PICCIONI vs STEFANIA 1-0 . Cronaca della mia recente isteria.

Vorrei fare una premessa che sa un po’ di scusa, ma insomma…

AMO GLI ANIMALI.

Ma tutti eh. I cani, i leoni, le galline, i furetti e pure gli insetti. Guarda, amo anche le zanzare e le mosche.

E i piccioni.

Ma a casa loro.

Suona come le frasi nonsonorazzistama… ma è solo un’impressione.

Fanno quel versetto che è pure simpatico, e hanno quell’andatura che non so perché ma mi ricorda i pinguini.

Amo anche i pinguini.

Ma i piccioni, santocielo! mi stanno facendo impazzire.

Stavano allegramente sul campanile della chiesa vicino a casa mia ( ecco, il campanile invece lo odio perché suona anche la notte) poi il vento si è portato via mezzo tetto ( del campanile) e i piccioni han dovuto migrare.

Forse erano di quelli pigri, perché potevano andare nelle Marche, per dire, e invece hanno fatto venti metri e si sono installati a casa mia.

Prima erano due.

Poi son diventati duecentomila.

E quel versetto simpatico è diventato un tubare tale che non sento nemmeno più le campane di notte.

Infatti il campanile l’hanno aggiustato ma i piccioni son rimasti da me, perché le campane non le suono – ancora – e nel mio porticato se ne stanno evidentemente più tranquilli.

Dall’arrivo dei miei nuovi coinquilini all’esaurimento nervoso il passo è stato breve.

A parte che un elefante e tutto il circo Orfei sporcano meno, questi fanno un casino infernale.

Ho iniziato con metodi semplici. Tipo uscire sul balcone e battere le mani come Joaquín Cortés. Scappavano subito, spaventati dalla maestrìa con cui ogni giorno arricchivo la mossa. Mani, tacco, fianco e olè ! via tutti.

Poi lo spettacolo deve essere diventato di loro gradimento e hanno capito che potevano assistere senza pagare il biglietto.

Fine del flamenco.

Allora ho studiato le barriere.

Aste, travi, chiodi, reti. Come individuavo gli appoggi chiudevo gli accessi. Solo che hanno scoperto zone incredibili e hanno fatto trincea.

Mi han detto “ prova con gli ultrasuoni o con la pistola a salve”.

Ecco, con la pistola a salve mi ci sarei pure vista bene, ma a parte il temere un mio eccesso di zelo – tipo chessó sparare anche al campanile – ho guardato in faccia i miei cani e ci siamo detti a vicenda che forse era meglio di no.

Poi ho letto un giorno per caso un post di un amico con lo stesso disagio.

Nel tentativo di disarmare i nemici pennuti aveva creato una meravigliosa struttura di pali e alluminio. Una cosa tipo bandiere di domopack sventolanti e terrorizzanti.

Bene.

Armata di sacro fervore ho dato fondo a tutte le mie riserve di stagnola, teglie monouso comprese, e ho addobbato casa. Il Natale dell’alluminio.

Nulla.

I piccioni le hanno trovate molto comode come nuovo appoggio su cui posare i loro soffici deretani.

Mi sono dunque rimaste due sole possibilità casalinghe : la scopa e il mocio vileda.

Al grido di “scatenate l’inferno” – che me lo urlo da sola in quanto unica combattente- ho sortito qualche misero effetto giusto i primi giorni.

Da una parte la scopa, dall’altra lo scopettone a frange ho impaurito forse otto piccioni in tutto.

Gli altri, appollaiati sopra la mia testa tra una finta trappola e l’altra, mi osservavano con inquietante strafottenza. Come a dirmi che con tutta quell’agitazione semplicemente avrebbero defecato un po’ di più e meglio.

Nel frattempo mi son pure rotta una costola e quindi ho dovuto smettere con i miei riti vichinghi.

L’addestramento dei cani pare sia inutile ( i miei poi non sanno nemmeno saltare, dunque …) e ho recentemente appreso che gli spuntoni che evitano l’appoggio dei piccioni non è più legale, o qualcosa di simile.

Quasi pronta alla rassegnazione e alla convivenza forzata, ho avuto un’altra incredibile rivelazione : i falchi !

Ho trovato un falconiere che no! non mi affitterà il suo falco per fortuna, e no! non me ne venderà uno ( peccato, perché nella mia vita un falco ci stava), ma forse è in possesso di requisiti non cruenti per risolvere il mio problema.

Lo chiamo oggi.

Non sto a dirvi quanto la mia immaginazione voli alto ( quanto le aquile forse) e penso già che nel mio giardino succederà qualcosa di epico.

Temo che dovrò calmare gli entusiasmi.

Nel frattempo sogno la mia libertà da piccioni e chissà mai, magari anche dal campanile. Ma credo che per quello il falco non serva.

Vi aggiorno.

E se vi viene in mente qualcosa di meglio, non esitate.

Provo tutto e non temo gli insuccessi.

Ph. Paolo Masteghin.

Falco di palude.

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GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantiscemamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hulahoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

PRONTO CHI PARLA?

Ho la fortuna di avere un centro estetico abbastanza grande. Tanto per capirci lavoriamo qui in cinque.
L’equazione da come risultato che le clienti siano di numero considerevole e che io qualcuna non la conosca proprio.
Ognuna di loro telefona.

Ora. Diciamo che negli anni ho imparato a conoscere la voce di quasi tutte e che nel momento in cui sento pronunciare il nome della signora in questione, facilmente le associo un volto, ma a volte le donne sono bravissime a complicarmi la vita.

“Il Ninfeo buongiorno sono Stefania!”
“Ooooooo! Ciao Stefi! SONO IO”.
Ehmmm… Ciao TU.
Il mio schedario mentale inizia a scorrere all’impazzata.
TU incalza ” Mi hai riconosciuta vero?”
Oddio. Chi diavolo è?
” Dai, sono io”
Un aiuto da casa per favore…
” Ma Stefi! Sono Cri!”
Aaaaaaaaaa! Ecco chi sei! Una delle 20 Cristina che vengono qui….
” Ho bisogno di un appuntamento per le unghie”
Bene, sto restringendo il campo a 4 . Posso farcela.
” Ma nei mie soliti orari, perché poi ho i bambini, sai…”
Bingo!
Ma certooo Cristina TU, individuata!

Anche se le le migliori telefonate iniziano così :
” ciao Stefi, indovina chi sono?”
” ciao Stefi, vorrei un appuntamento per il mio solito”
” ciao Stefi, quando posso venire?”
I concorrenti di Gerry Scotti sono meno in difficoltà.

Al telefono il fraintendimento è un attimo.
“Signorina scusi sa se la chiamo all’ultimo, ma ho urgente bisogno di una ceretta entro domani”.
Scartabello, invento mentalmente ogni stratagemma per inserire l’emergenza in una giornata già pienissima e propongo le sei.
” Ok! Grazie mille, mi segni pure, ci vediamo domani mattina!”
Oh no!!! Io intendevo le 18. Va bene l’urgenza…

Urgenza… Spesso ricevo telefonate disperate. E quando dico disperate non esagero.
” Stefania La prego!! Ho un’unghia rotta e stasera ho una cena, mi faccia venire A QUALUNQUE ORA”.
Tra mezz’ora? Non ce la fa proprio.
Alle 11.30? No, ha i nipoti a pranzo, deve impanare le fettine!
Alle 14? Eh no, fa la pennica…
Alle 16.30? Ha la parrucchiera.
Alle 18.30? Troppo tardi.
Allora!!! Ha urgenza o no? Sbaglio o ha detto qualunque ora?
Passo alle minacce, funziona sempre.
Signora, allora la faccio passare domani.
” Va bene, verrò alle 14″.
Ecco brava, il riposino oggi lo saltiamo.

” Mi dia il primo appuntamento della mattina”
La segno per le 10 allora.
” Ma aprite così tardi??”
Lavoriamo 6 giorni su 7 dalle 10 alle 20 Signora. Più di questo mettiamo una tenda e dormiamo qui.
” Io volevo venire presto, tipo alle 8.30″
Se vuole quell’orario posso darglielo al sabato.
No il sabato no. Il sabato si dorme.

” Vorrei venire in pausa pranzo, sono lì da voi alle 13.37″ . Addirittura.

” Vorrei fare un massaggio. Domenica” .
Signora, la domenica siamo chiusi…
” Complimenti! Poi vi lamentate della crisi!”.
Accidenti. Il riposo dell’estetista non è contemplato…
Sa che c’è signora? Oggi è una di quelle giornate particolarmente ciniche. Faccia così : telefoni sabato che magari mi è passata.
Anzi meglio.
Chiami domenica.

{ Per la cronaca. Posso giurare di aver fatto depilazioni anche alle 23.30, prove trucco la domenica e limato unghie a clienti in ospedale. Sono cinica sì, ma ogni volta che posso mi faccio in quattro}