro nome ( lunedì martedì mercoledì …) e un senso alle lotte vere. Che siano di diritto effettivo e non di conquiste di cui non frega niente a nessuno.

Siamo capaci di far l’amore, cari ministri, per piacere e divertimento. Sappiamo far figli quando vi sono le condizioni. Sappiamo capire anche quando non possiamo farne, per mille ragioni. Ma soprattutto sappiamo quando non li vogliamo.

Sicuramente non il 22 settembre.