IL MATERIALE SCOLASTICO. La tredicesima fatica di Ercole.

Si aggirano come zombies.

Sono il nuovo popolo dei supermercati, li avete visti?

Sono normalmente solitari, talvolta hanno un bambino saltellante aggrappato alle ginocchia e vagano nella nuova, nuovissima, sezione dedicata dell’Iper, quella coi cestoni di metallo e gli scaffali improvvisati.

Sopra le loro teste, in questa Silicon Valley creata ad hoc per far perdere loro il senno, campeggia la scritta “reparto scuola”.

Occhi iniettati di sangue, disperazione in volto, la faccia di chi non ha la minima idea di cosa stia per succedere al totale dello scontrino, e in mano un foglio A4 già sgualcito che riporta la scritta “materiale scolastico”.

Tra loro, ovviamente, deambulo anche io.

Ci siamo.

Mancano pochi giorni al capodanno genitoriale, al giorno X in cui le famiglie possono ricominciare la loro vita ordinata di incastri a tetris, alla mattina in cui saluti tuo figlio e sai che per cinque ore potrai dedicarti serenamente alla tua attività preferita: lavorare.

Riparte la scuola.

Se i ragazzi hanno già installato l’App del conto alla rovescia per le vacanze di Natale ( dice mio figlio che mancano centoquattrordici giorni), noi consultiamo la pagina on line del nostro plesso solare della libertà, controllando che davvero il nove settembre le maestre mantengano la promessa e si acchiappino i nostri abbronzatissimi figli.

Ma c’è un prezzo da pagare.

E non parlo dei compiti, perché per quelli si urla sino al giorno prima.

Parlo della lista.

La lista del delirio più totale su cui ancor oggi mi interrogo profondamente.

Quando andavo a scuola io e di fianco a me sedevano i dinosauri, ci si presentava il primo giorno con grembiule inamidato, un quaderno a quadretti, uno a righe, portapenne con penna matita colori, merenda per l’intervallo e stop.

La maestra accoglieva tutti con gran sorrisi e la mattinata scorreva con degno cazzeggio e racconti del mare.

Oggi no.

Oggi al primo giorno di scuola di tuo figlio ci devi arrivare con il borsone dell’Ikea, zeppo di cose incredibili. Trascini te stessa, il sacco, il trolley, il figlio e la cartella su per le scale e sgomitando in un fiume di famiglie con lo stesso problema, raggiungi l’aula. Ad attenderti ci sono almeno tre maestre pronte alla loro giornata da magazziniere esperte, per smistare, catalogare e incasellare tutta la mole di carta in arrivo.

Per prepararti al faticoso momento, la scuola ti mette nella condizione di avere una settimana di tempo per prendere la laurea in cartoleria. Cambia la moneta corrente, e la spesa di inizio anno si può eccezionalmente pagare in organi ( il più utilizzato è il rene) o in dobloni d’oro.

Ditemi. Quanto avete speso?

Perché le cifre sono da capogiro.

La lista del materiale scolastico è un dissanguamento uguale per tutti, anche perché in alcuni casi la perversione eccentrica raggiunge vette altissime, soprattutto in materia di copertine per i quaderni. Ogni materia ha il suo quaderno, che a sua volta porta copertina dedicata, quadretto specifico, margini o non margini, grammatura della carta, marca del produttore.

L’esaurimento nervoso è alle porte.

Il foglio della perdizione recita più o meno così :

Ai genitori degli alunni delle classi XYZ SCUOLA PINCOPALLO

ANNO SCOLASTICO 2019/2020 ELENCO MATERIALE :

  • Astuccio contenente: 2 matite da disegno FABER CASTELL A SEZIONE TRIANGOLARE, gomma morbida, temperino con serbatoio, matite colorate, pennarelli a punta fine, colla stick grande, forbici dalla punta arrotondata (tutto etichettato).
  • Sacchetto igienico di stoffa con nome in stampato maiuscolo contenente: asciugamano, spazzolino, dentifricio, bicchiere, fazzoletti di carta, salviettine igieniche umidificate.
  • Sacchetto di stoffa con un cambio completo con il nome.
  • Scarpe da ginnastica con velcro in un sacchetto di stoffa con il nome.
  • Carta igienica (solo 2 rotoli) e un sapone liquido.
  • Un raccoglitore ad anelli con 25 bustine cristal di buona qualità.
  • Grembiule (attendere la prima assemblea di classe con indicazioni dei docenti).
  • 1 foto formato tessera per documento d’identità che servirà per le uscite didattiche.
  • 6 quadernoni a quadretti 0,5 cm con margine, con pagine spesse (100 grammi), copertine già messe sui quaderni con colori blu, verde, arancione, bianco, celeste, fucsia con nome scritto in stampatello maiuscolo sull’etichetta
  • 6 quadernoni a righe di quinta con margini, con pagine spesse (100 grammi), copertina già messa su uno dei quaderni con colore gialla, l’altro (di riserva) senza copertina con nome scritto in stampatello maiuscolo sull’etichetta.
  • 1 quadernino piccolo a quadretti 0,5 con copertina nera.
  • 1 cartellina rigida con elastico.
  • 1 contenitore busta trasparente con bottone per verifiche.
  • 1 raccoglitore a buste fisse con copertina morbida.

TUTTO IL MATERIALE SCOLASTICO, ETICHETTATO CON NOME SCRITTO IN STAMPATELLO MAIUSCOLO, VA PORTATO IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA. NEL CASO IN CUI NON SI AVESSE TUTTO INSERIRE NELLO ZAINO (NORMALE O TROLLEY) L’ASTUCCIO, IL QUADERNO CON COPERTINA GIALLA E QUELLO CON COPERTINA BLU.

Non so voi, ma io ogni anno sono in crisi al primo paragrafo.

Quando arrivo alla sezione quaderni ho già chiamato lo psicologo.

Quadretti di prima, di terza, di ottava, giro mezz’ora finché trovo il formato giusto e poi mi accorgo che non ci sono i dannati margini e riparto da capo. La dicitura “carta spessa” poi. Chiedo alla madre che ho vicino. Secondo lei è spessa? Lei apre, sfoglia, tocca, palpa e poi “mmm, dipende “. Ma dipende da cosa? Dall’albero di provenienza?

Per non sbagliare compro i Pigna100, che sono fatti probabilmente in foglia d’oro e costano otto euro l’uno.

L’ultima crociata, una volta che hai decifrato il Codice da Vinci che hai per le mani è la cartella.

Cartella … sembra facile.

Intanto capire se prendere zaino, trolley, rotelle, ma poi quale?!? Avengers, eroi, Star Wars, Frozen, Winx, Invicta, Seven, Eastpak, Vans… ho voglia di vomitare … ma qualcosa di normo banalissimo no?

E il prezzo? Vogliamo parlare del prezzo? La cartella di scuola costa quanto una cena deluxe da Cracco.

Controllo la lista.

Mi pare di aver preso tutto. Anche perché il carrello è pieno.

Manca solo una cosa, che poi era quella che ai miei tempi gasava di più: il diario.

Quello lo fornisce la scuola. È obbligatorio e costerà circa otto euro. Praticamente come un quaderno Pigna100. Quindi conviene …

Ah, e i libri. Novanta volumi per i quali la natura ci ha fornito il secondo rene.

Otto giorni e via.

Dai che è quasi fatta.

Ci si vede lunedì prossimo al bar, 8.30 puntuali e sacco Ikea vuoto piegato sotto il braccio.

Ciao maestre! Vi voglio bene ♥️

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FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

CONTENITORI E AMORE

Un sabato ogni quindici giorni mangio una cena al volo dai miei genitori. Succede perché devo recuperare i miei ragazzi ma anche perché solitamente il sabato è una giornata campale in cui spesso non vedo nè colazione nè pranzo e questa cena è balsamo per lo stomaco. 

In quel sabato sera faccio due chiacchiere da tranquilla con loro, mi gusto un pasto preparato, seduta al tavolo e con calma. 

Impagabile. 

Oggi la cena è saltata.

Colpa mia. 

Ho finito tardissimo e volevo solamente tornare a casa. 

Avrei sicuramente saltato la cena. Quando è così non cucino nemmeno a pagamento, sazia della mia stessa stanchezza. 

E invece … babbo mi ha preparato il contenitore

Ecco, io sul contenitore mi sciolgo

L’idea che abbia cucinato, che si sia dispiaciuto della mia assenza e che abbia messo il mio cibo in quella scatoletta a me commuove. 

Questa cena del sabato mette i miei genitori duramente in crisi ogni volta. Mia madre specialmente sono anni che non capisce cosa diavolo mangi io. 

Il giorno che le ho spiegato della mia scelta vegetariana mi ha guardata come se le avessi comunicato l’imminente esplosione del globo terrestre. 

“Ma perché ?”. Mi ha chiesto.

Io e mia sorella siamo il prodotto di una donna sarda che ha sposato un toscano. Motivo per cui da piccole siamo state svezzate direttamente con maiale allo spiedo e bistecche di brontosauro al sangue. 

Ho spiegato a mia madre che avermi a tavola non deve essere un problema, e che io mi adatto comunque a mangiare ciò che posso. Nessun menù a parte. 

Ma no

Non se ne fa una ragione. 

“Ho fatto la salsina verde”.

“Ha le acciughe mamma?”.

“ Sì, ma poche”.

Mmmm…

“Ho fatto la torta salata. Mangia tranquilla che di prosciutto ne ho messo pochissimo..”

“Mamma …”

“ Ma è solo prosciutto !”

O come stasera:

“Il tonno lo mangi?”

È pesce, mamma, anche se in una scatoletta è pesce …

Non c’è verso.

E a me fa un sacco ridere. 

“ Dai Stefania, per una volta, non succede niente..”

Si dibatte in modo amorevole e le tenta tutte. 

Mio padre invece pare aver metabolizzato e si cimenta in preparazioni di vario tipo. 

Stasera ha fatto le polpette di fagioli. Per me. E vedendole avanzare causa assenza della sottoscritta ha preparato il contenitore

Sei polpette. Disposte alla perfezione. Con calma e cura. Tutte della stessa dimensione. Panatura impeccabile. 

L’ho aperto a casa e ho fissato l’opera. 

Son polpette, direbbe chiunque. 

No

Quello è proprio mio papà. Quella è la sua attenzione

E mi ha ricordato le gite da ragazzina con lui che si svegliava presto e mi preparava il pranzo da portarmi dietro.

Quei pomodori tagliati a cubetti, o il panino scientifico in cui nulla sbordava. 

Il sacchetto in cui riponeva il suo amore. La forchetta chiusa nel tovagliolo e un frutto. Pensava a tutto. 

Non ci badavo, allora. 

Oggi invece ripensandoci, ho fermato gli occhi su quella sua piccola opera d’arte e ho sorriso. 

I papà sono patrimonio dell’umanità. 

E i contenitori pure. 

Anche a quarant’anni. 

❤️

In foto : babbo annuncia contenitore, figlia felice

QUANDO GOOGLE NON TI SALVAVA LA VITA. Ovvero, ricordi d’infanzia in ordine sparso.

Dunque, sono andata a trovare i bambini al mare.

Come da tradizione sono là con la ( Santa ) nonna e come da tradizione do loro più fastidio che piacere…

Da qualche anno oramai hanno un nutrito e affezionato gruppo di amici con cui si ritrovano ogni estate, il che è gran cosa, sia chiaro, ma alla fine la mia presenza è più di ingombro che altro.

Dal canto mio, per me, è pure un mezzo supplizio, dal momento che non esiste credo momento dell’anno in cui ci sia un accumulo tale di umanità e urla e sudori e olio bilboa tutto nella stessa striscia di terra.

Insomma il mio lunedì di visita è stato più che altro un osservarli a distanza mentre si davano un gran da fare tra partite a carte, tornei di ogni tipo e gare di calciobalilla.

L’unico momento in cui si sono accorti della mia presenza è stato in un accoratissimo istante di bisogno : puntura di medusa !

Mentre mio figlio mi indicava il minuscolo ( maschio è …) puntino che testimoniava il contatto col mostro marino, i casi di bambini colpiti dalla medusa killer sono diventati otto.

Panico in spiaggia.

Picco di accessi su Google.

Inutile il mio sdrammatizzare. In un lampo, circa 16 persone tra nonni, zii e genitori di vario genere si sono laureati con lode in medicina e hanno iniziato a spiegare a chiunque di reazioni cutanee, crisi respiratorie, danni permanenti, amputazioni e morti di bambini punti da meduse.

Santocielo.

Mentre il vicino di ombrellone inizia dunque ad applicare in alternanza pietre calde e fredde sulla gamba di mio figlio, io perdo quasi l’uso della parola.

“Funzionerà mamma?”.

Che dire …

Cerco di ricordare se mi sia successo da piccola. Non lo so.

Certo è che sicuramente ai miei tempi qualcuno avrebbe sfoderato il lasonil.

Era un unguento magico.

Cadevi : lasonil.

Graffio : lasonil.

Dolore : lasonil.

Per tutto il resto c’era il dottore.

Ci visitava direttamente a scuola. Visita annuale e prescrizioni uguali per tutti : apparecchio per i denti, pastiglia di fluoro per le carie ( la dava direttamente la maestra in classe), nuoto per la schiena e scarpe ortopediche. In seconda elementare avevamo tutti le scarpe di zio Fester. Una generazione di piedi piatti.

Il dente muoveva? Mamma lo attaccava con un filo alla porta e poi diceva “ dai un bel colpo di tosse” e sbam! porta chiusa e dente tolto.

Il fluoro ce lo davano per proteggerci dalla merenda. Altro che frutta. Ricordo fette di pane alte tre dita con su miele, burro, zucchero… e poi … l’uovo sbattuto! Mia nonna lo montava meglio del mulinex.

Bambini deboli? Olio di fegato di merluzzo.

Pallidi? Bistecca di fegato ( ma non di merluzzo) e carne di cavallo.

Sovrappeso? La cura era in cortile. Salto della corda, hula hoop, gioco dell’elastico e tanta bici. In bici ovunque, con la graziella senza i cambi e il sellino in marmo di Carrara.

Graffi? Saliva.

Sbucciature? Acqua ossigenata a novanta volumi ( altro che il disinfettantechenonbrucia).

Scottature? Bianco d’uovo. Tirava che è una meraviglia.

Brufoli in adolescenza? Sapone allo zolfo. Seccava sia le pustole che l’anima.

Punture di zanzara? Le incidevamo con le unghie facendo una croce nella pelle. Prude ancora? Ammoniaca finché il tuo odore e quello della lettiera del gatto si confondevano.

E al mare le meduse alla fine c’erano? Mi viene solo in mente che ci sono stati anni in cui uscivamo dall’acqua pieni di catrame. Non c’erano perché morivano, mi sa.

“ Mamma dici che è grave?”.

Mio figlio mi riporta sulla terra.

Tesoro, se son viva io, sopravviverai pure tu.

E poi, oggi, c’è Google. Che vuoi di più ?

In foto : io che mi ustiono al mare o forse io che scappo dalle meduse. Chissà.

VACANZE ESTIVE. Forza e coraggio.

Tutto parte i primi giorni di maggio.

I ragazzi prendono in mano il calendario e iniziano un conteggio che è più oscuro di quello di Frate Indovino.

“Allora. Se togliamo le domeniche e i sabati. La gita. La corsa campestre. Il torneo di chissacosa e la visita alla biblioteca. Due giorni festivi. Il saggio di clavicembalo dolce. Le emorroidi del professore assente. Il compleanno della bidella e il discorso del Presidente… Mamma ! Tra sei giorni finisce la scuola !“.

Ma come sarebbe ?!?

Non ho ancora capito come facciano. Comunque praticamente per loro l’alba è vicina, e in un attimo realizzo che manca davvero poco all’impatto con l’iceberg : iniziano le vacanze estive.

A maggio il mondomamma si spacca in due.

Da una parte le mamme cuore, che solo all’idea della pausa estiva tirano fuori dall’armadio i gonnelloni a fiori e le Crocs con laccetto e bottone e iniziano a correre nei prati gioendo per il tempo che avranno da passare coi pargoli. Ripassano le ricette di torte, sognano gite nei boschi, e nello stereo della macchina Cristina d’Avena e tutti i Bee Hive. Aprono i cassoni del ripostiglio e lavano tutte le palette e i secchielli pronte a impanarsi sulla spiaggia il primo giorno utile.

Dall’altra le madri epatiche. No, non volevo dire empatiche, proprio epatiche. Quelle che il fegato si gonfia il dieci giugno e si sgonfia il nove settembre.

Lo so, lo so, i figli non sono pacchetti e hanno bisogno di vacanze e sono stanchi e devono anche stare con i genitori, e bla bla bla. Lo so, lo so.

Ma santocielo! Dieci settimane ( giorno più giorno meno) non sono una passeggiata.

Dunque io a maggio convoco la tavola rotonda. Io e i bambini, calendario alla mano, turni col papà e avanti programma.

Primo passo trovare un’estate ragazzi. Una di quelle santissime organizzazioni parrocchiali in cui anime pie e volontarie si studiano attività di ogni genere, gite, giochi, canzoni e coreografie per intrattenere i nostri baldi vacanzieri. La mia scelta ricade ovviamente sul progetto più lungo, quello che non teme di spingersi fino a fine luglio, e che riprende a settembre.

Li iscrivo a tutto. Anche ai campeggi notturni e alle escursioni più improbabili. Praticamente lascio un rene in pegno ogni estate.

Secondo passo la logistica di agosto.

Ad agosto ti devi arrangiare. Nemmeno il parroco ne vuol sentir parlare dei miei figli ( lo capisco ) e allora forzatamente programmo mare e ferie. Tanto ad agosto costa tutto poco (…) ed è un mese fresco (…).

Sono le settimane in cui le mamme cuore hanno la loro rivincita sociale, tutte già color biscotto, mentre tu fai luce in spiaggia come un neon. I loro figli si son già fatti tutti “la base” come si dice in gergo mammesco ( leggi : prima abbronzatura) mentre i tuoi hanno il segno della canotta perché all’estate ragazzi si sono ustionati solo le spalle. Quindi la valigia la riempi di protezioni solari ottomila, vai in spiaggia al mattino presto con gli anziani e la sera insieme alle donne incinte, e alla fine rientro a casa uguale a prima. Tutto il resto delle ore libere servono per i compiti. Roba da nevrosi.

Ad agosto i miei figli hanno dimenticato anche come si tiene in mano la penna, una regressione repentina e drammatica, tanto che credo sia il mese in cui in assoluto urlo di più. Cosa di cui non mi preoccupo perché il vicinato, fortunatamente, fa altrettanto.

Credo che se non ci fossero i compiti delle vacanze dovremmo rifare la prima elementare ogni anno, dalla sillabazione in su.

Settembre ha solo due settimane critiche. I miei figli tornano dal parroco per le “settembriadi”, un’invenzione meravigliosa e aggregante, che termina con la festa finale in cui le mamme cuore cucinano le torte e le mamme epatiche danno il colpo finale al fegato con brindisi isterici per la fine delle vacanze che manco a Capodanno.

L’ubriachezza di questa serata serve per dimenticare sia le spese sostenute per arrivare sin lì, che il secondo rene lasciato in cartoleria per attrezzare i ragazzi al rientro a scuola. Ma questa è un’altra storia.

Mancano pochi giorni alla vera fine.

Quest’anno sono stata scientifica e ho programmato al millimetro. Dovrei aver pensato a tutto.

Loro, nemmeno a dirlo, sono euforici. Io leggermente meno, ma tant’è.

Buone vacanze a tutti. Dai che son solo tre mesi …

LETTERA DI UNA FIGLIA A SUO PADRE.

Avevi la barba lunga, i pantaloni a zampa e gli zoccoli ai piedi. Se ci penso ora sorrido, ma allora eri un gran figo.

La mamma si faceva i codini e usava le zeppe; nella valigia che ti ha portato qui, chissà quale vita.

Chissà cos’è stato il tuo tempo in Toscana e ciò che hai lasciato per diventare “noi”. Ricordi chiusi in un cassetto che custodisci gelosamente. Fai bene.

Di sicuro in quel cassetto non c’è il ballo. Sei nato con due piedi sinistri dici tu.

E nemmeno il canto direi.

Chi cantava era mamma.

Ciò che porti da sempre con te è la voglia di raccontare. Quante storie, quanti aneddoti, quanto sapere.

“Ero sempre malato da piccolo, così ho letto tutte le enciclopedie che avevamo in casa”. Ti sono rimaste tutte incastonate in testa.

Quante cose che sai papà!

Sarò sempre affascinata dalla tua infinita conoscenza.

Hai lavorato tanto. Non perché fosse necessario. Lavoravi perché ti piaceva un sacco, forse più che stare a casa.

Non sei mai stato quel genere di padri che si siedono a giocare coi figli.

Quella era mamma.

Ma alcuni “riti” li ricordo bene.

Come andare a letto “a cavallo”, e il cavallo eri tu. E fingevi di morir di fatica ogni volta, e più morivi e più noi ridevamo.

O la serata schifezze. Mamma era nel trip dei corsi serali di cucito ( questa cosa prima o poi la devo raccontare per bene) e noi avevamo la nostra serata trasgressiva. Eri un perfetto direttore d’orchestra, e approfittando che la mamma era via si mangiavano cibi proibiti sul divano con la tv accesa.

Papà, questa cosa la faccio ancora adesso, sai?

Se son da sola mangio sul divano: mi fa un po’ film americano e un po’ infanzia nostra.

Non sono stata facile.

Tagliata a metà tra la figlia bella diritta su cui riporre parecchie aspettative e la ribelle cocciuta che vuole fare il suo.

Quante volte per protesta ho dormito sul pavimento. Che poi l’unica scomoda ero io.

Quante volte ti ho tolto la parola, anche per lungo tempo.

Quante volte ti ho messo in mezzo ai miei scontri titanici con la mamma. E a entrambe dicevi “ dai, lo sai che è fatta così “.

Papà l’eterno mediatore, ancora oggi che siamo tutte grandi.

Papà unico uomo in una famiglia di donne. Unico ramo maschile di un albero matriarcale dalle radici profondissime.

Penso a tutto ciò che è successo nella nostra vita e a quante volte hai fatto retromarcia di fronte alle decisioni del Clan. Roba da far tremare Isabel Allende.

Ogni tanto arrivava un alleato maschio. Prima erano i gatti, che casualmente “trovavi “( nessuno lo dica a mamma) e che poi per vecchiaia ci lasciavano.

Poi i nostri fidanzati.

Siamo state fortunate, hai voluto bene a tutti e, diciamolo, tutti hanno voluto bene a te, forse anche per naturale solidarietà maschile.

In una famiglia di donne leader, l’unico modo per tenerle buone è riempir loro la pancia.

Non ricordo giorno in cui tu non abbia cucinato. A casa nostra non sono mai mancati i libri di cucina, le dispense, i raccoglitori e i quadernoni su cui appuntare ricette o attaccare i ritagli delle migliori trovate sui giornali.

La cucina è un altro posto in cui non conosci segreti, e persino i nostri figli ti sfidano nelle preparazioni più difficili. E tu li sai sempre stupire.

Per te son sempre stata “Chicca”. Sei l’unico al mondo a chiamarmi così. Ancora oggi succede quando ti telefono : “Ciao Chicca”.

Con quello strascico toscano che qui tutti capiscono che arrivi da fuori, e poi quando vai dai tuoi ridono del nuovo accento piemontese. Un ibrido.

Eh, i toscani son simpatici…

Bugia! Hanno un carattere terribile, da un attimo all’altro passi dall’essere miglior amico a uomo morto. Focosi. Testoni. Guerrieri nella dialettica. Ma col cuore grande. E un po’ mi ci vedo.

Eri tanto selvatico ma poi il cuore te l’ha ingrandito la mamma, che ti ha dato due figlie, più una. Tre donne oramai adulte che oggi ti affidano figli e commissioni, perché insomma sei in pensione e di lasciarti in pace non se ne parla proprio. Trovi spazio per tutti : grazie.

Ti ho visto invincibile per molto tempo. Finché è arrivato l’ospedale e ti hanno mangiato via un polmone. Anche lì hai fatto il tuo, con forza e buon umore. Dimostrando che si può avere moltissima paura ma anche grandissimo coraggio. Oggi ne ridiamo tutti, per fortuna.

Per la festa del papà ti ho fatto tantissimi regali. Anche alla mamma ne ho fatti, ma i tuoi erano indubbiamente più brutti! Eppure li hai esposti tutti come trofei sulla scrivania al lavoro. E le cravatte… che cravatte orrende ti ho comprato papà! “Questa è talmente strana che non la mette” e invece il giorno dopo l’annodavi alla camicia e partivi. Chissà che pensavano di questo capoufficio con le cravatte con gli orsi…

Nessun regalo quest’anno, come da tempo ormai. Ma un pensiero sorridente su chi sei e chi sei stato; un piccolo, piccolissimo spaccato.

Su come i rapporti cambiano e su come ci si vede a distanza di anni.

Su come si cambia noi e su come si impara a perdonarsi a vicenda.

Perdonarsi.

Tra genitori e figli è spesso lotta. Ma poi, per tanti motivi le armi si posano e ci si guarda negli occhi.

E noi gli occhi li abbiamo grandissimi, vero papà ? Ci sarà un motivo se li abbiamo grandi così.

Forse, è solo per commuoverci meglio.

Chissà.

19 Marzo 2018

Auguri papà.