.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

LOTTO a MARZO come SEMPRE

Forza spingi!
Un ultimo sforzo!

È FEMMINA! AUGURI!



0-3 anni LA LOTTA CROMATICA

Fiocco rosa. Cicogna rosa sul balcone. Tutine rosa, fascia per capelli con fiocchetto, trapuntina, sacco nanna e sonaglietto, tutto rosa. Anche un daltonico non ha dubbi: è femmina.

3-10 anni LA LOTTA DELLA CRESCITA

Asilo. Settembre porta un bel grembiulino ( rosa) e la scoperta dei Lego dei maschi. Nessuna paura! Babbo Natale arriva poco dopo e nel pacco ecco “La mia prima cucina”

A brevissimo riceviamo il ferro da stiro, la mini aspirapolvere, il set di pentolini, l’asse da stiro ( se no non si può usare il ferro), il mini market con frutta e verdura finta, e se sei fortunata, anche la cassa per fare la cassiera con tanto di soldi finti, e un set completo per il trucco.

Tutto liscio fino alle medie tra codini, ciuffetti, scarpe verniciose, magliette e brillantini.

Fai tutti gli sport adatti : danza classica, ritmica, capriole, tessuti e pallavolo. Con genitori molto alternativi, pur femmina, è talvolta concesso il nuoto. 

11-14 anni LA LOTTA ORMONALE

Insieme agli undici anni scopri di esser femmina davvero. La leggenda mitologica del ciclo mestruale si realizza pesantemente con dolori degni del parto e un ingombro impossibile tra le mutande. 

I tre anni delle medie hanno un unico sottotitolo : TRANSFORMER.

Capelli unti e crespi impossibili da pettinare, pustole che manco il vaiolo ti devasta tanto, peli ovunque, ascelle che lasciano le scie chimiche, tette che prendono vita. 

Una tragedia.

E nel frattempo, altra consapevolezza. Al mondo esiste un’altra donna : LA MAMMA.

E la si odia.

Non so perché ma la natura dice che la devi odiare, e ti riesce benissimo. 

15-20 anni LA LOTTA AMOROSA

Finalmente alle superiori questa corsa ormonale delirante si placa un pochino.

Le ovaie dicono che ok! sei femmina, ma puoi prendere una pausa. Quel paio d’anni in cui rubi le camicie a tuo padre, giri con gli anfibi militari, ti trucchi come i morti, e puzzi un po’ meno

Poi, il miracolo.

Oltre alla finta tregua con la madre, la scoperta dei maschi.

L’inizio della fatica vera.

La femmina si innamora sempre dell’unico maschio che non la guarda. Oppure la guarda ma non fa nulla. Oppure fa qualcosa ma è rivolto all’amica. Oppure diventa un amico. Insomma. Una soap opera continua, condita da lacrime e disperazione e odio cosmico. 

La magia pura avviene intorno ai vent’anni, un po’ più, un po’ meno. 

L’anfibio torna scarpa. I sacchi di juta che facevano da abiti rimangono nei cassetti. Il colorito da vampiro torna rosa. Nasce il piacere per la cura di sé. 

La femmina è in fiore. 

Ed è in aperta caccia. Missione : marito.



20-30 anni LA LOTTA PER LA COPPIA

Dico marito, ma intendo qualunque tipologia di essere umano che vaghi in quel momento sul pianeta completamente ignaro delle torture psicologiche che dovrà subire.

La femmina tra i venti e i trent’anni cerca una cosa sola: la sua metà. Determinata. 

Giusto il tempo di arrivare tra i trenta e i quaranta, momento in cui invece tenta di liberarsene.

30-40 anni LA LOTTA PER SCOPPIARLA

Eh lo so, è strano.

Ma chi è votata a far la moglie, va avanti tra alti e bassi fino alla vecchiaia.

Le inquiete invece cavalcano l’onda ancora un po’ e se non fanno casini continui non sono contente.

In questi anni la femmina ricopre i ruoli più disparati. Figlia e madre. Moglie e amante. Lavoratrice e casalinga. Cuoca e organizzatrice di eventi. Ma non a fasi : tutto insieme. Forse ci si riempie di senso di onnipotenza. Non so. Facciamo tutto noi… Nel delirio dei deliri pensiamo addirittura che i maschi non servano ( tutti eccetto i nostri figli ovviamente). 

40-50 anni LA LOTTA PER RIFIORIRE

I giochi son fatti. Se siamo adatte per il matrimonio si è ormai visto.

Se abbiamo preso un abbaglio, invece, stiamo ballando. In palestra, in un locale, in piscina. Movimento perpetuo. Riempirsi di interessi, incastrare gli impegni, far tornare i conti. Tener stretto il lavoro. Decidere di cambiarlo. Parola d’ordine : rivoluzione. Una qualsiasi. La donna è in piena forma a questo punto. Completa, sicura, energia pura.

50-60 anni LA LOTTA ALLA MENOPAUSA

Nel più bello, la menopausa.

Una vita a mettere gli ormoni al loro posto, e quelli impazziscono di nuovo. Una fame che ti mangeresti i comodini, il sudore del cammello nel centro del deserto, le lacrime in tasca. Ci si commuove alla vista di un papavero. Praticamente ritorni ragazzina ma con la faccia di un mocassino. Bene ma non benissimo. Passa eh! ma è durissima. 

60-80 anni LA LOTTA PER LA CALMA

La pace e, finalmente, la pensione. Alleluia si viaggia. Il decoupage. Il giardinaggio. Le camminate. La lettura. Il cinema senza addormentarsi. Il mare in inverno. La montagna in estate. I nipoti. Le torte. La cucina per piacere. ( io adoro le signore del bridge, ad esempio).

80-120? anni LA LOTTA DEL QUOTIDIANO

Invecchiare. Ricordare. Rimpiangere. Gioire. Osservare i figli realizzati. I nipoti studiare e lavorare. Vedere gli amici andare. Godere il proprio tempo al meglio. Sorreggere il compagno di una vita. Farci sorreggere. Non ammalarci. Ammalarci senza soffrire. Mantenere la memoria a qualunque costo, perché trasmettere la propria storia è importante. Spiegare chi eravamo o chi volevamo essere. Dare un consiglio saggio. Non vergognarci di dare una carezza. Di versare una lacrima. Di chiedere un abbraccio. Di dire ti voglio bene. Di difendere il proprio pensiero. E non aver paura a cambiarlo. 

Sospirare. Ne abbiamo diritto. Perché questo è un milionesimo della nostra vita.

Parlare tanto. Star zitte. Un po’ come ci pare.
È una vita che lottiamo. Ora, si fa a modo nostro. 

Donne, che belle che siamo!

STUPRO VIRTUALE

Se ne parla da qualche giorno.

Complice l’interesse di Enrico Mentana in primis e qualche blogger che ha voluto approfondire.

La notizia la leggo solo oggi. E sgrano gli occhi.

STUPRO VIRTUALE.

Ci si adopera sempre più per mantenere la dovuta privacy sui Social. Per proteggere le foto dei bambini. Ma anche la propria stessa immagine. 

Io per prima ho approcciato anni fa a Facebook in modo a dir poco leggero, condividendo spesso momenti di vita vera. Per poi cambiare rotta, per molti motivi, e passare notti a cancellare fotografie ma anche post. 

Mi sono sentita parecchio stupida. Stupida perché avevo condiviso tutte queste cose, stupida perché ho perso ore di sonno a eliminarle. Stupida perché avevo blindato l’impostazione della privacy ma poi cancellavo ugualmente. Insomma. Mi sono data da sola della superficiale, ma ho anche deciso che indietro non si torna.

Forse ho fatto bene.

Perché l’orco non è più lo sconosciuto. È nella lista degli amici. Quella a cui ognuno di noi dà l’accesso alla propria vita on line.

Le foto a cui tentiamo di limitare la diffusione possono essere salvate in un clic. Ma qui non c’è più solo lo spauracchio della pedofilia. Sotto i riflettori ci finiscono le donne

Succede che pubblichi una tua foto qualunque, spesso nemmeno ammiccante ( anzi) e un tuo amico la salvi.

Poi la pubblica.

In un posto che tu non conosci.

Sono i gruppi cosiddetti chiusi o segreti, accedi solo su invito, o se sai che esistono. 

Facciamo che l’amico sia il tuo vicino di casa. Lo conosci davvero. Non gli neghi certo un’interazione su Facebook no? Lo saluti ogni mattina, è gentile. Ma lui le tue foto le guarda con altri occhi. Con il suo telefono o sul pc le salva, e poi le condivide in uno di questi gruppi scrivendo di tutto. 

Scatta la foga maschile.

Con commenti che nemmeno si possono definire volgari.

E tu?

Tu non puoi far nulla. Anche perché, ufficialmente non sai nemmeno che stia succedendo.

E Facebook? 

Facebook non fa nulla. O quasi nulla. 

In questi giorni si leggono numerosi casi di cronaca che ci parlano ancora e ancora di violenza sulle donne. Mariti che impazziscono e massacrano, fidanzati che accoltellano, ex che inseguono e picchiano. Donne che muoiono.

Mi chiedo, onestamente, dove siamo ancora al sicuro?

Perché credo che per molte menti malate il passare dalla violenza virtuale a quella reale possa essere veloce. O quanto meno fattibile. Inveiscono sotto quelle fotografie con una tale ferocia che pare di toccarla. E ciò che più mi sconvolge è che stiamo parlando di amici, parenti, colleghi. 

Sicuramente la metà almeno di questi coraggiosi scrittori, nella vita reale, non riuscirebbe nemmeno a balbettarle quelle parole.

Ma sta di fatto che le scrivono.

Le interazioni Social sono sicuramente un fenomeno interessante. Molto spesso uomini maturi si circondano virtualmente di amicizie femminili molto più giovani. Le ragazze oggi sanno bene che proporre una bella immagine scatena immediatamente consensi maschili ad ampio raggio. Magari un commento. E per quanto mi faccia sorridere che un 40/50enne ammicchi a una di 20, posso capirne la dinamica. Ma da questo a sfruttare l’immagine di una giovane donna per sfogare le proprie fantasie sessuali ne passa ancora molto.

Tutti si spinge un po’, è facile, ma per qualcuno diventa un gioco malato. 

Come ci si difende allora da uno stupro virtuale?

Non si può.

Perché il meccanismo è infernale e non potremo mai averne pieno controllo, oltre al fatto che chiunque, nota bene:chiunque, può appropriarsi di ciò che di tuo viaggia nella rete. 

Dunque rimane solo la consapevolezza che tutto questo può accadere. E va oramai forzatamente accompagnata dalla comprensione del mezzo : se non è vita vera, non far sì che lo diventi. 

Le parole : viaggiano.

Le immagini : viaggiano.

Un’unica soluzione : pensare. 

Prima di qualunque clic.

SELFICIDI, FILTRI E BASTONI

All’ospedale Aiims una diciottenne arriva per una presunta malformazione al naso. Ma la spediscono in psichiatria, in compagnia di altri sei pazienti, ricoverati per lo stesso problema : la DIPENDENZA DA SELFIE.

Sì, ho riso anche io. 

Eppure nel nuovo elenco dei disturbi psichiatrici arriva anche questo. E parte tutto dal cosiddetto ” disordine dismorfico del corpo” ossia, in parole povere, l’ossessione per un difetto fisico ( spesso immaginario) del proprio corpo. 

Curiosamente il disturbo vede uomini e donne a quasi parità di disagio. Noi donne un po’ di più, ma comunque di poco.

Neanche a dirlo, il fenomeno è in aumento.

Siamo sinceri. Questi SELFIE ci piacciono. 

Sono il riscatto per una serie di incazzature passate. 

Da ragazzini noi avevamo solo le macchinette fotografiche. Quelle a cui dovevi azionare il flash che si caricava come una turbina a motore per poi abbagliarti fino alla cecità temporanea. Risultato : sviluppavi dal fotografo e uscivi con un pacco di immagini in cui otto volte su dieci avevi gli occhi chiusi. 

Per non parlare di quando si andava in vacanza e chiedevi al giapponese di turno di farti una foto esprimendoti a gesti, o si tentava la fortuna con qualche ragazzino che in realtà ti immortalava i piedi ( lo ammetto, l’ho fatto anche io).

Avere in mano uno smartphone non ci è parso vero. 

Autoscatto. Orrendo. Scarta. Riprova.

Mediocre. Scarta. Riscatta.

Ok. Filtro. Altro FILTRO. SUPER FILTRO. 

Diavolo! Il selfie ci rende tutti obiettivamente fantastici. Anche perché con un po’ di pazienza il risultato è a dir poco stupefacente. Lo dimostra il fatto che le app sono in continua evoluzione, e ti regalano persino il trucco. 

Allora, avanti autostima! Ogni momento è buono. 

Tu con la torre di Pisa dietro.

Tu sfondo mare.

Tu nel bagno in autogrill.

Tu che mangi.

Tu che ridi.

Tu che spingi il carrello al reparto ortofrutta.

Tu col cane. 

Tu col gatto.

Tu che provi un cappello. 

Per le donne il selfie è la manna dal cielo : non devi nemmeno trattenere la pancia. Puoi essere in pigiama, in ciabatte, coi calzini bucati. Anche nel peggior stato possibile, dal collo in su si è meravigliose!

Questo scatto magico, è oltretutto diventato suggello di storiche amicizie femminili. Vai in un locale, vedi il tizio di cui si è innamorata la tua amica e zac! selfie tattico con cui immortali fintamente te, ma soprattutto, alle tue spalle, lui con un’altra. Messaggio allegato : guarda chi c’è ? E zero filtri. Che si veda bene quanto è brutta l’altra.

Tanto nel selfie devi venir bene tu. E se il telefono è tuo la legge non è discutibile : foto di gruppo? se mi soddisfa si tiene, se no si rifà. Gli altri partecipanti sono perfetti anche con espressioni tipo paresi.

La chiave di volta che ha dato davvero la spinta al delirio è stato il bastone. Quel prolungamento di braccio con cui oltre a te immortali un’intera tavolata. Ma soprattutto, la bacchetta magica con cui le donne riescono finalmente a fotografarsi a distanza, senza dover trovare il filtro anti baffi, o meglio ancora dall’alto, per sembrare ultra magrissime. 

Un milione di selfie al giorno in Italia. Dati del 2014. Chissà oggi… 

Sono due selfie al mese a testa.

Riusciamo a contenerci? Se no, ve lo dico chiaro, è selficidio

Non so voi. Ma è il 10 gennaio e ne ho già fatti tre. 

Se non scrivo più, è perché mi hanno rinchiusa. 

È stato bello. Ciao. 

ESTETISTA vs SMALTO

MARTEDÌ 

Stefania il colore dello smalto oggi lo faccio decidere a te.

Ok. NERO.

No.

Rosso classico?

No.

Ferrari?

No.

Bordeaux!

….no.

Allora NERO.

No. Qualcosa di acceso, magari.

Arancio.

No.

Fucsia.

No. Troppo. E un naturale?

Dai, mettiamo il NERO.

No. Chiaro.

Latte?

No.

Rosato allora?

No.

Cipria!

No. Pastello, hai qualcosa di pastello?

Azzurroverdeacquanonsoche.

No. Un prugna magari…

Questo?

No. Ha i glitter.

Non li ha.

Vero… ma…

Grigio!

Mmm…no.

Ottanio.

Cioè? 

Lasciamo stare.

Mi fai un blu? 

NO. Prendo il pantone?

Mattone c’è ?

Sì! Lo vado a prendere.

No. No va. 

E un ciliegia?

No. Senti. Scegli tu.

NERO.

Va bene. 


Olè!


VENERDÌ 

Stefania oggi ho le idee chiare.

Bene. Che smalto mettiamo?

Trasparente!

No, dai, trasparente no…

Allora al massimo un naturale.

Ti devi sposare?

Vabbe, ma non ho voglia di colore.

Naturali non ne ho ( bugia ).

Al massimo un pastello.

Come tua figlia?

No, infatti.

Dai, osiamo un po’.

Facciamo di nuovo il rosso?

No. Natale finito.

Arancio?

È inverno. Arancio finito ( bugia ).

Quel fucsia che mi piaceva?

Finito ( bugia ).

Blu?

Neanche morta. 

Va bene, Stefi. Fai tu.

NERO.

Perfetto.


Olè!