IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

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20 ANNI FA : compleanno di una visione

Vent’anni fa sostenevo l’esame di maturità.

Come nel resto della mia carriera scolastica ho discusso con la presidente di commissione e sono uscita dall’aula sbattendo la porta.

Nemmeno mi importava dei voti sul tabellone. Il giorno successivo ero dal libraio a vendere tutto ciò che avevo. Al diavolo.

Fu la prima estate in cui non lavorai e mi concessi una vacanza. Un mese di mare insieme a Silvia, in terra madre. Saltammo sulla nave col passaggio ponte, direzione Sant’Antioco, l’isola nell’isola. Il sud più sud della Sardegna.

Fu una vacanza bellissima, tra disagi di acqua che mancava in casa, concerti al porto, mangiate colossali e sabbia nera ustionante.

La sera vagavamo alla ricerca di fresco e pensavo a cosa combinare nella mia vita.

Avevo visitato un paio di facoltà universitarie senza raccogliere grande entusiasmo. Sapevo tradurre il latino e il greco, adoravo scrivere, mi nutrivo di libri e spillavo birra nei locali ogni fine settimana.

Abilità poco produttive nel voler pianificare un’indipendenza.

Al ritorno a casa, silenzio notte e acqua scura. Il buio mi porta da sempre le migliori scintille.

Cosa farai ora?

Silvia me lo chiese sinceramente.

Farò l’estetista.

Lo dissi così. Nel mezzo del mare. Con i capelli a frustarmi la faccia sul ponte umido di una nave.

Vent’anni fa tornai a casa e cercai la scuola più vicina. Che poi era una sola, a mezz’ora di treno.

Incontrai Francesca, la direttrice, stupita di questo diploma classico tra le mani. Avevo i soldi da parte per pagarmi la retta, e la giusta incoscienza per inventarmi un futuro.

Sembra che tu lo faccia da sempre, diceva Francesca mentre armeggiavo in aula seguendo un ritmo nella testa che comandava i movimenti nelle mie mani durante i primi massaggi.

Un mese dopo, il primo posto di lavoro.

Comincerai dalle basi, disse la titolare.

E lavai cessi, spolverai prodotti e mobili, appesi cappotti di clienti che mi parevano delle matusalemme, per mesi e mesi e mesi. Alla faccia della base.

La mia svolta fu il licenziarsi di una collega. Mors tua vita mea – ecco a cosa serve il latino!- e iniziai così. Appuntamenti da smaltire e la sguattera che diventa presto preziosa.

Olè!

Non mi ha più fermata nessuno.

Da allora ho fatto parecchia strada. E me la sono sudata tutta.

Sono passati vent’anni e ancora Francesca si ricorda di me. E io penso a lei come la prima persona che abbia creduto nella scelta pazzoide di una diciannovenne che segue un istinto.

Dopo vent’anni ancora ragiono così. Penso la notte e realizzo di giorno. Seguo strade poco battute per sfidare con garbo chi pensa che non sia possibile.

Mi circondo di chi anima i miei giorni con altrettanta follia. E seguo l’insegnamento di uno dei miei maestri : se ti spaventa, è la scelta giusta.

Vent’anni fa in questo giorno, sceglievo una strada sconosciuta.

Vent’anni dopo ne cerco sempre di nuove. La sfida è la mia droga. Lo stimolo è l’inventiva. La soddisfazione è la realizzazione. L’insuccesso è la molla per migliorare. Perché se viaggi a certi ritmi qualche abbaglio lo prendi, è inevitabile, ma raddrizzi il tiro e vai avanti.

Ancora adesso, dopo vent’anni, ho chi mi chiede ” come pensi di fare?” .

Con la passione. Il fuoco sacro che alimento con ogni energia. Ciò che mi tiene viva e che mi fa pensare a me stessa come a una privilegiata che fa della propria professione il motivo per sorridere.

Sono passati vent’anni e me ne auguro altri venti altrettanto fighi.

Bel traguardo. Sono felice e motivata. Come il giorno in cui ho deciso chi sarei diventata. Un’estetista visionaria e fuor di schema, che sfrutta la notte per partorire le idee di giorno.

Per fortuna ho ottimi supporti e due figli che reggono il ritmo. E la coscienza lucida che se mi rinchiuderanno per delirio, avranno pur anche ragione.

Tra i pazzi, mi troverò benissimo.

.: 20 :.

GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantisce mamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hula hoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

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