VACANZE ESTIVE. Forza e coraggio.

Tutto parte i primi giorni di maggio.

I ragazzi prendono in mano il calendario e iniziano un conteggio che è più oscuro di quello di Frate Indovino.

“Allora. Se togliamo le domeniche e i sabati. La gita. La corsa campestre. Il torneo di chissacosa e la visita alla biblioteca. Due giorni festivi. Il saggio di clavicembalo dolce. Le emorroidi del professore assente. Il compleanno della bidella e il discorso del Presidente… Mamma ! Tra sei giorni finisce la scuola !“.

Ma come sarebbe ?!?

Non ho ancora capito come facciano. Comunque praticamente per loro l’alba è vicina, e in un attimo realizzo che manca davvero poco all’impatto con l’iceberg : iniziano le vacanze estive.

A maggio il mondomamma si spacca in due.

Da una parte le mamme cuore, che solo all’idea della pausa estiva tirano fuori dall’armadio i gonnelloni a fiori e le Crocs con laccetto e bottone e iniziano a correre nei prati gioendo per il tempo che avranno da passare coi pargoli. Ripassano le ricette di torte, sognano gite nei boschi, e nello stereo della macchina Cristina d’Avena e tutti i Bee Hive. Aprono i cassoni del ripostiglio e lavano tutte le palette e i secchielli pronte a impanarsi sulla spiaggia il primo giorno utile.

Dall’altra le madri epatiche. No, non volevo dire empatiche, proprio epatiche. Quelle che il fegato si gonfia il dieci giugno e si sgonfia il nove settembre.

Lo so, lo so, i figli non sono pacchetti e hanno bisogno di vacanze e sono stanchi e devono anche stare con i genitori, e bla bla bla. Lo so, lo so.

Ma santocielo! Dieci settimane ( giorno più giorno meno) non sono una passeggiata.

Dunque io a maggio convoco la tavola rotonda. Io e i bambini, calendario alla mano, turni col papà e avanti programma.

Primo passo trovare un’estate ragazzi. Una di quelle santissime organizzazioni parrocchiali in cui anime pie e volontarie si studiano attività di ogni genere, gite, giochi, canzoni e coreografie per intrattenere i nostri baldi vacanzieri. La mia scelta ricade ovviamente sul progetto più lungo, quello che non teme di spingersi fino a fine luglio, e che riprende a settembre.

Li iscrivo a tutto. Anche ai campeggi notturni e alle escursioni più improbabili. Praticamente lascio un rene in pegno ogni estate.

Secondo passo la logistica di agosto.

Ad agosto ti devi arrangiare. Nemmeno il parroco ne vuol sentir parlare dei miei figli ( lo capisco ) e allora forzatamente programmo mare e ferie. Tanto ad agosto costa tutto poco (…) ed è un mese fresco (…).

Sono le settimane in cui le mamme cuore hanno la loro rivincita sociale, tutte già color biscotto, mentre tu fai luce in spiaggia come un neon. I loro figli si son già fatti tutti “la base” come si dice in gergo mammesco ( leggi : prima abbronzatura) mentre i tuoi hanno il segno della canotta perché all’estate ragazzi si sono ustionati solo le spalle. Quindi la valigia la riempi di protezioni solari ottomila, vai in spiaggia al mattino presto con gli anziani e la sera insieme alle donne incinte, e alla fine rientro a casa uguale a prima. Tutto il resto delle ore libere servono per i compiti. Roba da nevrosi.

Ad agosto i miei figli hanno dimenticato anche come si tiene in mano la penna, una regressione repentina e drammatica, tanto che credo sia il mese in cui in assoluto urlo di più. Cosa di cui non mi preoccupo perché il vicinato, fortunatamente, fa altrettanto.

Credo che se non ci fossero i compiti delle vacanze dovremmo rifare la prima elementare ogni anno, dalla sillabazione in su.

Settembre ha solo due settimane critiche. I miei figli tornano dal parroco per le “settembriadi”, un’invenzione meravigliosa e aggregante, che termina con la festa finale in cui le mamme cuore cucinano le torte e le mamme epatiche danno il colpo finale al fegato con brindisi isterici per la fine delle vacanze che manco a Capodanno.

L’ubriachezza di questa serata serve per dimenticare sia le spese sostenute per arrivare sin lì, che il secondo rene lasciato in cartoleria per attrezzare i ragazzi al rientro a scuola. Ma questa è un’altra storia.

Mancano pochi giorni alla vera fine.

Quest’anno sono stata scientifica e ho programmato al millimetro. Dovrei aver pensato a tutto.

Loro, nemmeno a dirlo, sono euforici. Io leggermente meno, ma tant’è.

Buone vacanze a tutti. Dai che son solo tre mesi …

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RINASCERE UOMO? Naaaa…

Quante volte le mie clienti sul lettino si dimenano tra dolori indecenti e a denti stretti mi sussurrano : nella prossima vita rinasco uomo.

Questo succede mentre io mi districo in operazioni ginecologiche di alto livello, spiegando che magari se evitassero il semplice risveglio primaverile del “levami tutti i peli” si soffrirebbe meno tutti.

Io compresa.

Non avrei nessuna voglia di rinascere uomo.

Un uomo oggi vive costantemente sotto la lente di ingrandimento. Molto più di noi.

Intanto magari ha una moglie che lo spedisce dall’estetista a levarsi i peli, e credetemi, soffre come un cane.

Ne ho visti in lacrime.

Perché, ricordiamolo, noi possiamo essere pelose, ma loro hanno le liane. Ascelle che sembrano capelli, schiene da pettinare, riporti sulle cosce. Prova a strapparli quei peli lì! e poi mi dici cos’è soffrire…

Noi siamo programmate al dolore, il fatto che non perdiamo la vita con le doglie dimostra il carico che ci ha donato la natura.

E poi noi pretendiamo di tutto.

Che siano maschi, ma teneri, che spacchino le pietre ma senza ruttare, che apprezzino la nostra cucina ma cucinando loro.

Vogliamo che facciano i fidanzati/mariti/amanti ma anche i padri. E che non vomitino cambiando un pannolino.

Che parlino. Che ascoltino. Che capiscano.

Cos’hai amore?

NIENTE.

E DEVONO capire.

Capire cosa? che nemmeno noi ci capiamo un cazzo di quello che ci passa per la testa…

Hai il ciclo? chiedono.

Perché poveretti mica hanno ancora capito che noi il ciclo l’abbiamo tutti i giorni. Basta un nulla, un respiro sbagliato, una parola storta, una piccola dimenticanza che il ciclo ci arriva.

Istantaneo.

Mentale.

E la menopausa non è un traguardo. Il ciclodramma non finisce MAI.

È perenne e avvolto nel mistero. Non si sa quando arriva, non si sa perché e non si sa QUANDO passa.

Stai male?

MA SECONDO TE? E parte il ruggito… poveretti.

Questi camminano sulle uova tutti i giorni, signore mie, con un inconfessabile terrore di essere sbranati a tradimento di notte.

L’uomo di oggi deve essere psicoginecologo praticamente.

Deve individuare il prima possibile l’inizio del nostro delirio e fare come fanno gli analisti : buttare lì una domanda e lasciare che la seduta inizi, pronto a una valanga di merda.

E questo se hanno la fortuna di avere in casa una donna che parla.

Perché se poco poco lei ha crisi sociopatiche con mutismo a oltranza, son cazzi.

Ditemi che non vi è mai successo. Togliergli parola, saluto, sguardo e ossigeno PERCHÉ DEVE CAPIRE.

Cosa deve capire?

Capisce che siamo matte…

“Gli uomini non sono più quelli di una volta”. Dico io, per fortuna.

Mio nonno, semplice e sincero, in situazioni come queste avrebbe consigliato senza giri di parole a sua moglie di buttarsi un po’ d’acqua fredda in faccia. Datti una calmata, insomma.

Gli uomini di oggi vivono con un punto interrogativo sulla fronte per massimo due giorni, poi in qualche modo si esprimono. È evoluzione della specie.

Lo sanno che siamo mine vaganti …

Un giorno è venuto qui un mio cliente e mi ha detto : Anna mi ha appena scritto un messaggio. Diceva : “pensaci e quando capisci ne parliamo”.

Secondo me ci sta pensando ancora adesso. Credo che si sia interrogato su qualunque cosa, dal bucato steso storto alla spazzatura non buttata, al ritardo di tre minuti e alla pasta cotta troppo al dente.

E poi magari Anna aveva accorciato la frangia e invece lui aveva notato le scarpe.

Ma ci rendiamo conto?

No no. Preferisco mille volte essere donna e sentirmi dire che sono ciò che ( in effetti) sono , che non dover vivere con l’ansia da prestazione sempre.

Che poi se son maschio e mi monta l’ansia anche il mio bene più prezioso (…) smette di rispondere ai comandi ed è un disastro su tutta la linea.

Noi ci appropriamo di tutti i ruoli e con fierezza sgomitiamo nel mondo. Tra sbalzi di umore e geometrie esistenziali, come diceva qualcuno, con la sola incombenza di levarci i peli.

E di essere in forma e sexy.

Mamme e amanti hard.

Lavoratrici e lupe alla tana. Organizzatrici di vite e orizzonti.

Dive da copertina con propensione allo sport.

Decise ma sorridenti.

Ferme e comprensive.

Empatiche.

Simpatiche.

Rapide ma non caotiche.

Intelligenti ma non noiose.

Tutto questo con il ciclo perenne.

Dai! è fighissimo! 🤦🏻‍♀️

BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

IL PESO DELLA CULTURA. Storie di zaini pesanti e ricerca di soluzioni.

Vittoria, quinta elementare, pesa 31 chili. La sua cartella quasi 10 e mezzo.

Giovanni, prima media, lui 40 chili, 15 la cartella.

La figlia di Silvia fa quinta elementare e sfacchina 10 chili di libri.

Martina, 30 chili lei, 13 di cartella.

Alessandro ne pesa 38, fa prima media e lo zaino ne pesa 12.

Ginevra, in una giornata “leggera” trasporta 12 chili di cartella. Ma a volte sono 16.

Arianna ha tre figli tra liceo, medie e elementari. Zaini da 13 chili l’uno.

Simone, Elettra, Pier Carlo… in prima media hanno cartelle dai 12 ai 15 chili.

Ludovica ha otto anni. 10 di zaino.

Susy ha 9 anni, è uno scricciolo di 24 chili e trasporta 11 chili di cartella. Quasi metà del suo peso…

 

Ho ricevuto moltissimi dati come questi. Mio figlio stesso è tra questi numeri, testimone con gli altri del peso della cultura.

 

Leggo dal sito del Ministero della Salute il documento ” Chiarimenti in merito al peso degli zainetti scolastici” elaborato nel 2009 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero del Lavoro, in cui sono riportate le raccomandazioni del Consiglio Superiore di Sanità, inviato già a suo tempo agli assessorati scolastici regionali e a tutti i dirigenti scolastici.

> il peso degli zaini non dovrebbe superare il 10-15% del peso corporeo dell’alunno

 

> lo zaino deve essere indossato in maniera corretta

 

> è necessaria un’educazione all’essenzialità organizzativa del corredo scolastico da parte dei docenti […] considerando che già da qualche anno le case editrici hanno iniziato a stampare i testi scolastici a fascicoli.

> è necessario inserire la corretta gestione del peso dello zaino all’interno di una più ampia educazione alla salute e alla promozione di corretti stili di vita.

 

Bene.

È chiaro dunque che un ragazzo di 40 chili in pieno sviluppo strutturale dovrebbe avere uno zaino che ne pesi al massimo 6.

Nella realtà dei fatti, tutti, ma proprio tutti, hanno sulle spalle il doppio del peso massimo sopportabile.

Noi tutti muniamo oramai i nostri figli dei cosiddetti trolley o carrellini.

Ma qui sorge un altro problema : le scale.

I ragazzi usano spesso i pullman e faticano a salirci su col carrellino ( chi usa i mezzi sa bene di cosa parlo) e comunque una volta arrivati a scuola hanno spesso una, due, tre rampe di scale da fare e col carrellino è peggio che mai.

Tra gli alunni che continuano ad usare la cartella tradizionale si contano quotidianamente cadute e ribaltoni proprio nel salire le scale al mattino.

Soluzioni ?

 

Provo a chiedere aiuto a chi la scuola la vive in presa diretta: gli insegnanti.

 

” Quando possibile cerco di far posare i libri a scuola nell’armadio, che però non ha la chiave … quindi c’è il rischio di furti … quando non servono dico di non portarli. Però all’inizio di prima media molti alunni non ascoltano e portano libri inutili”.

Devo dire che gli insegnanti si dimostrano collaborativi e percepiscono seriamente il problema.

“Cerchiamo di adottare libri peso piuma ma non sempre è possibile. A volte – continua – siccome i libri sono tanti e pesanti, precisiamo quali servono e se si può , due alunni, a turno, lavorano sullo stesso libro”.

 

Ci provano, diciamolo, ma non è così semplice.

” È importante che le famiglie aiutino i ragazzini a organizzarsi e a preparare la cartella con il materiale utile e necessario ma molti non sono abituati ad ascoltare “.

 

Quindi.

Gli insegnanti tentano di indirizzare gli alunni. Gli alunni spesso continuano a caricare lo zaino inutilmente. La scuola con gli armadietti rimane mito televisivo. La cartella è un macigno. Il carrellino non sempre è la soluzione.

La scuola senza zaino è un metodo didattico di cui sempre più sentiamo parlare. Nasce 15 anni fa a Lucca e il metodo, le cui parole d’ordine sono responsabilità, comunità e ospitalità, inizia a diffondersi oggi in centinaia di istituti in Italia.

Qui niente pesi sulle spalle e un sistema innovativo che stravolge il tradizionale lavoro scolastico.

Siamo pronti?

Non lo so.

E lo dico sospirando…

In ultima battuta chiedo un parere anche a Luca Bonetto https://schiena-sana.it , osteopata, che per definizione ha un approccio olistico e multifattoriale.

” Nel caso degli alunni – dice – una variabile importante è quella del tempo : quanti minuti hanno lo zaino pesante sulle spalle? […] Lo zaino non può essere considerato l’unico colpevole , talvolta è la goccia che fa traboccare il vaso”.

 

Luca mi illustra comunque uno tra i tanti studi scientifici sull’argomento {*} ” che riporta una percentuale del 60% di soggetti che hanno avuto dolore da uso di zaini pesanti, trovando una significatività statistica sull’aumento del dolore. Le femmine hanno riportato un dolore più grave e più frequente dei ragazzi,soprattutto se si parla di adolescenti”.

 

Consigli pratici?

“Sicuramente lo sport e il movimento sono l’antidoto migliore a questo tipo di problema […] fin dalle scuole elementari “.

 

Un cane che si morde la coda insomma.

Nell’attesa che la scuola tenti un’evoluzione tecnologica ho fatto il mio di esperimento !

E come una pazza, di prima mattina, ho caricato lo zaino di mio figlio in spalla e ho corso dalla porta di casa sino alla macchina.

Una scena pietosa.

E non avevo neppure la cartellina di tecnica in mano …

I miei ragazzi hanno riso un sacco.

Senza pietà per il mio essere ben poco ginnica e il fiatone finale.

Ho spiegato loro che normalmente scatto come un giaguaro.

La colpa era tutta dello zaino.

Pesantissimo.

Provateci voi, santocielo.

(*) Aprile, Di Stasio, Vincenzi, Arezzo, De Santis, Mosca, Briani, Di Sipio, Germanotta, Padua “The relationship between back pain and schoolbag use: a cross-sectional study of 5,318 Italian students.” Spine J. 2016 Jun; 16(6):748-55. doi: 10.1016/j.spinee.2016.01.214. Epub 2016 Feb.

 

20 ANNI FA : compleanno di una visione

Vent’anni fa sostenevo l’esame di maturità.

Come nel resto della mia carriera scolastica ho discusso con la presidente di commissione e sono uscita dall’aula sbattendo la porta.

Nemmeno mi importava dei voti sul tabellone. Il giorno successivo ero dal libraio a vendere tutto ciò che avevo. Al diavolo.

Fu la prima estate in cui non lavorai e mi concessi una vacanza. Un mese di mare insieme a Silvia, in terra madre. Saltammo sulla nave col passaggio ponte, direzione Sant’Antioco, l’isola nell’isola. Il sud più sud della Sardegna.

Fu una vacanza bellissima, tra disagi di acqua che mancava in casa, concerti al porto, mangiate colossali e sabbia nera ustionante.

La sera vagavamo alla ricerca di fresco e pensavo a cosa combinare nella mia vita.

Avevo visitato un paio di facoltà universitarie senza raccogliere grande entusiasmo. Sapevo tradurre il latino e il greco, adoravo scrivere, mi nutrivo di libri e spillavo birra nei locali ogni fine settimana.

Abilità poco produttive nel voler pianificare un’indipendenza.

Al ritorno a casa, silenzio notte e acqua scura. Il buio mi porta da sempre le migliori scintille.

Cosa farai ora?

Silvia me lo chiese sinceramente.

Farò l’estetista.

Lo dissi così. Nel mezzo del mare. Con i capelli a frustarmi la faccia sul ponte umido di una nave.

Vent’anni fa tornai a casa e cercai la scuola più vicina. Che poi era una sola, a mezz’ora di treno.

Incontrai Francesca, la direttrice, stupita di questo diploma classico tra le mani. Avevo i soldi da parte per pagarmi la retta, e la giusta incoscienza per inventarmi un futuro.

Sembra che tu lo faccia da sempre, diceva Francesca mentre armeggiavo in aula seguendo un ritmo nella testa che comandava i movimenti nelle mie mani durante i primi massaggi.

Un mese dopo, il primo posto di lavoro.

Comincerai dalle basi, disse la titolare.

E lavai cessi, spolverai prodotti e mobili, appesi cappotti di clienti che mi parevano delle matusalemme, per mesi e mesi e mesi. Alla faccia della base.

La mia svolta fu il licenziarsi di una collega. Mors tua vita mea – ecco a cosa serve il latino!- e iniziai così. Appuntamenti da smaltire e la sguattera che diventa presto preziosa.

Olè!

Non mi ha più fermata nessuno.

Da allora ho fatto parecchia strada. E me la sono sudata tutta.

Sono passati vent’anni e ancora Francesca si ricorda di me. E io penso a lei come la prima persona che abbia creduto nella scelta pazzoide di una diciannovenne che segue un istinto.

Dopo vent’anni ancora ragiono così. Penso la notte e realizzo di giorno. Seguo strade poco battute per sfidare con garbo chi pensa che non sia possibile.

Mi circondo di chi anima i miei giorni con altrettanta follia. E seguo l’insegnamento di uno dei miei maestri : se ti spaventa, è la scelta giusta.

Vent’anni fa in questo giorno, sceglievo una strada sconosciuta.

Vent’anni dopo ne cerco sempre di nuove. La sfida è la mia droga. Lo stimolo è l’inventiva. La soddisfazione è la realizzazione. L’insuccesso è la molla per migliorare. Perché se viaggi a certi ritmi qualche abbaglio lo prendi, è inevitabile, ma raddrizzi il tiro e vai avanti.

Ancora adesso, dopo vent’anni, ho chi mi chiede ” come pensi di fare?” .

Con la passione. Il fuoco sacro che alimento con ogni energia. Ciò che mi tiene viva e che mi fa pensare a me stessa come a una privilegiata che fa della propria professione il motivo per sorridere.

Sono passati vent’anni e me ne auguro altri venti altrettanto fighi.

Bel traguardo. Sono felice e motivata. Come il giorno in cui ho deciso chi sarei diventata. Un’estetista visionaria e fuor di schema, che sfrutta la notte per partorire le idee di giorno.

Per fortuna ho ottimi supporti e due figli che reggono il ritmo. E la coscienza lucida che se mi rinchiuderanno per delirio, avranno pur anche ragione.

Tra i pazzi, mi troverò benissimo.

.: 20 :.

GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantiscemamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hulahoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me!