VACANZE ESTIVE. Forza e coraggio.

Tutto parte i primi giorni di maggio.

I ragazzi prendono in mano il calendario e iniziano un conteggio che è più oscuro di quello di Frate Indovino.

“Allora. Se togliamo le domeniche e i sabati. La gita. La corsa campestre. Il torneo di chissacosa e la visita alla biblioteca. Due giorni festivi. Il saggio di clavicembalo dolce. Le emorroidi del professore assente. Il compleanno della bidella e il discorso del Presidente… Mamma ! Tra sei giorni finisce la scuola !“.

Ma come sarebbe ?!?

Non ho ancora capito come facciano. Comunque praticamente per loro l’alba è vicina, e in un attimo realizzo che manca davvero poco all’impatto con l’iceberg : iniziano le vacanze estive.

A maggio il mondomamma si spacca in due.

Da una parte le mamme cuore, che solo all’idea della pausa estiva tirano fuori dall’armadio i gonnelloni a fiori e le Crocs con laccetto e bottone e iniziano a correre nei prati gioendo per il tempo che avranno da passare coi pargoli. Ripassano le ricette di torte, sognano gite nei boschi, e nello stereo della macchina Cristina d’Avena e tutti i Bee Hive. Aprono i cassoni del ripostiglio e lavano tutte le palette e i secchielli pronte a impanarsi sulla spiaggia il primo giorno utile.

Dall’altra le madri epatiche. No, non volevo dire empatiche, proprio epatiche. Quelle che il fegato si gonfia il dieci giugno e si sgonfia il nove settembre.

Lo so, lo so, i figli non sono pacchetti e hanno bisogno di vacanze e sono stanchi e devono anche stare con i genitori, e bla bla bla. Lo so, lo so.

Ma santocielo! Dieci settimane ( giorno più giorno meno) non sono una passeggiata.

Dunque io a maggio convoco la tavola rotonda. Io e i bambini, calendario alla mano, turni col papà e avanti programma.

Primo passo trovare un’estate ragazzi. Una di quelle santissime organizzazioni parrocchiali in cui anime pie e volontarie si studiano attività di ogni genere, gite, giochi, canzoni e coreografie per intrattenere i nostri baldi vacanzieri. La mia scelta ricade ovviamente sul progetto più lungo, quello che non teme di spingersi fino a fine luglio, e che riprende a settembre.

Li iscrivo a tutto. Anche ai campeggi notturni e alle escursioni più improbabili. Praticamente lascio un rene in pegno ogni estate.

Secondo passo la logistica di agosto.

Ad agosto ti devi arrangiare. Nemmeno il parroco ne vuol sentir parlare dei miei figli ( lo capisco ) e allora forzatamente programmo mare e ferie. Tanto ad agosto costa tutto poco (…) ed è un mese fresco (…).

Sono le settimane in cui le mamme cuore hanno la loro rivincita sociale, tutte già color biscotto, mentre tu fai luce in spiaggia come un neon. I loro figli si son già fatti tutti “la base” come si dice in gergo mammesco ( leggi : prima abbronzatura) mentre i tuoi hanno il segno della canotta perché all’estate ragazzi si sono ustionati solo le spalle. Quindi la valigia la riempi di protezioni solari ottomila, vai in spiaggia al mattino presto con gli anziani e la sera insieme alle donne incinte, e alla fine rientro a casa uguale a prima. Tutto il resto delle ore libere servono per i compiti. Roba da nevrosi.

Ad agosto i miei figli hanno dimenticato anche come si tiene in mano la penna, una regressione repentina e drammatica, tanto che credo sia il mese in cui in assoluto urlo di più. Cosa di cui non mi preoccupo perché il vicinato, fortunatamente, fa altrettanto.

Credo che se non ci fossero i compiti delle vacanze dovremmo rifare la prima elementare ogni anno, dalla sillabazione in su.

Settembre ha solo due settimane critiche. I miei figli tornano dal parroco per le “settembriadi”, un’invenzione meravigliosa e aggregante, che termina con la festa finale in cui le mamme cuore cucinano le torte e le mamme epatiche danno il colpo finale al fegato con brindisi isterici per la fine delle vacanze che manco a Capodanno.

L’ubriachezza di questa serata serve per dimenticare sia le spese sostenute per arrivare sin lì, che il secondo rene lasciato in cartoleria per attrezzare i ragazzi al rientro a scuola. Ma questa è un’altra storia.

Mancano pochi giorni alla vera fine.

Quest’anno sono stata scientifica e ho programmato al millimetro. Dovrei aver pensato a tutto.

Loro, nemmeno a dirlo, sono euforici. Io leggermente meno, ma tant’è.

Buone vacanze a tutti. Dai che son solo tre mesi …

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LETTERA DI UNA FIGLIA A SUO PADRE.

Avevi la barba lunga, i pantaloni a zampa e gli zoccoli ai piedi. Se ci penso ora sorrido, ma allora eri un gran figo.

La mamma si faceva i codini e usava le zeppe; nella valigia che ti ha portato qui, chissà quale vita.

Chissà cos’è stato il tuo tempo in Toscana e ciò che hai lasciato per diventare “noi”. Ricordi chiusi in un cassetto che custodisci gelosamente. Fai bene.

Di sicuro in quel cassetto non c’è il ballo. Sei nato con due piedi sinistri dici tu.

E nemmeno il canto direi.

Chi cantava era mamma.

Ciò che porti da sempre con te è la voglia di raccontare. Quante storie, quanti aneddoti, quanto sapere.

“Ero sempre malato da piccolo, così ho letto tutte le enciclopedie che avevamo in casa”. Ti sono rimaste tutte incastonate in testa.

Quante cose che sai papà!

Sarò sempre affascinata dalla tua infinita conoscenza.

Hai lavorato tanto. Non perché fosse necessario. Lavoravi perché ti piaceva un sacco, forse più che stare a casa.

Non sei mai stato quel genere di padri che si siedono a giocare coi figli.

Quella era mamma.

Ma alcuni “riti” li ricordo bene.

Come andare a letto “a cavallo”, e il cavallo eri tu. E fingevi di morir di fatica ogni volta, e più morivi e più noi ridevamo.

O la serata schifezze. Mamma era nel trip dei corsi serali di cucito ( questa cosa prima o poi la devo raccontare per bene) e noi avevamo la nostra serata trasgressiva. Eri un perfetto direttore d’orchestra, e approfittando che la mamma era via si mangiavano cibi proibiti sul divano con la tv accesa.

Papà, questa cosa la faccio ancora adesso, sai?

Se son da sola mangio sul divano: mi fa un po’ film americano e un po’ infanzia nostra.

Non sono stata facile.

Tagliata a metà tra la figlia bella diritta su cui riporre parecchie aspettative e la ribelle cocciuta che vuole fare il suo.

Quante volte per protesta ho dormito sul pavimento. Che poi l’unica scomoda ero io.

Quante volte ti ho tolto la parola, anche per lungo tempo.

Quante volte ti ho messo in mezzo ai miei scontri titanici con la mamma. E a entrambe dicevi “ dai, lo sai che è fatta così “.

Papà l’eterno mediatore, ancora oggi che siamo tutte grandi.

Papà unico uomo in una famiglia di donne. Unico ramo maschile di un albero matriarcale dalle radici profondissime.

Penso a tutto ciò che è successo nella nostra vita e a quante volte hai fatto retromarcia di fronte alle decisioni del Clan. Roba da far tremare Isabel Allende.

Ogni tanto arrivava un alleato maschio. Prima erano i gatti, che casualmente “trovavi “( nessuno lo dica a mamma) e che poi per vecchiaia ci lasciavano.

Poi i nostri fidanzati.

Siamo state fortunate, hai voluto bene a tutti e, diciamolo, tutti hanno voluto bene a te, forse anche per naturale solidarietà maschile.

In una famiglia di donne leader, l’unico modo per tenerle buone è riempir loro la pancia.

Non ricordo giorno in cui tu non abbia cucinato. A casa nostra non sono mai mancati i libri di cucina, le dispense, i raccoglitori e i quadernoni su cui appuntare ricette o attaccare i ritagli delle migliori trovate sui giornali.

La cucina è un altro posto in cui non conosci segreti, e persino i nostri figli ti sfidano nelle preparazioni più difficili. E tu li sai sempre stupire.

Per te son sempre stata “Chicca”. Sei l’unico al mondo a chiamarmi così. Ancora oggi succede quando ti telefono : “Ciao Chicca”.

Con quello strascico toscano che qui tutti capiscono che arrivi da fuori, e poi quando vai dai tuoi ridono del nuovo accento piemontese. Un ibrido.

Eh, i toscani son simpatici…

Bugia! Hanno un carattere terribile, da un attimo all’altro passi dall’essere miglior amico a uomo morto. Focosi. Testoni. Guerrieri nella dialettica. Ma col cuore grande. E un po’ mi ci vedo.

Eri tanto selvatico ma poi il cuore te l’ha ingrandito la mamma, che ti ha dato due figlie, più una. Tre donne oramai adulte che oggi ti affidano figli e commissioni, perché insomma sei in pensione e di lasciarti in pace non se ne parla proprio. Trovi spazio per tutti : grazie.

Ti ho visto invincibile per molto tempo. Finché è arrivato l’ospedale e ti hanno mangiato via un polmone. Anche lì hai fatto il tuo, con forza e buon umore. Dimostrando che si può avere moltissima paura ma anche grandissimo coraggio. Oggi ne ridiamo tutti, per fortuna.

Per la festa del papà ti ho fatto tantissimi regali. Anche alla mamma ne ho fatti, ma i tuoi erano indubbiamente più brutti! Eppure li hai esposti tutti come trofei sulla scrivania al lavoro. E le cravatte… che cravatte orrende ti ho comprato papà! “Questa è talmente strana che non la mette” e invece il giorno dopo l’annodavi alla camicia e partivi. Chissà che pensavano di questo capoufficio con le cravatte con gli orsi…

Nessun regalo quest’anno, come da tempo ormai. Ma un pensiero sorridente su chi sei e chi sei stato; un piccolo, piccolissimo spaccato.

Su come i rapporti cambiano e su come ci si vede a distanza di anni.

Su come si cambia noi e su come si impara a perdonarsi a vicenda.

Perdonarsi.

Tra genitori e figli è spesso lotta. Ma poi, per tanti motivi le armi si posano e ci si guarda negli occhi.

E noi gli occhi li abbiamo grandissimi, vero papà ? Ci sarà un motivo se li abbiamo grandi così.

Forse, è solo per commuoverci meglio.

Chissà.

19 Marzo 2018

Auguri papà.

SIGLA! Annoduemiladiciassette

I bambini stanno bene. Come sempre, si parte dalle cose importanti davvero.

Molti sorrisi.

Molta fatica fisica.

Molta testa impegnata.

Un anno pazzesco. Di nuovo.

Ho allenato la pazienza. L’ho usata e ne sono felice.

La mia promessa è rimasta al dito e la ricordo ogni giorno. Ci sto riuscendo.

Tantissima luce. Pochissimo buio. Rivoluzione. E non è tutto merito mio.

Ho espresso un desiderio. Non è stato il suo anno, ma tutto non si può avere. Anche questo è il bello.

Cambiamenti. Tantissimi.

Attendo i prossimi, basta che non inizino con la parola “trasloco” però. Quello basta.

Soddisfazioni (enormi ), gioia, stupore e meraviglia.

Porto spesso con me l’idea di non meritarlo. Invece, a volte, succede.

Ho detto molti grazie. Sono stata aiutata, supportata e amata. Quei grazie non basteranno mai.

Sono piena di gratitudine per questo anno e per le persone che ne hanno fatto parte.

Buona quanto basta ma mai a caso. Ancora fatico a dimenticare. Non sarei io, se non per somma di eventi.

Pretendo spesso la lettura della mia mente. La comprensione degli intenti. L’ubiquità. Il far tutto e bene. Pretendo il massimo. Ecco : potrei smetterla tanto non ci riesco. Per ora…

Amici solidi. Hanno ascoltato preoccupazioni, drammi passeggeri, lacrime private, ansie immotivate. Quelle cose da femmine che mi tengono a terra e mi fanno toccare con mano tutta la mia fragilità. Grazie.

Sono successe moltissime cose, alcune molto potenti. Hanno un vettore speciale, e occhi “grandissimi e belli”.

Un anno privilegiato. Nulla è stato gratis, ma tutto ha trovato il suo posto. Me compresa.

Il 2018 sarà l’anno dei miei 40.

Li ho da un po’ ma quest’anno li compio davvero. Ci vuole una festa, santocielo !

Saluto l’anno più impegnativo in assoluto. Ho dato tutto ciò che potevo. E vorrei continuare a farlo.

Avanti tutta !

SIGLA!

BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

DI UOMINI ALFA, NEVE E ODIO MATTUTINO.

Privilegiata fino a sei mesi fa, casa in centro e garage asciutto.

No, la neve non mi ha mai scompensata.

Ma quest’anno pago il conto…

Paesello, auto in strada e neve e ghiaccio. Oltretutto una delle mie caratteristiche è pormi il problema sul momento.

Un po’ come la revisione dell’auto, che scopro scaduta insieme alla pattuglia della stradale.

Insomma, alla pala per la neve non riesco a pensarci nemmeno a novembre. Me ne ricordo direttamente quando fuori ci sono due metri di bianche precipitazioni.

Ieri si sapeva che dopo la neve sarebbe ghiacciato tutto.

Tanto.

Ma tanto tanto.

Roba da scuole chiuse per capirci.

Ho anticipato i miei deliranti ritmi mattutini di dieci minuti, valutando che fosse più che sufficiente.

Sbagliato.

Me ne sono resa conto da lontano che sulla macchina avevo un intero iceberg. Sprezzante e fiera, con passo spavaldo e sguardo carico di dignità ho azionato l’apertura delle portiere a distanza.

Bambini!

Partiamo!

Sbagliato.

“Mamma la macchina non si apre”.

Sigillata dal freddo.

Mi guardo intorno. Solo io e…

LUI :

IL PADRE ALFA.

Il padre Alfa è il marito super eroe che tutto può.

Auto accesa sicuramente mentre la moglie era ancora in pigiama, tuta tecnica adatta anche a -30 gradi, scarpe per scalare l’Everest sorridendo, e mille gadget pronti all’uso.

” Gran gelo stanotte eh?”.

Alfa gioca con il mio odio interiore. Non sa che appena mi si scongela la macchina faccio retro e lo asfalto.

” Eh sì…”.

Abbozzo un sorriso che mi riesce malissimo.

I miei figli non sono all’altezza della situazione e si fanno travolgere dal panico ipotizzando un arrivo in ritardo a scuola con relativa fustigazione in aula magna e altre robe tragiche.

” Ragazzi! TRANQUILLI!”.

Sradico la portiera e mi infilo in auto. Mi sento Di Caprio nella pancia dell’orso in Revenant.

Primo colpo. Non parte.

Al secondo Santo che nomino sento finalmente il motore. Il vetro che ho davanti agli occhi mi fa capire che non sarà affatto facile.

Carico bambini e zaini e con in mano il disco orario mi accingo a sgelare il pianeta.

” Non ha il raschietto?”.

Alfa sta trafficando con il suo. Tre colpi e via.

Secondo te?

Mi trattengo.

” No”.

Alfa scherza col fuoco. E mentre lui ha già ripulito anche le vetrate della chiesa accanto, io intravedo il primo centimetro del mio vetro.

” Dovrebbe usare anche questo”. E sfodera lo spray magico.

Un coso che non so cosa sia ma giuro scioglie tutto in un secondo.

Intanto, mentre la sua famiglia super rilassata prende posto sui sedili già sicuramente caldi, i miei figli implorano ovattati dall’interno del mio igloo a quattro ruote.

” Mamma chiedi se ti presta lo spray !!!”.

Li fisso.

Faccio NO con la testa.

Non emetto mezzo suono.

O Alfa si propone in soccorso o continuo a grattare col disco orario. È una faccenda di onore femminile.

” Ne ha parecchio eh di ghiaccio?”.

Stefania conta fino a 10 mila. Forza Stefania, CONTA!

Mammaaaaaaa !

Entro in macchina.

Giro la rotella del riscaldamento su “tropici” , fulmino i bambini, dò una sgasata di acceleratore che Alfa sicuramente perde un attimo i sensi e regalmente torno in strada.

” Buon proseguimento e buona giornata”, cinguetta.

Gli sorrido come Morticia Addams.

Alfa parte e dà pure un colpetto di clacson.

La foga che mi prende sgela il vetro in pochi minuti e mi lancio sul sedile col fiatone di un maratoneta.

Visto ragazzi? Possiamo partire!

” Siamo in ritardo mamma”.

Serissimi.

Se li abbandono in strada, visto il clima, la pena sarà certamente doppia. Mi sento clemente e mi lancio verso la scuola.

Ha vinto Alfa.

O forse la moglie di Alfa.

Domani giro la provincia e cerco raschietto e spray magico. Se compro tutto, una cosa è certa : non gelerà mai più così.

P.S.

Stasera non potevamo entrare in casa. Lo spartineve aveva murato letteralmente l’ingresso. Così ho dato un senso alla pala riposta nel cortile.

” Se spalasse quando non è ancora gelata, farebbe meno fatica”.

Oddio.

L’Alfa gira anche di sera. Invece no, è un altro. Sono circondata.

Aiuto.

In foto: il mio cortile, tanto per dire che qui non si lancia odio a caso.

IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantiscemamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hulahoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.