RINASCERE UOMO? Naaaa…

Quante volte le mie clienti sul lettino si dimenano tra dolori indecenti e a denti stretti mi sussurrano : nella prossima vita rinasco uomo.

Questo succede mentre io mi districo in operazioni ginecologiche di alto livello, spiegando che magari se evitassero il semplice risveglio primaverile del “levami tutti i peli” si soffrirebbe meno tutti.

Io compresa.

Non avrei nessuna voglia di rinascere uomo.

Un uomo oggi vive costantemente sotto la lente di ingrandimento. Molto più di noi.

Intanto magari ha una moglie che lo spedisce dall’estetista a levarsi i peli, e credetemi, soffre come un cane.

Ne ho visti in lacrime.

Perché, ricordiamolo, noi possiamo essere pelose, ma loro hanno le liane. Ascelle che sembrano capelli, schiene da pettinare, riporti sulle cosce. Prova a strapparli quei peli lì! e poi mi dici cos’è soffrire…

Noi siamo programmate al dolore, il fatto che non perdiamo la vita con le doglie dimostra il carico che ci ha donato la natura.

E poi noi pretendiamo di tutto.

Che siano maschi, ma teneri, che spacchino le pietre ma senza ruttare, che apprezzino la nostra cucina ma cucinando loro.

Vogliamo che facciano i fidanzati/mariti/amanti ma anche i padri. E che non vomitino cambiando un pannolino.

Che parlino. Che ascoltino. Che capiscano.

Cos’hai amore?

NIENTE.

E DEVONO capire.

Capire cosa? che nemmeno noi ci capiamo un cazzo di quello che ci passa per la testa…

Hai il ciclo? chiedono.

Perché poveretti mica hanno ancora capito che noi il ciclo l’abbiamo tutti i giorni. Basta un nulla, un respiro sbagliato, una parola storta, una piccola dimenticanza che il ciclo ci arriva.

Istantaneo.

Mentale.

E la menopausa non è un traguardo. Il ciclodramma non finisce MAI.

È perenne e avvolto nel mistero. Non si sa quando arriva, non si sa perché e non si sa QUANDO passa.

Stai male?

MA SECONDO TE? E parte il ruggito… poveretti.

Questi camminano sulle uova tutti i giorni, signore mie, con un inconfessabile terrore di essere sbranati a tradimento di notte.

L’uomo di oggi deve essere psicoginecologo praticamente.

Deve individuare il prima possibile l’inizio del nostro delirio e fare come fanno gli analisti : buttare lì una domanda e lasciare che la seduta inizi, pronto a una valanga di merda.

E questo se hanno la fortuna di avere in casa una donna che parla.

Perché se poco poco lei ha crisi sociopatiche con mutismo a oltranza, son cazzi.

Ditemi che non vi è mai successo. Togliergli parola, saluto, sguardo e ossigeno PERCHÉ DEVE CAPIRE.

Cosa deve capire?

Capisce che siamo matte…

“Gli uomini non sono più quelli di una volta”. Dico io, per fortuna.

Mio nonno, semplice e sincero, in situazioni come queste avrebbe consigliato senza giri di parole a sua moglie di buttarsi un po’ d’acqua fredda in faccia. Datti una calmata, insomma.

Gli uomini di oggi vivono con un punto interrogativo sulla fronte per massimo due giorni, poi in qualche modo si esprimono. È evoluzione della specie.

Lo sanno che siamo mine vaganti …

Un giorno è venuto qui un mio cliente e mi ha detto : Anna mi ha appena scritto un messaggio. Diceva : “pensaci e quando capisci ne parliamo”.

Secondo me ci sta pensando ancora adesso. Credo che si sia interrogato su qualunque cosa, dal bucato steso storto alla spazzatura non buttata, al ritardo di tre minuti e alla pasta cotta troppo al dente.

E poi magari Anna aveva accorciato la frangia e invece lui aveva notato le scarpe.

Ma ci rendiamo conto?

No no. Preferisco mille volte essere donna e sentirmi dire che sono ciò che ( in effetti) sono , che non dover vivere con l’ansia da prestazione sempre.

Che poi se son maschio e mi monta l’ansia anche il mio bene più prezioso (…) smette di rispondere ai comandi ed è un disastro su tutta la linea.

Noi ci appropriamo di tutti i ruoli e con fierezza sgomitiamo nel mondo. Tra sbalzi di umore e geometrie esistenziali, come diceva qualcuno, con la sola incombenza di levarci i peli.

E di essere in forma e sexy.

Mamme e amanti hard.

Lavoratrici e lupe alla tana. Organizzatrici di vite e orizzonti.

Dive da copertina con propensione allo sport.

Decise ma sorridenti.

Ferme e comprensive.

Empatiche.

Simpatiche.

Rapide ma non caotiche.

Intelligenti ma non noiose.

Tutto questo con il ciclo perenne.

Dai! è fighissimo! 🤦🏻‍♀️

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PICCIONI vs STEFANIA 1-0 . Cronaca della mia recente isteria.

Vorrei fare una premessa che sa un po’ di scusa, ma insomma…

AMO GLI ANIMALI.

Ma tutti eh. I cani, i leoni, le galline, i furetti e pure gli insetti. Guarda, amo anche le zanzare e le mosche.

E i piccioni.

Ma a casa loro.

Suona come le frasi nonsonorazzistama… ma è solo un’impressione.

Fanno quel versetto che è pure simpatico, e hanno quell’andatura che non so perché ma mi ricorda i pinguini.

Amo anche i pinguini.

Ma i piccioni, santocielo! mi stanno facendo impazzire.

Stavano allegramente sul campanile della chiesa vicino a casa mia ( ecco, il campanile invece lo odio perché suona anche la notte) poi il vento si è portato via mezzo tetto ( del campanile) e i piccioni han dovuto migrare.

Forse erano di quelli pigri, perché potevano andare nelle Marche, per dire, e invece hanno fatto venti metri e si sono installati a casa mia.

Prima erano due.

Poi son diventati duecentomila.

E quel versetto simpatico è diventato un tubare tale che non sento nemmeno più le campane di notte.

Infatti il campanile l’hanno aggiustato ma i piccioni son rimasti da me, perché le campane non le suono – ancora – e nel mio porticato se ne stanno evidentemente più tranquilli.

Dall’arrivo dei miei nuovi coinquilini all’esaurimento nervoso il passo è stato breve.

A parte che un elefante e tutto il circo Orfei sporcano meno, questi fanno un casino infernale.

Ho iniziato con metodi semplici. Tipo uscire sul balcone e battere le mani come Joaquín Cortés. Scappavano subito, spaventati dalla maestrìa con cui ogni giorno arricchivo la mossa. Mani, tacco, fianco e olè ! via tutti.

Poi lo spettacolo deve essere diventato di loro gradimento e hanno capito che potevano assistere senza pagare il biglietto.

Fine del flamenco.

Allora ho studiato le barriere.

Aste, travi, chiodi, reti. Come individuavo gli appoggi chiudevo gli accessi. Solo che hanno scoperto zone incredibili e hanno fatto trincea.

Mi han detto “ prova con gli ultrasuoni o con la pistola a salve”.

Ecco, con la pistola a salve mi ci sarei pure vista bene, ma a parte il temere un mio eccesso di zelo – tipo chessó sparare anche al campanile – ho guardato in faccia i miei cani e ci siamo detti a vicenda che forse era meglio di no.

Poi ho letto un giorno per caso un post di un amico con lo stesso disagio.

Nel tentativo di disarmare i nemici pennuti aveva creato una meravigliosa struttura di pali e alluminio. Una cosa tipo bandiere di domopack sventolanti e terrorizzanti.

Bene.

Armata di sacro fervore ho dato fondo a tutte le mie riserve di stagnola, teglie monouso comprese, e ho addobbato casa. Il Natale dell’alluminio.

Nulla.

I piccioni le hanno trovate molto comode come nuovo appoggio su cui posare i loro soffici deretani.

Mi sono dunque rimaste due sole possibilità casalinghe : la scopa e il mocio vileda.

Al grido di “scatenate l’inferno” – che me lo urlo da sola in quanto unica combattente- ho sortito qualche misero effetto giusto i primi giorni.

Da una parte la scopa, dall’altra lo scopettone a frange ho impaurito forse otto piccioni in tutto.

Gli altri, appollaiati sopra la mia testa tra una finta trappola e l’altra, mi osservavano con inquietante strafottenza. Come a dirmi che con tutta quell’agitazione semplicemente avrebbero defecato un po’ di più e meglio.

Nel frattempo mi son pure rotta una costola e quindi ho dovuto smettere con i miei riti vichinghi.

L’addestramento dei cani pare sia inutile ( i miei poi non sanno nemmeno saltare, dunque …) e ho recentemente appreso che gli spuntoni che evitano l’appoggio dei piccioni non è più legale, o qualcosa di simile.

Quasi pronta alla rassegnazione e alla convivenza forzata, ho avuto un’altra incredibile rivelazione : i falchi !

Ho trovato un falconiere che no! non mi affitterà il suo falco per fortuna, e no! non me ne venderà uno ( peccato, perché nella mia vita un falco ci stava), ma forse è in possesso di requisiti non cruenti per risolvere il mio problema.

Lo chiamo oggi.

Non sto a dirvi quanto la mia immaginazione voli alto ( quanto le aquile forse) e penso già che nel mio giardino succederà qualcosa di epico.

Temo che dovrò calmare gli entusiasmi.

Nel frattempo sogno la mia libertà da piccioni e chissà mai, magari anche dal campanile. Ma credo che per quello il falco non serva.

Vi aggiorno.

E se vi viene in mente qualcosa di meglio, non esitate.

Provo tutto e non temo gli insuccessi.

Ph. Paolo Masteghin.

Falco di palude.

IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

LO SO, HAI ALMENO UN PARENTE SU FACEBOOK. E non lo dirai mai, ma succede anche a te. 

.: nomi, fatti, persone, sono di fantasia-nessun parente è stato maltrattato durante la stesura di questo testo, che è puramente esemplificativo :.
<Mi tutelo, che se la famiglia sarda si scatena, finisco in esilio>

CONFESSA!

Anche tu hai un parente su Facebook. 

Fino a un certo punto, ammettiamolo, va tutto liscio.

Scrivi, condividi, pubblichi post in cui parli del tempo. Poi una gita, una foto dei tuoi piedi nel mare, gli spaghetti che stai mangiando, lo scazzo di una giornata che vuoi comunicare quanto sia storta. 

Non te ne accorgi.

Perché il parente si inserisce senza capire bene come funziona il meccanismo. Chiede l’amicizia ai vecchi compagni di scuola, poi agli ex colleghi e ai vicini di casa, ai conoscenti del gruppo pensionati… 

Insomma, sta in sordina. 

E tu, ignara del tuo nuovo lettore occulto, continui a pubblicare senza limiti di privacy. Un libro aperto al mondo. 

Finché suona la chat di famiglia.

Plin!

[ Tutto bene?]

[ Sì papà perché ?]

[ No niente, buona giornata!]

Ok. Tuo padre si è iscritto a Facebook. 

Quando lo realizzi davvero, hai già condiviso almeno un post in cui ti dai dell’idiota per aver messo in lavatrice un fazzoletto di carta. 

Notifica.

= Carlo ha condiviso il tuo post =

Oh, porc…

Controlli, e sì : è davvero tuo padre. 

La sensazione è quella che hai provato a 16 anni quando ti aveva sorpresa in flagranza di reato mentre tentavi di ingoiare la sigaretta che stavi fumando. 

Controlli meglio, e sì : ha fatto pure il titolo al tuo gioioso post.

= ECCO MIA FIGLIA. 38 ANNI. =

Grazie papà. 

Respiri cinque minuti prima di controllare i commenti. Nei successivi dieci, sei alla berlina delle sue amiche del corso di cucina. 

Il parente Social è un po’ una piaga per ognuno di noi. 

Il suo sport preferito è innegabilmente l’interpretazione. A caso. 

Foto di panorama montano.

Plin! Chat.

[ Dove sei di bello tesoro?] 

Post di carattere culinario.

Plin! Chat.

[ Mamma dice che per spendere soldi in giro potevi venire a mangiare qui…]

Post scorbutico : ” oggi piede sinistro “.

Plin! Chat.

[ Ma non era il ginocchio che ti faceva male ?]

[ No papà, sono solo un po’ di malumore]

[ Mamma dice di passare qui]

Oh Gesù !

Tua sorella condivide una frase nostalgica con tanto di virgolette e autore.

Plin! Chat.

[ Ciao! Mamma voleva sapere se avete bisogno di qualcosa]

[ No papà, solo oggi abbiamo la vena poetica…] – negare a qualunque costo –

Insomma. Qualunque cosa decidi di pubblicare , il babbo la legge, chiama a raccolta il clan, parte l’analisi logica, viene interpellata una cartomante, e poi via alle supposizioni. 

Il problema vero è che dopo un breve periodo di anonimato, vissuto da semplici spettatori, non resistono e chiedono la tua amicizia. Che si fa? Non dai l’amicizia a mamma e papà ? O alla zia che ti cambiava i pannolini? Al cugino con cui passavi l’estate al mare? Al parente lontano che conserva di te un algido e puro ricordo? 

Certo che accetti.

Sei mica scortese.

Anche perché l’alternativa sarebbe far scattare la supposizione delle supposizioni, un intero nucleo familiare che si pone la peggior domanda : ” Avrà qualcosa da nascondere?” . 

No no! 

Peccato che il parente tra gli amici sia una spina nel fianco. E quando è dentro alla tua cerchia, scatta il suo commento selvaggio. Tanto ingenuo quanto imbarazzante.

Spremi tutti i tuoi neuroni per elaborare l’analisi geo politica del Paese e lui commenta :

/ Hai lasciato le finestre aperte. Mamma ti saluta e dice di chiamarla/

Ecco. Come fosse whatsapp. 

Hai appena attirato l’attenzione del tuo guru filosofico on line e ti spunta il commento ad cazzum del parente che non senti da 18 anni, drogato più di stampatello che di italiano:

/ HA CASA TT BENE? UN SALUTO E UN ABRACIO ZIA GINA E FAMIGLIA TUTTA/

Una cartolina praticamente. Accenti e doppie a perdere. Un figurone.

Il vero parente bastardo non interagisce quasi mai. Fino al momento topico in cui la tua amica ti immortala nel mezzo di una serata più alcolica che musicale, e a quel punto pianta un like ( se non il primo, il secondo) e commenta :

/ COME STA LA NONNA? VEDO CHE TI DIVERTI SEMPRE /

Eh certo. Esco una volta a far la finta adolescente, vengo ritratta in una posa da alcolista anonima e diventa SEMPRE.

 E il giorno dopo…

Plin! Chat.

[ Cosa stavi combinando? c’era anche tua sorella?]
Perché per osmosi tutto ricade su entrambe le figlie. Nel male, par condicio.

Il meglio sono le foto in cui sei in compagnia. Tagli, modifichi, filtri, ma il messaggio arriva comunque.

Plin! Chat.

[ Quello chi è? ]

Controlli bene. E il dannato braccio del fidanzato che non vedevi l’ora di nascondere, spunta a margine. 

[ È Laura !]

[…] – Pausa –

[ Mamma chiede di quel braccio che si vede di lato, tagliato. Non quello di Laura. ]

Oh! Santocielo!

Se i parenti li reclutassimo tra le forze speciali investigative, risolveremmo qualunque caso.

Il parente social impiega un attimo a capire il funzionamento del sistema, ma quando scopre cosa sia realmente la condivisione, scatta il delirio.

Condivide di tutto.

Poesie, canzoni, frasi, tramonti, politica, articoli, post di altri. Intasamento della home immediato.

Poi prende la via del non ritorno delle foto, quelle vecchie, quelle brutte, quelle delle vacanze, quelle che fa in giro con i soggetti più disparati. Impara il tag, e lì non c’è più nulla da fare. La reputazione salta.

/ La mia bambina a nove anni/

Foto truce anni 80, spalline giganti e calzini fluo, una camicetta che nemmeno la Laurito, il taglio di capelli come Toto Cutugno.

Plin! Chat.

[ Hai visto che foto ho trovato ?]

[ Ecco papà, puoi rimuoverla ?]

[ Ma se eri bellissima!]

E non la toglie eh ! 

A onor del vero debbo dire che il mio babbo social si comporta abbastanza bene. 

Vabbe. Grazie a lui ho rispolverato la musica dai Dik Dik agli Abba. 

Le poesie di Ungaretti.

Un po’ di Dante.

Ho scoperto angoli della mia città grazie ai suoi reportage fotografici.

Ho ricordato che fino ai 13 anni mi vestivo come i pazzi.

E poi so sempre le programmazioni dei film, perché le uscite al cinema le recensisce tutte.

Ma soprattutto è il mio più grande sponsor : qualunque cosa mia, lui la condivide. E in effetti mi conoscono fino in Toscana. 

Alla fine è carino. 

Infatti il babbo di questo post l’ho chiamato col suo nome. Carlo. Così è contento. 

Plin! Chat.

[ Mamma ha letto il blog e dice che poi la gente pensa che son io che faccio così ]

[ Tranquillo papà, lo sanno tutti che sei molto meglio ! ]

FAMIGLIA 2.016

Famiglia:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della famiglia comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni.

Ecco la definizione di Famiglia secondo la Treccani.

Ovviamente anacronistica.

La società moderna vede nascere oramai oltre al nucleo familiare classico la famiglia monoparentale, quella ricomposta e quella cosiddetta arcobaleno.

Piccolo schema.

Coppia tradizionale. Un figlio o due. I coraggiosi tre. Gli eroi quattro. Dai cinque in su ci fanno un reality su Sky. Vivono serenamente il loro matrimonio/ convivenza con la determinazione degli atleti : vogliono vincere. Cosa? La spilla wwf. Razza in estinzione. Sono da ammirare per la tenacia ed è per loro che sono state inventate le diciture ” nozze d’argento , d’oro o diamante”. Stima e profondo rispetto.

Famiglia monoparentale. I divorziati, separati o comunque genitori single. È uno ma valgono due, perché riescono a far tutto con la dotazione base, ovvero due braccia e due gambe.

Coppia ricomposta. Il termine evoca un po’ la raccolta differenziata, ma tant’è. Due adulti, mettono insieme i cocci di esperienze passate, più o meno disastrose, e tentano di darsi quella che noi donne siamo solite chiamare ” un’altra possibilità “. Si conoscono, in una vita già abbastanza complicata e decidono di aggiungere un delirio in più , consapevolmente. Uniscono armi bagagli figli e animali domestici e si riiscrivono alla gara ( vedi sopra). Dinamiche spesso non semplici, ma i figlioli a un certo punto crescono e se hanno avuto tutti quanti i nervi saldi al momento giusto, le soddisfazioni arrivano.

Famiglia arcobaleno. Ancora ( dico io, purtroppo ) poco diffusa. Due adulti omosessuali sfidano il mondo e vivono insieme. Se sono incredibilmente arditi e armati di titanica pazienza, mettono al mondo un figlio. Passano la vita a dare spiegazioni che non dovrebbero dare e combattono il pregiudizio. Insomma una vita non facile. Insigniti ad honorem del titolo di ” Liberi Veri”.

Né la Treccani né la società moderna parlano del quinto tipo di famiglia.

La mia.

Due sorelle, adulte, separate. Tentano per un po’ di reggere sul piedistallo della famiglia monoparentale, ma poi desistono. Dopo attente quanto rapidissime riflessioni, riuniscono le loro vite sotto uno stesso tetto. Risultato : due donne, quattro bambini e tre cani. Ovvero, un circo in pianta stabile.

La famiglia Croce vede la sua massima espressione al mattino, con tre quadrupedi da far uscire, quattro mini bipedi da svegliare, altrettante colazioni, tutte rigorosamente diverse, momento lavaggio e vestizione da Guinness dei Primati, e partenza per la scuola.

Questo nucleo trova il suo punto forte nella completa e totale condivisione dei momenti comuni ( pranzo cena e compiti) e nel mutuo soccorso, studiato con una pianificazione degna di un attacco terroristico.

Nel tempo di assenza dei bambini, causa scuola o pernottamenti dall’altro genitore, vige la più totale omertà. Sono concesse comunicazioni solo in caso di estremo disagio (stato di salute precaria, disperazione amorosa, frigo vuoto) o di reale necessità ( il garage è libero?).

La tipologia di Famiglia Croce pare destinata ad espandersi e suscita una crescente curiosità . Sembra che funzioni, ma si dichiara da subito fuori “concorso spilletta”, in quanto destinata, come da contratto, a sciogliersi.

Indico, per dovere di giusta cronaca, alcune sottocategorie di famiglia, non tanto per importanza, quanto per poco studio sociologico. Sono infatti famiglie con “pochi ” problemi, data la quasi assenza di elementi interferenti ( suocere a parte).

Famiglia composta da adulto singolo convivente con i propri sacrosanti interessi.

Famiglia di singolo con animale domestico ( uno qualunque).

Famiglia fatta da coppia senza figli ne animali, in condivisione o no dello stesso tetto, con un book fotografico vacanze da far invidia a Franco Rosso.

Famiglia in coppia con animale domestico, quest’ultimo parecchio felice in quanto trattato meglio di un figlio.

Invito chiunque ad arricchire la lista. Sia mai che si riesca ad aggiornare i vocabolari, alla faccia di Family e Fertility Day.