20 ANNI FA : compleanno di una visione

Vent’anni fa sostenevo l’esame di maturità.

Come nel resto della mia carriera scolastica ho discusso con la presidente di commissione e sono uscita dall’aula sbattendo la porta.

Nemmeno mi importava dei voti sul tabellone. Il giorno successivo ero dal libraio a vendere tutto ciò che avevo. Al diavolo.

Fu la prima estate in cui non lavorai e mi concessi una vacanza. Un mese di mare insieme a Silvia, in terra madre. Saltammo sulla nave col passaggio ponte, direzione Sant’Antioco, l’isola nell’isola. Il sud più sud della Sardegna.

Fu una vacanza bellissima, tra disagi di acqua che mancava in casa, concerti al porto, mangiate colossali e sabbia nera ustionante.

La sera vagavamo alla ricerca di fresco e pensavo a cosa combinare nella mia vita.

Avevo visitato un paio di facoltà universitarie senza raccogliere grande entusiasmo. Sapevo tradurre il latino e il greco, adoravo scrivere, mi nutrivo di libri e spillavo birra nei locali ogni fine settimana.

Abilità poco produttive nel voler pianificare un’indipendenza.

Al ritorno a casa, silenzio notte e acqua scura. Il buio mi porta da sempre le migliori scintille.

Cosa farai ora?

Silvia me lo chiese sinceramente.

Farò l’estetista.

Lo dissi così. Nel mezzo del mare. Con i capelli a frustarmi la faccia sul ponte umido di una nave.

Vent’anni fa tornai a casa e cercai la scuola più vicina. Che poi era una sola, a mezz’ora di treno.

Incontrai Francesca, la direttrice, stupita di questo diploma classico tra le mani. Avevo i soldi da parte per pagarmi la retta, e la giusta incoscienza per inventarmi un futuro.

Sembra che tu lo faccia da sempre, diceva Francesca mentre armeggiavo in aula seguendo un ritmo nella testa che comandava i movimenti nelle mie mani durante i primi massaggi.

Un mese dopo, il primo posto di lavoro.

Comincerai dalle basi, disse la titolare.

E lavai cessi, spolverai prodotti e mobili, appesi cappotti di clienti che mi parevano delle matusalemme, per mesi e mesi e mesi. Alla faccia della base.

La mia svolta fu il licenziarsi di una collega. Mors tua vita mea – ecco a cosa serve il latino!- e iniziai così. Appuntamenti da smaltire e la sguattera che diventa presto preziosa.

Olè!

Non mi ha più fermata nessuno.

Da allora ho fatto parecchia strada. E me la sono sudata tutta.

Sono passati vent’anni e ancora Francesca si ricorda di me. E io penso a lei come la prima persona che abbia creduto nella scelta pazzoide di una diciannovenne che segue un istinto.

Dopo vent’anni ancora ragiono così. Penso la notte e realizzo di giorno. Seguo strade poco battute per sfidare con garbo chi pensa che non sia possibile.

Mi circondo di chi anima i miei giorni con altrettanta follia. E seguo l’insegnamento di uno dei miei maestri : se ti spaventa, è la scelta giusta.

Vent’anni fa in questo giorno, sceglievo una strada sconosciuta.

Vent’anni dopo ne cerco sempre di nuove. La sfida è la mia droga. Lo stimolo è l’inventiva. La soddisfazione è la realizzazione. L’insuccesso è la molla per migliorare. Perché se viaggi a certi ritmi qualche abbaglio lo prendi, è inevitabile, ma raddrizzi il tiro e vai avanti.

Ancora adesso, dopo vent’anni, ho chi mi chiede ” come pensi di fare?” .

Con la passione. Il fuoco sacro che alimento con ogni energia. Ciò che mi tiene viva e che mi fa pensare a me stessa come a una privilegiata che fa della propria professione il motivo per sorridere.

Sono passati vent’anni e me ne auguro altri venti altrettanto fighi.

Bel traguardo. Sono felice e motivata. Come il giorno in cui ho deciso chi sarei diventata. Un’estetista visionaria e fuor di schema, che sfrutta la notte per partorire le idee di giorno.

Per fortuna ho ottimi supporti e due figli che reggono il ritmo. E la coscienza lucida che se mi rinchiuderanno per delirio, avranno pur anche ragione.

Tra i pazzi, mi troverò benissimo.

.: 20 :.

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GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantisce mamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hula hoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

MAMME, GRUPPI E ALTRI DELIRI

Normalmente l’essere inserita nei gruppi di Facebook mi disturba un po’. Ma questa volta è diverso. Non ho ben capito come sia successo, ma mi sono ritrovata a far parte di un gruppo che mi sta creando seriamente dipendenza

È una raccolta di mamme, iscritte da tutta Italia, che si confrontano tra loro sui temi più disparati. Di solito, alla terza notifica mi auto elimino, ma questa volta è davvero diverso! Perché i post sono talmente esilaranti che vado a cercarmeli apposta, e rido fino a perdere il fiato. 

I dubbi amletici e le richieste di consulenza spaziano tra la scoperta della gravidanza, i primi mesi di vita del bambino, l’alimentazione, ma anche la vita sessuale e il ménage casalingo.

“Cosa avete a casa come aspirapolvere?”. Seguono marchi, foto e libretti di istruzioni. 

“Come sfogate le tensioni e il nervoso? Io mangiando”. Arrivano prontamente rassicurazioni : 

” Io mangio, fumo e MI LANCIO le cose”. Ah…

“Io mangio cibo e stomaco”.

Donne distese, insomma…

Argomento gettonatissimo sono le suocere, l’undicesima piaga dell’universo moglie. 

“Cosa ha fatto incrinare i vostri rapporti?” . Seguono circa 800 commenti. 

“Io le ho tolto il saluto da quando mi ha detto di chiudere le tube. Le ho risposto di chiudersi le sue, insieme alla bocca” . Applausi! 

” La mia è una bugiarda. Ecco da chi ha preso il figlio…”. Qua c’è crisi nell’aria…

Sono molte a lamentarsi dei mariti. Giulia è sull’orlo dell’esaurimento:

“Siamo insieme da cinque anni e abbiamo una bimba di due. Mai una sorpresa, una cena fuori, niente di niente. Speravo che dopo i miei numerosi lamenti avrebbe fatto qualcosa, invece niente, zero. Ho un nervoso addosso… Lui si giustifica dicendo che non sa fare sorprese. Io l’ho mandato a cagare”. 

Le più scaltre rilanciano : 

” Digli che aspetti tre gemelli, fagliela tu la sorpresa!” . Malefiche! 

E quando del compagno non ci si riesce ad accontentare ci si lancia in qualche fantasia:

“Scusate la domanda mammine, ma voi tradireste vostro marito con un personaggio dello spettacolo? anche solo con un bacio? Io FORSE SÌ, ma solo con Johnny Deep”. Forse …

L’alimentazione è il punto che mette più in difficoltà. Pappe a parte, le donne riescono ad andare in tilt su tutto:

“A quanti mesi si può dare l’acqua?”. Tra le mille risposte delle esperte online abbiamo:

– mai 

– da subito

– a cinque mesi

– a un anno. 

Tutto chiaro insomma. 

Come dicevo gli interrogativi spaziano con serietà da un dubbio all’ altro. 

“Il film cartone Ballerina secondo voi a che età è adatto?”.

“Mamme scusate, ma Nonna Pig e Nonno Pig sono i genitori di chi? E gli altri nonni dove sono?”. 

“In quale programma posso trovare l’effetto fotografico SPECIE ALBERATO con il bimbo che viene allattato?”. 

Sull’ultima ho faticato proprio a capire di cosa si stesse parlando. 

“Potete ridarmi l’indirizzo del sito che fa i gioielli con il latte?”. 

Scusa?!? Cosa? 

Seguendo le indicazioni ( numerose) scopro che esistono aziende che incastonano al tuo anello latte materno, ma anche ciuffi di capelli, denti e cordoni ombelicali. 

Passo e chiudo. 

Non riesco ad aggiungere nulla.

E poi le preoccupazioni. Quelle serie.

“Ciao mamme, ho bisogno di un vostro parere” …sentiamo… ” il mio gatto si è messo a giocare con le mie compresse anticoncezionali bucandole quasi tutte. Secondo voi posso usarle lo stesso? C’è qualche farmacista nel gruppo?”. Stregatto ! 

“Dopo il miracolo della nascita, avviene anche il miracolo delle tette che risalgono?” Tesoro… Che ti possiamo dire….

“Secondo voi, posso mandare in vacanza una settimana la mia cucciola con il papà, o sentirà la mia mancanza?” . Forse i vantaggi non le sono ancora chiari…

“Mio figlio era dalla nonna che si è distratta, e presumo abbia bevuto il profuma ambienti, quello coi bastoncini. Mi date il numero del centro anti veleni?”. Che in effetti, se è grave, una accende prima Facebook …

Le migliori sono le domande hot. Mandano in tilt il sistema, con mamme che credono addirittura che si tratti dell’attacco di un hacker. 

“Stamattina mio marito si è svegliato con una voglia mai avuta… Mi ha chiesto ciò che non facevamo da tempo, e devo dire che ho ancora il sorriso sulle labbra… Perdonate il tema ma il sesso anale è ancora una delle cose più belle che esistano… Ora però ho dei doloretti, sapreste consigliarmi una pomata da usare?”.

Facebook conta più di mille commenti. Le admin sono costrette a disattivarli. Si è scatenato il delirio, tra ovazioni e complimenti e grida allo scandalo. 

Vi consiglio l’iscrizione, insomma. Un gruppo qualunque di mamme. Sono fantastiche. L’unica controindicazione , vi ho già avvisate, è la dipendenza

Infatti adesso vado a vedere cosa hanno partorito in questa mezza giornata. 

Stamattina una mamma era in crisi perché non sapeva se dipingere il nasino della sua bimba per carnevale fosse dannoso per la sua salute.

Vi aggiorno. 

MI METTO NEI SUOI PANNI, E FORSE SONO I MIEI. 

Sono andata a letto tardissimo come al solito. La sveglia suona presto e pagherei per non scendere dal letto. Ancora un minuto penso. No. 6.30 devo muovermi.

Vado in cucina e stropicciando gli occhi cerco a tentoni la caffettiera. Metto su il caffè. Ottimizzo facendo la pipì. Quei tre minuti sulla tazza servono ad avere un quadro generale. Fisso il muro e cerco di organizzare le idee.

L’induzione è velocissima. Il caffè è già salito. Lo mischio al latte freddo così va giù più in fretta.

Infilo un paio di scarpe a caso e esco coi cani. Sono in ritardo. Giro veloce dell’isolato. Forza ragazzi, svuotatevi che siamo di corsa.

Buongiorno!

Incontrare il vicino a quest’ora aumenta l’autostima. È conciato peggio di me, anche lui che trascina il suo bassotto.

Torno a casa.

Apro il frigo. Ho quattro colazioni diverse da preparare. Sono una macchina al mattino. Metto tutto in tavola e do il timer al latte.

Chiamo i bambini. Nella norma uno su quattro ,almeno ,piange al risveglio.

Due fanno le scale da soli, uno lo prendo in braccio, l’altro lo trascino per mano.

Forza ragazzi che siamo di corsa.

Cacchio. L’ho detto anche ai cani.

Sono stanca.

Sono le 7.10 e incito la truppa al trangugio. Il piccolo si macchia, sarà da cambiare tutto.

Rifacciamo le scale al contrario. Tutti in bagno. A turno si lavano, un po come i gatti, fa lo stesso. Ci penserò stasera.

Uno via l’altro si vestono e cambio il piccolo. Quattro bambini sono impegnativi.

Cartelle in spalla. Ho controllato tutti. Le scarpe le hanno. Giacca? Si, a posto.

Accidenti. Le merende. Torno in cucina, acchiappo un pacchetto a caso per ognuno, un succo. Caccio tutto negli zaini. Ci siamo.

7.50 partiamo in macchina. Cinture allacciate? Coro unanime. Tranne il piccolo che da solo non riesce. Scendo di nuovo. Lego il pulcino, rigiro intorno alla macchina che sembra enormemente lunga e avvio il motore.

Su la serranda del garage e si parte.

Traffico.

Un pullman. Dietro di me già suonano il clacson. È martedì. Mercato. Casino infernale.

Con grande fatica arriviamo alla scuola. Minaccio il piccolo: non ti slacciare che arrivo subito. Scendono tre bimbi, le cartelle, dai veloce, aspetta, dammi la mano, andiamo sulle strisce.

aspetta !!!

Gli metto talmente fretta che dimenticano di guardare se arrivano le macchine. Quando sarà tempo di mandarli da soli?

Sono le 8.05 e sono già stravolta.

Nel cortile due corrono all’ingresso. Il grande vuole ancora un bacio.

Dai che fai tardi!

Gli do un buffetto.

Schizzo verso la macchina ( oddio l’avevo chiusa?), e pulcino mi sorride chiuso dentro. Povero, penso. Mi fa tenerezza in quei momenti.

Si riparte. Andiamo all’asilo.

Suona il telefono. Lo sapevo.

È il veterinario. Dovevo portare il cane stamattina. Dimenticata. Lo richiamo dopo.

Ho bisogno di ferie. Dimentico tutto.

Traffico in aumento. Non arriveremo mai. Guardo nello specchietto. Pulcino si è addormentato. Un classico.

Curva destra. Sinistra. Ci siamo quasi. Risuona il telefono. Santocielo. Dai sono quasi arrivata. Adesso parcheggio e richiamo tutti.

Asilo in fermento. Nel parcheggio trovo spazio per miracolo. Adesso richiamo.

Cosa invento per il veterinario? Occupato.

Seconda telefonata. Potevo anche rimandare, le scocciature al mattino sono snervanti.

Aspetta. Riprovo il veterinario. Ci aggiorniamo al telefono. È gentile. Capisce che sono di corsa e lo immagino sorridere sentendo le mie scuse.

Ok.

Ho fatto tutto. Si riparte. Giro la macchina. Vado al lavoro.

Io al lavoro mi rilasso.

Cerco parcheggio. Dio che caldo. Prima di stasera sono sciolta.

Entro in negozio. Il telefono già squilla. Sorrido. Forza e coraggio. La giornata è lunga, piena , ma posso farcela.

È pomeriggio quando arrivano i carabinieri. È sua l’auto qui fuori?

Pulcino dormiva. L’ho dimenticato. In auto.

Fa caldo. E sono sono così stanca che l’unica cosa che desidero è morire anche io.