DAMMI UN SENSO(RE)

Dobbiamo mettere il sensore al seggiolino, noi mamme che dimentichiamo i figli in auto.

Capita a tutte, anche ai papà, solo che quasi sempre il cervello si accende e non succede davvero.

Da oggi, se non si accende, ci pensa l’App e ti allerta lei.

Sarà il sensore giusto quello del seggiolino?

Perché oggi, io madre, avrei bisogno del sensore del malditesta. Mi serve l’App che mi dica piantala! e prendi una pastiglia. Perché sopporti?

Ne vorrei forse uno generico. Titolo dell’App dedicata: malattia. Dovrebbe dirmi fermati! stai a casa, metti la tuta, lanciati sul divano e dormi. Invece no, vado a lavorare lo stesso.

Vorrei il sensore del cibo. Che controlli quando digiuno perché non ho tempo, perché sono arrabbiata, perché la giornata è storta. Che suoni due volte quando apro il frigo e mangio anche i ripiani in vetro perché al diavolo la dieta e vaffanculo al capo.

Vorrei un campanello per lo stress. Livello limite, pericolo, stai lontana dai coltelli.

Vorrei il sensore del sorriso che si connetta direttamente allo specchio, per ricordarmi che quando lo indosso sono più bella.

Vorrei essere avvisata che è ora di far la spesa prima che sia ora di cena, per non impazzire ad inventare qualcosa.

Inventate per me ad un’applicazione per gli incastri, che mi dica dove passare con l’auto per essere contemporaneamente a scuola, in ufficio e in riunione.

Che mi ricordi di ricordarmi di me, dei miei capelli, dei miei vestiti, dello smalto, del mio corpo. Perché non sono come l’auto che col lavaggio super in cinque minuti è nuova. Ho bisogno di tempo. E lo dedico tutto agli altri.

Suona per favore il giorno della recita, proprio a Natale, mentre il lavoro mi succhia l’anima e arrivo sicuramente in ritardo.

Allertami in caso di malinconia acuta. Capita spesso, e in quei momenti non vedo e non sento nessuno. Forse nemmeno una tromba nell’orecchio.

Suona forte ogni volta che trattengo le lacrime perché tra un milione di cose che faccio, ne sbaglio una e crolla il mondo. Voglio l’App del pianto libero.

Ma anche del sonno duro. Senza sogni. Senza sveglia. Senza chiamate notturne. Senza pensieri fissi.

Inventatemi il sensore mamma di merda. Quando esagero parta pure una scossetta nella chiappa, così rassodo anche il sedere, che per la palestra non ho tempo.

Voglio il sensore della terza mano. Se faccio troppe cose tutte insieme sino a desiderare di aver anche la quarta, scatti una sonora risata. La sentano anche i vicini, così mi do una calmata subito.

Vorrei il sensore pazienza. È complicato perché deve funzionare sia quando ne sto mettendo troppa, sia quando la perdo in fretta.

E per la sopravvivenza di tutti i giorni, chiedo il sensore per gli stronzi, quello per i bugiardi, e quello per i razzisti. Che sia una sirena da stadio, così che non mi ci avvicini oltre la distanza di sicurezza.

Tagliamo la testa al toro. Inventiamo il sensore stanchezza. Deve suonare fortissimo e fermare questo mondo matto.

Che per dare un senso alla dimenticanza mostruosa di madri e padri che vivono dentro a frullatori, viene messo in un seggiolino.

E ci pensa l’App del telefono.

Quel telefono che ora lancerei dalla finestra, insieme alle settemilacose che ho ancora da fare.

E fuori è buio da un po’.

Stefania vs Parrucchiera.

Avete presente Medusa? La figura mitologica che pietrificava chiunque la guardasse?

Ecco.

Io credo che gli antichi greci avessero pensato alle parrucchiere per inventarsela.

Una volta a settimana dedico un’ora del mio incasinatissimo tempo per recarmi dalla domatrice ufficiale dei miei capelli.

È matematico.

Se nasci con i capelli ricci vai a farteli stirare. Se nasci con gli spaghetti in testa ricerchi ogni pozione magica che te li arricci.

Beate noi donne! Mai contente …

Personalmente appartengo alla categoria “ testa a scopa di saggina”.

In sostanza, se avessi tempo e voglia, potrei far rinascere in qualche modo i miei ricci naturali. Ma poiché la sola vista di una spazzola in casa mi crea ulcera, mi rivolgo a chi pazientemente sa renderli magicamente setosi.

Se non facessi così, sembrerei probabilmente Tina Turner appena sveglia,

dopo un bagno turco,

in una giornata di pioggia tropicale.

Una favola, insomma.

Bene.

Ogni volta che varco il tempio del bigodino con fare baldanzoso, la mia curatrice d’immagine mi sorride e …

“Buongiorno! Allora… cosa facciamo oggi?”.

Per dovuta educazione, la guardo negli occhi e sorrido, ma ZAC! Medusa è in azione : sono di pietra.

Ora ditemi.

Voi, in quel dannato salone, valete qualcosa? La vostra opinione conta? Riuscite a decidere le vostre sorti capellifere?

No, io no. Da mai.

Partiamo dal taglio.

“Quanto vuoi tagliare caraaaa?”.

Lo chiede, ma le importa poco.

Ha già tutto in mente. Perché ha fatto il corso dal guru delle starssss e vuole subito sperimentare.

Nella mia banalissima esperienza da cliente, so esattamente quali sono i tagli che mi donano una meravigliosa faccia da idiota. Quali non riesco a gestire. Quali mi fanno la cofana. Ma soprattutto quali non mi piacciono.

Bofonchio qualcosa, disarticolando a stento anche i vocaboli più semplici. Spesso di fianco a me ho qualcuno che armeggia con foto sul cellulare: illuse…

La paziente apprendista tira fuori il “libro dei tagli”. È tutto tempo sprecato, un inutile teatro che mette alla prova chiunque.

Sfoglio il libro. Non c’è nulla di ciò che avevo in mente. Le modelle sono delle gnocche stratosferiche e io sono lì, con la mantella di Batman addosso, le occhiaie e i capelli crespi.

“Mah, pensavo…”.

Medusa mi fissa standomi alle spalle. Sembra il boia, con le fobici che fanno già vapore, e il canino che spunta dalle labbra.

“Adesso ti faccio un taglio nuovo, l’hanno presentato alla fiera di BelliCapelliDuemilaNovanta. Vedrai! Sarai uno schianto”.

Cosa vuoi dirle?

Andar via?

Se è ispirata, è ispirata…

In quei momenti penso una cosa sola: ricresceranno in fretta.

Santocielo ci siamo.

Prende ciocche apparentemente a caso e inizia l’ecatombe.

Quando ha finito, ma la sua sete di accorcio ancora non si è placata, afferra le forbici finte. Quelle che sembra non taglino e invece sfoltiscono anche la foresta amazzonica.

In men che non si dica, sembro il bosso del mio giardino…

“Stai beniiiisssiiimoooo”.

Faccio una smorfia. La piega darà sicuramente ragione a lei, al mondo e all’universo tutto, ma io, dentro, sono morta un po’.

Un altro momento tragico è il colore.

Anche la tinta ha il suo mantello, plastificato, con sauna annessa.

Colpi di luce e dimagrimento.

“Che colore facciamo tesoro?”

Ho in mano un altro libro. Gigante. Cartonato. Ci son su appiccicati dei capelli arrotolati e brillanti. Sotto, numeri e parole tipo rouge charme, beauty blond, cherry dream…

Scavo nella memoria. Ecco, ora ricordo: CINQUE! Fammi il cinque!

“Ma nooo! Il cinque è un naturale, non si vedrà nulla, qui dobbiamo scaldare, rivitalizzare, drappeggiare!”

Dice una serie di cose incomprensibili che manderebbero in crisi anche un monaco buddhista. Poi, pervasa dal sacro spirito di Giotto, chiama l’aiutante, brandendo la ciotola e inizia:

“Metti cinque del due, otto di sette, un tappo di polvere, tre di zero e quattro di nove”.

Nel dubbio, appunto tutto e poi me li gioco. Non si sa mai.

Parte il mescolamento. Sembra la preparazione di una maionese fotonica. Nel frattempo vengo rubata ai miei pensieri dallo spalmamento del grasso di balena sin nelle orecchie. Operazione del tutto inutile perché dopo pochi minuti ho tinta anche nell’anima.

Le tecniche per rendere meraviglioso il nuovo colore sono infinite, e vanno dall’attesa classica, al cellophane stile ananas, al casco della Nasa che scalda.

In ogni caso, prego che nel salone non entri nessuno che mi conosca.

“Facciamo anche due colpi di luce?”.

L’inizio della fine.

Altre scelte, caldo o freddo, tonalizzazione, punte o strisce, degradé, shatush… Ho visto un pazzo in tv che usa un’innovativa tecnica con i palloncini ad elio.

La mia parrucchiera fortunatamente non ha così tanta malvagità in corpo.

Siamo alla piega.

“Li facciamo un po’ mossi? Diamo un po’ di movimento?”.

Mah…

Nemmeno il tempo di elaborare, che ho becchi e pinze ovunque e inizia la strigliatura.

A fine piega, se chiedo di non passare la piastra agli ioni di Marte divento lo zimbello del salone.

“Mettiamo le gocce di rugiada del Nilo? O preferisci l’olio rilucente maximum?”.

Ogni volta penso che, dannazione! ho i capelli puliti, quindi perché diavolo ci devo metter su mille cose?

È solo un pensiero. Ha già schiacciato la pipetta, sta sfregando le mani e inizia a spettinarmi.

“Testa in giù ragazza!” e avanti frizioni.

Tutto il suo bel lavoro, scompigliato in un secondo.

Tiro su la testa, come nella miglior pubblicità dello shampoo e lei gira la sedia rotante verso lo specchio:

“Oh! Ci voleva proprio!”.

Sì.

Sì sì.

Non sembro io, ma sì.

Mi ci vorrà un mese a farci l’occhio, ma .

“Allora, ti piace?”.

Medusa in azione. La fisso, di pietra.

“Tantissimo”.

Pago.

Esco.

Secondo me piove.

Vado a comprare un cappello vah.

Ma no. Sto benissimo.

E poi tanto, ricrescono.

LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

Quando la Volpe non arriva a D’Uva. Assorbenti: la storia che quest’uomo non conosce …

Qualcuno mi spieghi con quale preparazione tecnica un uomo possa parlare di mestruazioni ed assorbenti.

Personalmente l’università della vita mi ha laureata in ciclo mestruale alla tenera età di dieci anni.

Tanto per capirci, ero così piccola che mia madre per festeggiare l’evento mi regalò la bambola dei miei sogni.

L’avevo chiamata Prissi, come la cameriera svampita di Rossella O’Hara in Via col Vento. Credo che uno psichiatra avrebbe già parecchio lavoro su come ho elaborato l’inizio della mia età “femmina”.

Ebbene.

Insieme a Prissi, venni dotata di tutto il necessario per affrontare il delicato momento.

Asciugamano personale da bidet a cui mancava solo la lettera scarlatta, kit di detergenti che l’odore di menta arrivava sino in cortile e, ovviamente, assorbenti.

Ma attenzione!

Non gli assorbenti che possiamo immaginare oggi.

No …

Erano dei transatlantici. Dei paracadute ripiegati in otto. Una specie di cuscino da portare tra le gambe nella vana speranza che non si spostasse di traverso. Si inzuppavano come la spugna dei piatti e profumavano di obitorio.

Ricordo la gioia di mamma quando portò a casa la prima confezione di pannolini ( sì perché li chiamavamo così nella preistoria, i PANNOLINI) con le strisce adesive. Li attaccavi alle mutande da ciclo, che avevano il fondo cerato per farti trasudare anche l’anima, e permettevano ai sei litri di produzione di stare al loro posto.

L’avvento delle cosiddette ali è stata una sorta di giubileo.

Lo spessore era invariato, ancor sempre quella sensazione di bistecca alla fiorentina nei pantaloni, ma insomma! si volavaaaa!

Erano i primi abbozzi di modernità e la colla di ali e tutt’e cose miste allo sfregamento di coscia rendevano i cambi una missione zen. L’assorbente andava sradicato perché le ali si appiccicavano insieme, nel frattempo dovevi aprire la busta da supermercato che conteneva quello nuovo, levare gli adesivi protettivi, avviluppare i brandelli del vecchio nella busta nuova, appiccicare la bistecca pulita alle mutande nel miglior modo possibile e centrare il cestino a opera finita.

Finalmente, l’avvento dei Tampax. Al signor assorbente interno io vorrei dedicare una strada in ogni città.

Solo chi ha la mia età o più può capire la svolta epocale che questo tizio ci ha mensilmente regalato. Era un osteopata, che si era certamente stufato di curare la schiena della moglie china a cambiarsi i pannolini. Ci aveva visto lungo negli anni ’30, ma a casa nostra purtroppo sono arrivati ben dopo.

Ho seguito con passione in questi anni tutte le diatribe sul perché e sul per come siano da evitare. E vi giuro appoggio qualunque tesi, ma la comodità, abbiate pazienza, è tale da farmeli amare ancora oggi.

A onor di cronaca ho sperimentato pure la famigerata coppetta.

“Che misura?”. Santocielo!

“Quanto ciclo?” Ma che ne so!

Già l’acquisto è stato complicato. Che poi, non me ne vogliano le assidue coppettare, ma per me è un aggeggio infernale.

E l’ho deciso il giorno in cui, in bilico sulla tazza, con precario equilibrio da mutanda al ginocchio in tensione verso il lavandino per il risciacquo, mi è caduta in terra.

La coppetta.

Piena.

Che casca nel mezzo del bagno.

Ed io ero lì, ad osservare la scena da Pulp Fiction, a chiedermi da che parte iniziare a ripulire la scena del crimine.

Perché ovviamente

non ero

nel mio

bagno!

Quindi, caro il mio Signor D’Uva, lei può davvero capire?

Credo di no. Soprattutto perché in alternativa alla coppetta del diablo, mi propone gli assorbenti lavabili. Ma ci siamo?

Vai in bagno, leva il canovaccio della nonna e la cerata matrimoniale dalle mutande, appoggia il tutto non so dove, apri lo zaino per farti una doccia a secco perché chissà in che stato sei, prendi il canovaccio pulito, piegalo a dovere, rimpacchettati fino al collo e poi? Lo sporco lo laviamo sul posto? Ci portiamo dietro un sapone di Marsiglia tascabile? Facciamo il bucato nel cesso del ristorante e poi continuiamo la cena?

Avete idea della coda in bagno? Che già in quello delle donne normalmente sembra di essere in tangenziale nell’ora di punta, se ancora dobbiamo fare i lavaggi a mano entriamo in menopausa dirette.

Ma tipo. Lo inventiamo un Tampax ecologico? Un assorbente che vada nell’umido e amen? Praticità e ecologia? O davvero sarà meglio che le donne tornino al fiume a lavare i panni sporchi?

Facciamo un esperimento. Dotiamo il Ministro di ciclo per sei mesi, dolori e crampi annessi, lui prova tutti i sistemi possibili e poi ci dice come va.

Ah! No.

È maschio… E queste gioie non le avrà mai. Facciamo che cambia argomenti ?

Una cosa ancora.

Penso che in una famiglia come la mia, con quattro donne a ciclo continuo, una minor tassazione sugli assorbenti avrebbe sicuramente giovato, e magari i Tampax sarebbero arrivati prima. Chissà …

♥️

FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

LA SPESA AL SUPERMERCATO. Ovvero, la disfatta delle donne.

Oggi è successa una di quelle cose che non succedono mai : avevo tempo.

I ragazzi all’allenamento di calcio e io fuori dal lavoro.

Perfetto : vado a fare la spesa.

Normalmente incastro il mio giro al supermercato tra un impegno e l’altro. Praticamente metto la moneta nel carrello, indosso i pattini a rotelle e mi lancio in un vortice di acquisti che dura al massimo venti minuti.

Io al supermercato ho la concentrazione di un chirurgo. Poche mosse, massima resa. Non si può sbagliare.

Oggi no.

Oggi avevo tempo.

Così, con tutta calma, ho fatto il mio ingresso tra gli scaffali con la grandiosa idea di fare la spesa da tranquilla.

Ero così tanto serena da non aver nemmeno necessità di asfaltare i due signori davanti a me, dotati evidentemente del mio stesso tempo da perdere.

Li ho osservati sino alla fine. E la mia conclusione è che al supermercato vincono gli uomini.

Non c’è storia.

Allora.

Intanto i maschi si dividono in due categorie.

Gli uomini scatola e gli uomini carrello.

Se hanno la scatola, fanno la spesa da soli. Se hanno la moglie, hanno anche il carrello. È matematico.

La faccenda comunque cambia poco. Che abbiano a disposizione la micro scatola dei kinder o il cesto di una mongolfiera, il loro ordine è TOTALE.

No, ma, fateci caso!

Le cose alte tutte insieme, dietro. Cibo morbido, da una parte. Detersivi, dall’altra. Ma soprattutto : nessuno spazio lasciato al caso.

Credo sia per questo che i ragazzini son matti per il Tetris. È l’allenamento per la spesa da adulti.

Se io guardo il mio carrello, beh… insomma. Ho ampio margine di miglioramento. Butto tutto dentro, come capita, capita. Nessun ordine logico, se non per le uova che mi danno sempre una certa ansia.

Tra gli scaffali io sono la cliente ottimale. Vedo solo ciò che sta ad altezza occhi. Così compro esattamente ciò che “vuole”il supermercato.

Un uomo non cade mai in questo tranello. Lui scannerizza ogni corsia, e trova cose che io non vedrei nemmeno con dieci giri del circuito.

E poi

I prezzi.

“Laura, vedi un po’ quanto costano al chilo?”

Al chilo??? Eh???

L’uomo sa !

Il prezzo !

Al chilo !

Pazzesco.

Per me esiste la pasta. Per loro esiste la pasta che è di una qualità tot e che costa un tot al chilo e quindi conviene.

Un altro pianeta.

“Laura, non prendere quel pacco lì, che su quell’altro c’è l’offerta“.

Eh?

Ma certo! Perché hanno l’app. E leggono il volantino ( che io invece butto all’istante). E alzano gli occhi e vedono i cartelli arancioneAnas con su scritto offerta.

Facile?

Fantascienza.

Tanto che loro fanno la spesa settimanale con trenta euro, e tu invece paghi con carta di credito e rene destro.

Alla cassa, tripudio.

Io prima di iniziare a posare la spesa sul rullo prendo un ansiolitico. Intanto non capisco mai quale cassa sia la più veloce e mi ritrovo sempre ad aspettare ore.

“Apre la cassa cinque”.

L’uomo scatola ci arriva in un balzo ( maledetto!). Io quando ho finito le manovre del Titanic sono nuovamente l’ultima della fila. Infatti rinuncio spesso.

Mentre svuoto il carrello penso che ho un arsenale di borse riutilizzabili che sarebbero utilissime.

Ma sono ( ovviamente) rimaste a casa.

Quindi ogni volta compro le dannate eco borse che si rompono già durante il tragitto. Avrei potuto prendere una scatola… Ma oramai sono al dunque…

La cassiera inizia la sua svalangata di codici a barre. Insacchetto un pezzo e lei ne ha passati otto.

Tlin! Tlin! Tlin!

È velocissima. Mi comunica il totale mentre io sono a metà lavoro.

Cerca borsa mia. Cerca portafoglio. “Ha moneta?”. Cerca portamonete. Eh santocielo !

Sento sulle spalle tutto l’odio di chi è in coda dopo di me. Che poi è lo stesso che provo io quando sono in fila.

Uno psicologo avrebbe due dritte da darmi. Sicuro.

La sistemazione nelle buste è l’ennesimo caos. Il signore davanti a me esce con tre sacchetti. Tre : frutta/verdura, secco e detersivi.

Tutto diviso.

Io ho ottanta sacchetti, alcuni leggerissimi, altri pesantissimi, e un paio che si stanno già tagliando da soli. Suicidio delle borse in diretta.

Vado verso l’uscita. Anche la mia coppia preferita sta andando via.

Lui spinge il carello e lei ci poggia una mano sopra. Come a ricordarsi che un po’ comanda lei. Che tenerezza …

Sono molto rilassati.

Io un po’ meno. Ho un’unica domanda che martella il mio cervello.

DOVE

HO MESSO

LE UOVA ???

Sono sotto a tutto. Me lo sento.

“Ragazzi sto arrivando, aspettatemi sul piazzale”

“Hai fatto la spesa mamma?”

” Certo! E stasera … FRITTATA!”.

Risolto.

Ma il vero dubbio è :

come fanno i maschi con le uova?

Ho un’unica spiegazione.

Non le comprano.

Geniali.

O LA BORSA O LA VITA? La borsa!

Vedevo giorni fa un servizio su uno scippo in strada.

Scena :

Malvivente punta anziana con borsa.

Malvivente acchiappa borsa con rapido strattone.

Anziana rimane incollata alla borsa e si fa trascinare da malvivente.

Giuro! non la mollava! La forza di cento leoni!

Ora. Cosa terrà mai in borsa un’anziana signora di tanto prezioso da non lasciare la presa in quel modo? I soldi della pensione : è l’unica risposta sensata.

Penso al contenuto che potrebbe avere quella di mia nonna.

Tipo :

Portafogli con qualche spiccio per comprare due mozzarelle alla drogheria di quartiere.

Tessera del Maxisconto.

Busta di nylon ripiegata con chiusura a bottone. Biglietti di vario tipo.

Fazzoletti. Cellulare vecchio e rigorosamente spento.

Una matita.

Foto del marito defunto. Foto della figlia del cugino vivo. Foto del nipote quando era militare ( ora è nonno a sua volta).

Nessun documento, solo fotocopie ( anziana ma non stupida).

Le chiavi no. Sono in tasca.

Anelli no. Sono legati alla catenina.

Forse, da buona sarda, può avere in borsa un coltellino. Unico pezzo prezioso. Ma non devo dirlo o si arrabbia.

Il resto vale zero.

Nonostante questo, sono certa che si farebbe trascinare per chilometri pure lei, pur di non mollare la sua preziosa borsa.

In barba all’età, è una donna santocielo. E con la borsa ci andrebbe pure a dormire!

La capisco. Farei esattamente lo stesso.

Praticamente la natura ci regala alcuni equipaggiamenti naturali con cui fare i conti : i peli, le tette e la borsa.

Tutta la vita.

Ma se con peli e tette vale la regola del bluff ( i peli li togli e sembra che non li hai, mentre le tette le inguaini e sembra che le hai) con la borsa non si mente.

La borsa racconta tutto.

Guarda una, una che entra in un locale, per dire. Guarda la sua borsa e puoi già fare una mezza seduta psicologica.

Intanto : la dimensione.

Una donna che si rispetti trasporta una borsa a cui mancano solo le ruote per essere una valigia. Perché la borsa è casa.

In borsa hai TUTTO.

Lo spazzolino, lo specchio 3D, cibo, deodorante, agende, libri, chiavi di casa anche dei vicini, album da disegno, chiodi e martello e trapano, piumino per la polvere, costume da bagno e ombrello per la pioggia. Trucco da giorno. Stucco per la sera. Una penna. Pure due.

Tutto questo perché non si sa mai …

Hai bisogno di qualcosa? Fame? Sete? Voglia di qualcosa di buono? Ambrogio levati che apro la borsa.

Se hai figli poi … trasporti pure abaco e dizionario e mutande di ricambio.

E se una donna non ha una borsa gigante, per me, ha qualche problema. Cioè : come fa?

Io, per dire, quelle con la pochette le guardo con sospetto … ma che ci mettono dentro? Le parolacce che non osano dire?

Le borse piccole le hanno senza dubbio inventate i maschi. Solo un uomo può pensare che si possa scegliere il contenuto: rossetto o profumo? chiavi o fazzoletto? telefono o sigarette? scarpe o assorbenti?

No, non si può. Bisogna mettere tutto.

Le pochette le hanno inventate per i matrimoni, ossia per quando sei vestita come una rimbambita e hai bisogno di qualcosa tra le mani per alleviare l’imbarazzo.

L’avete notato vero che ai matrimoni hanno tutte la borsa piccola? Perché quella vera rimane in macchina, nascosta da un drappo, e alla festa ci vai con quella finta. Giusto da tener dentro il cellulare per fare la foto con la tua amica vestita in verde merda, la stola sulle spalle e lo smalto viola.

Ecco. Ai matrimoni fiumi di stole e pochette, praticamente il teatro dell’assurdo.

La borsa

Deve

Essere

Grande !

E con il peso specifico di un trattore.

Le vere borse PESANO. Pesano della sostanza di mondi paralleli che trasportiamo a spalle e che si mischiano in rigoroso ordine sparso. Altro che divisori!

Ah, un consiglio.

Non svuotatele mai del tutto!

Io ad esempio tolgo i pezzi necessari, tipo portafoglio e portatutto, portaqualche, chiavi di casa, del negozio, chiavi inglesi, calze, mutande, fazzoletti, salviette, roll on, roll off, roll up, rock and roll… insomma, ciò che mi serve strettamente, e il sottobosco lo lascio.

Così quando la riprendo sei mesi dopo diventa la fiera della gioia : oh il mio becco per i capelli! oh ecco qui i guanti! oh queste caramelle del 1989, vediamo se sono ancora buone!

E poi i soldi!

Al cambio borsa guadagno sempre almeno venti euro in monete sparse in vari canestri al volo.

Dunque.

La borsa o la vita?

Coincidono… come si fa a scegliere?

Sai cosa? Scelgo la borsa.

Che se la tiro in testa al malvivente lo tramortisco sicuro, e ho salva la vita.

Vedi?

Borsa!

In foto : borsa oversize tote bag eidosaronno. Oserei dire : LA borsa.