CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

LO SO, HAI ALMENO UN PARENTE SU FACEBOOK. E non lo dirai mai, ma succede anche a te. 

.: nomi, fatti, persone, sono di fantasia-nessun parente è stato maltrattato durante la stesura di questo testo, che è puramente esemplificativo :.
<Mi tutelo, che se la famiglia sarda si scatena, finisco in esilio>

CONFESSA!

Anche tu hai un parente su Facebook. 

Fino a un certo punto, ammettiamolo, va tutto liscio.

Scrivi, condividi, pubblichi post in cui parli del tempo. Poi una gita, una foto dei tuoi piedi nel mare, gli spaghetti che stai mangiando, lo scazzo di una giornata che vuoi comunicare quanto sia storta. 

Non te ne accorgi.

Perché il parente si inserisce senza capire bene come funziona il meccanismo. Chiede l’amicizia ai vecchi compagni di scuola, poi agli ex colleghi e ai vicini di casa, ai conoscenti del gruppo pensionati… 

Insomma, sta in sordina. 

E tu, ignara del tuo nuovo lettore occulto, continui a pubblicare senza limiti di privacy. Un libro aperto al mondo. 

Finché suona la chat di famiglia.

Plin!

[ Tutto bene?]

[ Sì papà perché ?]

[ No niente, buona giornata!]

Ok. Tuo padre si è iscritto a Facebook. 

Quando lo realizzi davvero, hai già condiviso almeno un post in cui ti dai dell’idiota per aver messo in lavatrice un fazzoletto di carta. 

Notifica.

= Carlo ha condiviso il tuo post =

Oh, porc…

Controlli, e sì : è davvero tuo padre. 

La sensazione è quella che hai provato a 16 anni quando ti aveva sorpresa in flagranza di reato mentre tentavi di ingoiare la sigaretta che stavi fumando. 

Controlli meglio, e sì : ha fatto pure il titolo al tuo gioioso post.

= ECCO MIA FIGLIA. 38 ANNI. =

Grazie papà. 

Respiri cinque minuti prima di controllare i commenti. Nei successivi dieci, sei alla berlina delle sue amiche del corso di cucina. 

Il parente Social è un po’ una piaga per ognuno di noi. 

Il suo sport preferito è innegabilmente l’interpretazione. A caso. 

Foto di panorama montano.

Plin! Chat.

[ Dove sei di bello tesoro?] 

Post di carattere culinario.

Plin! Chat.

[ Mamma dice che per spendere soldi in giro potevi venire a mangiare qui…]

Post scorbutico : ” oggi piede sinistro “.

Plin! Chat.

[ Ma non era il ginocchio che ti faceva male ?]

[ No papà, sono solo un po’ di malumore]

[ Mamma dice di passare qui]

Oh Gesù !

Tua sorella condivide una frase nostalgica con tanto di virgolette e autore.

Plin! Chat.

[ Ciao! Mamma voleva sapere se avete bisogno di qualcosa]

[ No papà, solo oggi abbiamo la vena poetica…] – negare a qualunque costo –

Insomma. Qualunque cosa decidi di pubblicare , il babbo la legge, chiama a raccolta il clan, parte l’analisi logica, viene interpellata una cartomante, e poi via alle supposizioni. 

Il problema vero è che dopo un breve periodo di anonimato, vissuto da semplici spettatori, non resistono e chiedono la tua amicizia. Che si fa? Non dai l’amicizia a mamma e papà ? O alla zia che ti cambiava i pannolini? Al cugino con cui passavi l’estate al mare? Al parente lontano che conserva di te un algido e puro ricordo? 

Certo che accetti.

Sei mica scortese.

Anche perché l’alternativa sarebbe far scattare la supposizione delle supposizioni, un intero nucleo familiare che si pone la peggior domanda : ” Avrà qualcosa da nascondere?” . 

No no! 

Peccato che il parente tra gli amici sia una spina nel fianco. E quando è dentro alla tua cerchia, scatta il suo commento selvaggio. Tanto ingenuo quanto imbarazzante.

Spremi tutti i tuoi neuroni per elaborare l’analisi geo politica del Paese e lui commenta :

/ Hai lasciato le finestre aperte. Mamma ti saluta e dice di chiamarla/

Ecco. Come fosse whatsapp. 

Hai appena attirato l’attenzione del tuo guru filosofico on line e ti spunta il commento ad cazzum del parente che non senti da 18 anni, drogato più di stampatello che di italiano:

/ HA CASA TT BENE? UN SALUTO E UN ABRACIO ZIA GINA E FAMIGLIA TUTTA/

Una cartolina praticamente. Accenti e doppie a perdere. Un figurone.

Il vero parente bastardo non interagisce quasi mai. Fino al momento topico in cui la tua amica ti immortala nel mezzo di una serata più alcolica che musicale, e a quel punto pianta un like ( se non il primo, il secondo) e commenta :

/ COME STA LA NONNA? VEDO CHE TI DIVERTI SEMPRE /

Eh certo. Esco una volta a far la finta adolescente, vengo ritratta in una posa da alcolista anonima e diventa SEMPRE.

 E il giorno dopo…

Plin! Chat.

[ Cosa stavi combinando? c’era anche tua sorella?]
Perché per osmosi tutto ricade su entrambe le figlie. Nel male, par condicio.

Il meglio sono le foto in cui sei in compagnia. Tagli, modifichi, filtri, ma il messaggio arriva comunque.

Plin! Chat.

[ Quello chi è? ]

Controlli bene. E il dannato braccio del fidanzato che non vedevi l’ora di nascondere, spunta a margine. 

[ È Laura !]

[…] – Pausa –

[ Mamma chiede di quel braccio che si vede di lato, tagliato. Non quello di Laura. ]

Oh! Santocielo!

Se i parenti li reclutassimo tra le forze speciali investigative, risolveremmo qualunque caso.

Il parente social impiega un attimo a capire il funzionamento del sistema, ma quando scopre cosa sia realmente la condivisione, scatta il delirio.

Condivide di tutto.

Poesie, canzoni, frasi, tramonti, politica, articoli, post di altri. Intasamento della home immediato.

Poi prende la via del non ritorno delle foto, quelle vecchie, quelle brutte, quelle delle vacanze, quelle che fa in giro con i soggetti più disparati. Impara il tag, e lì non c’è più nulla da fare. La reputazione salta.

/ La mia bambina a nove anni/

Foto truce anni 80, spalline giganti e calzini fluo, una camicetta che nemmeno la Laurito, il taglio di capelli come Toto Cutugno.

Plin! Chat.

[ Hai visto che foto ho trovato ?]

[ Ecco papà, puoi rimuoverla ?]

[ Ma se eri bellissima!]

E non la toglie eh ! 

A onor del vero debbo dire che il mio babbo social si comporta abbastanza bene. 

Vabbe. Grazie a lui ho rispolverato la musica dai Dik Dik agli Abba. 

Le poesie di Ungaretti.

Un po’ di Dante.

Ho scoperto angoli della mia città grazie ai suoi reportage fotografici.

Ho ricordato che fino ai 13 anni mi vestivo come i pazzi.

E poi so sempre le programmazioni dei film, perché le uscite al cinema le recensisce tutte.

Ma soprattutto è il mio più grande sponsor : qualunque cosa mia, lui la condivide. E in effetti mi conoscono fino in Toscana. 

Alla fine è carino. 

Infatti il babbo di questo post l’ho chiamato col suo nome. Carlo. Così è contento. 

Plin! Chat.

[ Mamma ha letto il blog e dice che poi la gente pensa che son io che faccio così ]

[ Tranquillo papà, lo sanno tutti che sei molto meglio ! ]

DONNE E DRAMMI : I BAFFI

“Ma voi donne, quando dite che togliete i baffi, intendete quei peli che escono dagli slip?”.
Me lo ha chiesto anni fa un uomo, incredulo di fronte al problema che affligge la quasi totalità delle donne. 

Ebbene sì, abbiamo i baffi. Chi più, chi meno, ma li abbiamo.

E non ne parliamo con nessuno, perché è un argomento direi paralizzante

Quando sei ragazzina e tua madre ti racconta la storia che “stai per sbocciare e diventerai una bellissima femmina” non immagini neanche lontanamente quale sarà il tuo destino : combattere i baffi tutta la vita…

Ognuna affronta il problema a modo suo e ovviamente, da estetista, conosco l’argomento in modo approfondito.

LA NATURALE : IO I BAFFI NON LI HO.

Donna in negazione. Decide di non vederli e li sfoggia con orgoglio. Si auto convince che se sono lì c’è un motivo ( magari isolano dalle polveri sottili) , che debbano per forza servire a qualcosa e se ne frega dell’opinione pubblica, tanto nemmeno si trucca. Coraggio da ammirare. 

LA COMPULSIVA : IO DI BAFFI NE HO POCHI.

Pochi o tanti, li ha. E lo sa. Infatti si guarda, e di tanto in tanto ne individua qualcuno che si vede un po’ di più e cade in fallo : lo toglie con la pinzetta! La psicologia femminile fa sì che dopo il primo pelo tolto arriverà irrimediabilmente il secondo, e il terzo… e il decimo. La donna “poco baffo” diventa rapidamente maniacale e inizia a spinzettare continuamente. Diventarne dipendenti è un attimo. Così la pinzetta dal bagno passa in borsa, e finisce a strappar peli pure in auto al semaforo. 

LA DALTONICA : I MIEI BAFFI SONO BIONDI.

Rarissimo. La natura ci dona amorevolmente baffi che vanno dal castano al nero corvino, e il pelo biondo va in dote a una donna su dieci. La verità è che lei lo fa diventare biondo, comprando gli schiarenti. Per me, è la pratica più imbarazzante. Perché i baffi purtroppo non diventano biondi ma gialli… In un paio di applicazioni ha una lanugine geneticamente modificata tipo gorilla alieno. Evitiamo, dai…

LA PERVERSA : CI PENSO DA SOLA.

Ostinata, si convince che il fai da te sia la soluzione. E fa un macello. Inizia con la crema depilatoria : prende coraggio man mano e la terza volta decide che più tiene la pozione magica in posa, più funzionerà. Così si ustiona. Quindi cambia metodo e passa all’epilatore elettrico, quello che “strappa i peli come la ceretta”. Peccato che per eccesso di zelo diventa impavida e tanto rapida da portarsi via mezzo labbro. Il giorno dopo le riconosci dai lividi. Allora compra il rasoio da donna ( che poi spiegatemi che differenza c’è ) e rasa… rasa…rasa… Finché si accorge che lo usa con più frequenza di suo marito e, fortunatamente , desiste. E lì, inizio a piangere io… 

L’ESTETISTA MANCATA : LA CERETTA? LA FACCIO IO!

Usa il pentolino sul gas, che anche il vicino del quinto piano si accorge che si sta depilando dalla puzza che sale, o strisce già pronte con cui si porta via anche l’ottavo strato di pelle… Al mattino ha delle croste che chiunque nota che ha tolto i baffi da sola… Ascolta, lascia perdere…

LA CLIENTE : IO I BAFFI LI FACCIO DALL’ESTETISTA.

Perfetto. Ma con buon senso. Capisco che hai provato di tutto e vuoi liberarti dei baffi, ma moderiamo le pretese. Oltre alla ceretta mi vengono chiesti riti magici che neanche Wanna Marchi può, passando per l’uso del filo alle fiale diserbanti al raggio laser fotonico. Stiamo calme. Ce la metto tutta, ma il baffo c’è, e purtroppo ricresce. 

Solo un appunto. Il detto “donna baffuta sempre piaciuta” è una favola che ci raccontiamo.

I baffi stavano bene a Frida Kahlo.

E basta. 

PRONTO CHI PARLA?

Ho la fortuna di avere un centro estetico abbastanza grande. Tanto per capirci lavoriamo qui in cinque.
L’equazione da come risultato che le clienti siano di numero considerevole e che io qualcuna non la conosca proprio.
Ognuna di loro telefona.

Ora. Diciamo che negli anni ho imparato a conoscere la voce di quasi tutte e che nel momento in cui sento pronunciare il nome della signora in questione, facilmente le associo un volto, ma a volte le donne sono bravissime a complicarmi la vita.

“Il Ninfeo buongiorno sono Stefania!”
“Ooooooo! Ciao Stefi! SONO IO”.
Ehmmm… Ciao TU.
Il mio schedario mentale inizia a scorrere all’impazzata.
TU incalza ” Mi hai riconosciuta vero?”
Oddio. Chi diavolo è?
” Dai, sono io”
Un aiuto da casa per favore…
” Ma Stefi! Sono Cri!”
Aaaaaaaaaa! Ecco chi sei! Una delle 20 Cristina che vengono qui….
” Ho bisogno di un appuntamento per le unghie”
Bene, sto restringendo il campo a 4 . Posso farcela.
” Ma nei mie soliti orari, perché poi ho i bambini, sai…”
Bingo!
Ma certooo Cristina TU, individuata!

Anche se le le migliori telefonate iniziano così :
” ciao Stefi, indovina chi sono?”
” ciao Stefi, vorrei un appuntamento per il mio solito”
” ciao Stefi, quando posso venire?”
I concorrenti di Gerry Scotti sono meno in difficoltà.

Al telefono il fraintendimento è un attimo.
“Signorina scusi sa se la chiamo all’ultimo, ma ho urgente bisogno di una ceretta entro domani”.
Scartabello, invento mentalmente ogni stratagemma per inserire l’emergenza in una giornata già pienissima e propongo le sei.
” Ok! Grazie mille, mi segni pure, ci vediamo domani mattina!”
Oh no!!! Io intendevo le 18. Va bene l’urgenza…

Urgenza… Spesso ricevo telefonate disperate. E quando dico disperate non esagero.
” Stefania La prego!! Ho un’unghia rotta e stasera ho una cena, mi faccia venire A QUALUNQUE ORA”.
Tra mezz’ora? Non ce la fa proprio.
Alle 11.30? No, ha i nipoti a pranzo, deve impanare le fettine!
Alle 14? Eh no, fa la pennica…
Alle 16.30? Ha la parrucchiera.
Alle 18.30? Troppo tardi.
Allora!!! Ha urgenza o no? Sbaglio o ha detto qualunque ora?
Passo alle minacce, funziona sempre.
Signora, allora la faccio passare domani.
” Va bene, verrò alle 14″.
Ecco brava, il riposino oggi lo saltiamo.

” Mi dia il primo appuntamento della mattina”
La segno per le 10 allora.
” Ma aprite così tardi??”
Lavoriamo 6 giorni su 7 dalle 10 alle 20 Signora. Più di questo mettiamo una tenda e dormiamo qui.
” Io volevo venire presto, tipo alle 8.30″
Se vuole quell’orario posso darglielo al sabato.
No il sabato no. Il sabato si dorme.

” Vorrei venire in pausa pranzo, sono lì da voi alle 13.37″ . Addirittura.

” Vorrei fare un massaggio. Domenica” .
Signora, la domenica siamo chiusi…
” Complimenti! Poi vi lamentate della crisi!”.
Accidenti. Il riposo dell’estetista non è contemplato…
Sa che c’è signora? Oggi è una di quelle giornate particolarmente ciniche. Faccia così : telefoni sabato che magari mi è passata.
Anzi meglio.
Chiami domenica.

{ Per la cronaca. Posso giurare di aver fatto depilazioni anche alle 23.30, prove trucco la domenica e limato unghie a clienti in ospedale. Sono cinica sì, ma ogni volta che posso mi faccio in quattro}

Il famoso PACCHETTO GAFFE

Ogni estetista ne possiede uno.
Inconfessabile.
Ogni estetista ha il proprio pacchetto di gaffe. Il mio è ben fornito.

Anche la più esperta collega sa che ci sono momenti in cui bisognerebbe tacere. Ma non ce la si fa.
Hai la domanda giusta nel momento sbagliato, sai che potresti evitare, e invece no. Insisti. La frase esce, leggera, svolazza in istituto, probabilmente nel preciso momento in cui le mille clienti presenti sono tutte, contemporaneamente, in silenzio.
La figuraccia è udibile a tutti. La tua credibilità vacilla.

Laura la conoscevo da un po’. Era venuta da me per la preparazione al matrimonio. Avevamo parlato tanto, in effetti, ma quel piccolo particolare mi era sfuggito…
Quella mattina a casa sua c’era fermento, gente che andava e veniva, fiori che arrivavano a montagne. Laura conteneva l’emozione a stento, visibilmente tesa ma felice.
Sto stendendo il mascara, e per sciogliere il ghiaccio, candidamente, ingenuamente, con forse anche una strizzata d’occhio ( ebbene sì) esordisco: “allora, dove l’hai spedita tua madre?”.
Ho detto proprio così : SPEDITA. All’altro mondo l’ha spedita, Stefania.
La folla intorno a me si è pietrificata. Fiume di lacrime in arrivo. Brava me.
Ho sperato che in quel momento si aprisse una voragine nel mezzo esatto del salotto e mi risucchiasse nel profondo degli abissi.
Correzione in corsa : ” Laura, sei cosciente del fatto che ho appena detto quel che non dovevo dire, ma soprattutto che hai il mascara fresco, quindi guai a te se piangi”. Risata generale. Meno male.

Qualche anno fa avevo un rappresentante, un tipo in gamba, simpaticissimo. Ci salutiamo prima di Natale, con un ordine di prodotti per il mese di gennaio e lui che parte per il Messico. Buon viaggio insomma. Gennaio passa e i miei prodotti non arrivano. Scatta la prima telefonata. Segreteria telefonica. Nei giorni successivi riprovo, nulla. Quindi attacco con i messaggi. Presa da foga, scrivo di tutto, compresi messaggi ironici in cui insinuo che lui sia scappato in Messico con soldi e prodotti. Zero.
Poi arriva la mattina x.
Esasperata, decido di andare alla fonte. Chiamo la ditta. Mica mi accontento della segretaria io, voglio parlare direttamente col capo.
Il suo buongiorno per me è aria fresca. Sono un fiume in piena:
” Allora adesso io Le spiego. Son due mesi che aspetto questi dannati prodotti, il vostro rappresentante si è dileguato, magari intascandosi pure i soldi, se non lavora più per voi che ci sia almeno la decenza di comunicarlo, ma Le sembra una cosa normale??? “.
Dall’altro capo del telefono un silenzio imbarazzato ” … vede Signora… Il Signor Marco non è più con noi…” .
Il mio cervello non recepisce. Annebbiato dalla rabbia. Insisto.
“A me poco interessa, non ci si comporta così, gli dica pure che in quanto rappresentante poteva almeno comunicarmi di aver cessato l’incarico!” .
Sento singhiozzare.
Molto bene Stefania. Marco si è suicidato. Le mie sinapsi si svegliano in un istante.
Il poveretto mi dà quindi un nuovo recapito. La nuova rappresentante, che per altro ha le chiavi del magazzino in cui sono custoditi i miei prodotti.
Riattacco, sbaccalita. Chiamiamo la signora allora.
” Pronto buongiorno, ho avuto il suo numero dal titolare. Guardi, sono un po’ interdetta, ho appena saputo di Marco, mai avrei detto, era un tipo così solare. Nella vita non si può mai dire…”
Una sola risposta: ” Non lo dica a me, sono la moglie”
Eh no!!!! Questa è una congiura!!!
Abbiamo risolto la nostra questione, e l’ho pregata di cancellare a prescindere ogni mio messaggio sul telefono di Marco.

Bruna ha sempre l’appuntamento il martedì mattina. Quel martedì lo salta, senza avvisare. Compare il mercoledì e confabula con la mia collega in reception. Ignara delle loro facce sfreccio di fronte a entrambe con un sorriso smagliante:
” wow Bruna!!! Oggi ti sei vestita da Minnie?”
Perché l’ho dovuto dire? Non era vestita da Minnie poi, aveva un abitino nero, che faceva molto funerale… Ecco. Faceva funerale di sua mamma.

Come non ricordare poi la mia Federica che consegna ad un cliente un campioncino di dopobarba, senza notare che ha in faccia un tappeto stile Babbo Natale, da sempre. Oppure Alice, che accoglie la sua cliente salutando il bambino che ha per mano chiamandolo nipotino ( era il figlio).

Gli esempi si sprecano. E temo siano in continuo divenire…

VIVA LA SPOSA!

Ho conosciuto Giulia anni fa e quel giorno lo ricordo benissimo.
Arriva trafelata. Lo stesso sguardo di un panda che scopre l’estinzione delle piante di eucalipto: angosciata.
“Ho un problema”
Che sarà mai?
“Mi sposo”.
Brava. Prendila con filosofia!

Le spose sono così. Tutto è complicato, tutto va veloce.
Ci pensano da quando son bambine al miracoloso giorno in cui diranno sì al loro principe azzurro. Hanno già tutto in mente, da sempre, programmano con tempistiche degne delle organizzazioni olimpioniche.
I guai sono dietro l’angolo. Pensano a tutto, ma proprio a tutto, ma qualcosa va sempre storto, l’isteria bussa alla loro porta già all’alba.

Finché arrivano da me. E si sfogano. La preparazione pre matrimoniale è un tour psicologico. Sono letteralmente stremate, pronte ad abbandonarsi alle mie amorevoli cure.
Pare facile, invece è un compito difficilissimo entrare nella loro psiche. Pazienza a palate.

Allora Giulia. Conosciamoci.
Dimmi, com’è il vestito?

Lo chiedo ma la risposta la conosco già.
La sposa ha un unico aggettivo per descrivere il suo abito.
Solo uno: SEMPLICE.
In vent’anni di carriera non ho mai incontrato una sposa che mi dicesse: Stefania , il mio vestito è una meringa di otto metri per quattro. Centomila fronzoli. Strass come se piovesse. Un’esagerazione sartoriale. Mai.
Il vestito della sposa è sempre semplice. Così semplice che il giorno dopo lo utilizzano per andare a far la spesa. Come no?

Giulia, che acconciatura farai?
Niente di che, ovviamente. Finché sfodera la pagina di giornale che ha portato alla collega pettinatrice, a cui va tutta la mia solidarietà: un’impalcatura che farebbe invidia al Re Sole.

Bouquet? Neanche a dirlo: essenziale.
Non rivela sicuramente che ha passato le notti a cercare su internet il sistema per torturare il fioraio, obbligandolo a ordinare l’ibisco direttamente dalla Polinesia.

Momento cruciale.
Giulia, come vorresti essere truccata?
Ta daaaaaan!!!!
NATURALE.
Giulia, e tutte le spose della terra, vengono da me con l’intento di farmi credere che il trucco non lo vogliono. Ma dietro a quel “naturale” si nasconde il desiderio di apparire come una diva da copertina. In effetti, non organizziamo mica tutto sto quarantotto per poi sembrare delle dodicenni alla cresima no?
E allora, avanti con le richieste.
Una delle mie preferite è stata Clara: ” …dunque Stefania ti spiego: il mio vestito è bianco e verde mela, la macchina tutta addobbata in bianco e verde mela, la chiesa ha fiori bianchi e verde mela, inviti ( provate a dire) bianco e verde mela, tavoli, centrotavola, candele, sbuffi e merletti tutto bianco e verde mela… Quindi pensavo, Stefania, il trucco….”
L’ho brutalmente stoppata, lo ammetto. Piuttosto che farle un trucco bianco e verde mela, cambiavo lavoro. No Clara non se ne parla neanche. Tutto ha un limite.

Unica eccezione alla regola: Chiara. Siamo amiche da sempre ed è andata dritta al punto: ” Ovviamente il trucco me lo farai tu, Stefi, ma sappi che io lo voglio PESANTE”. Ti amo. Come dice lei, chi l’ha detto che la sposa debba avere un trucco leggero?
Ora , senza pensare di dover apparire come Joker in Batman, ci si può sbizzarrire un po’, vi pare? Se no, che ci venite a fare dall’estetista?
Che poi lo so che quando vi arriva il file con le foto del grande evento vi guardate compiaciute!

Sul trucco la sposa ha tentennamenti di ogni tipo: ma dura a lungo vero? Beh, non quanto un tatuaggio, ma ci si avvicina. E se piango? Tranquilla che non piangi, ci penserà già tua madre. E se mi buttano in piscina? Cara, se lo fanno, denunciali. Ma a chi viene in mente di buttare la sposa in piscina? Se piove? Neanche rispondo, lo so che la zia Mariuccia per scaramanzia ti ha già procurato l’ombrello. Se mi baciano? Rassegnati, lo faranno tutti. Teniamo lontane le cugine con il rossetto rosso e stiamo tranquille. E se…..

Dai, lascia fare. Anche perché, diciamolo pure, sei bellissima. Quel giorno lo sei davvero. Non può essere che così. Dunque abbandonati al momento e goditi la giornata.
Ah dimenticavo.
I nostri prodotti da trucco sono testati dalla nazionale italiana di nuoto sincronizzato. Quindi, se ti buttano in piscina, il tuo problema sarà “solo” il vestito.