GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantisce mamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hula hoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

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CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

Tutti i diritti riservati

TI RICORDI LE COCORITE?

Per i miei nonni sardi D.O.C., negli anni in cui era concesso ( ora per fortuna non più ), l’uccisione del maialetto era NORMALE. Ed era pure normale macellarlo in casa. Scene che nemmeno Dario Argento immagina.

Un lavorìo infinito, perché si sa, del maiale non si butta niente.

Per mia nonna gli animali sono da sempre cibo e basta. Ai suoi occhi, una persona che ha animali in casa, me compresa, non è del tutto sana di mente.

Mia mamma, già trapiantata in Piemonte, ha assunto una linea un po’ più morbida, diciamo. Non li vuole tutti morti, ma insomma li tiene a debita distanza.

Siamo riuscite negli anni a farle accettare qualche gatto, giusto perché ritrovato a bordo strada in condizioni pietose, con scene da commozione forzata. Diversamente erano tutti banditi.

Ricordo la volta in cui sono andata con papà al mercato dei piccoli animali. Una sorta di gita proibita. Mi sono incantata di fronte a una gabbia piena di cocorite. Erano bellissime.

Credo di aver guardato papà con quegli occhi che solo i bambini sanno fare. Ciglia che sbattono e un muto ti prego.

Pensandoci oggi in veste di genitore, intuisco che lui abbia pensato che in qualche modo avrebbe dovuto giustificare l’acquisto. Qualcosa tipo un ” Ce la siamo trovata in macchina“, oppure “Le regalavano“. Una scusa qualunque.

Insomma, ha ceduto.

Scelgo la mia adorabile creatura. Cinquantasfumaturedigiallo. Meravigliosa.

Prima di metterla nella scatola, l’allevacocorite rigira il fagottino e con aria maliziosa ci dice: “È maschio… Vi do anche la femmina?”.

SATANA!

Altri occhi. Altre ciglia che sbattono. Altro ti prego.

Deglutendo vistosamente, papà ha detto sì.

Felicità!

Nella mia testa già mi immaginavo di invadere il mondo con migliaia di esemplari nati dalla mia splendida coppia di cocorite. La femmina poi, incredibile. Un azzurro indaco che ipnotizzava.

Io, papà, gabbia, cocorite e tutto il mega kit da allevatori che Satana potesse appiopparci torniamo a casa.

Su cosa sia successo quella sera tra i miei genitori ho fortunatamente un buco di memoria. O forse mio padre è riuscito a convincere mamma delle coincidenze relative all’acquisto.

Chissà.

Nell’arco di una settimana accade il miracolo.

Gravidanza!

La mia meravigliosa femmina gonfiava a vista d’occhio, al punto da non muoversi quasi più. Ci siamo! ho pensato. Preparo anche il nido e diamo il via alla moltiplicazione.

Quando alla domenica mia nonna viene a pranzo da noi, è la prima notizia che le do.

A parte la smorfia di disgusto di fronte alla gabbia, inizia a osservare la futura mamma con aria sospettosa, scuotendo un po’ la testa.

Non sta bene” sentenzia.

Ma come? Beh, magari essendo in uno stadio avanzato di gravidanza poteva anche starci. Ma che stesse male…

Ho pranzato fissando la nonna. La nonna pranzava fissando la cocorita.

Un thriller in cui mancava solo la musica.

Non immaginavo che di lì a poco sarebbe successo l’irreparabile.

Ricordo che nonna stava finendo di lavare i piatti, grembiule in vita e sguardo concentrato. Mette a scolare l’ultimo bicchiere, asciuga le mani, si avvicina alla gabbia e la apre.

Senza indugio acchiappa la povera Indaco e in un gesto solo, la affoga nel lavandino.

“Non stava bene” ripete.

Mioddio! La mia cocorita!

Pietrificazione istantanea e generale.

Papà mi fa uscire dalla cucina e mi consola con tutti i vocaboli a lui conosciuti. Mi spiega che in effetti la poveretta non si muoveva più. Che non bisognava farla soffrire. Che sicuramente era già mezza morta e non aveva sentito nulla.

Io in una valle di lacrime.

Mi calma un po’ , tanto che decidiamo di tornare in cucina.

Per l’ultimo saluto.

Apriamo la porta e troviamo mia nonna impalmata con i guanti da cucina. In una mano le forbici, nell’altra la cocorita aperta in due.

“Era un tumore”.

Nonna killer e autopsia in corso.

Inutile dire che la porta della cucina sia stata rapidamente richiusa.

Inutile dire che da quel momento nulla mi ha più spaventata.

Inutile dire che il primo elettrodomestico che ho comprato è stato una lavastoviglie.

Cocorite?

MAI

PIÙ