LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

FEMMINICIDIO. L’Olocausto delle Donne.

FEMMINICIDIO :

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna o del suo ruolo sociale

Meglio della Treccani ci riesce Roberto Lodigiani :

Il termine rende l’idea. È l’Olocausto patito dalle donne che subiscono violenza.

Il femminicidio vero e proprio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Per capirci, nei primi nove mesi del 2018 si contano 94 donne uccise, ma solo in 32 casi si può parlare propriamente di femminicidio, casi in cui quindi la donna è stata uccisa per colpa del suo genere.

A fine anno le vittime totali sono diventate 106, una ogni tre giorni.

Il termine, ad oggi, comprende un po’ tutto. Il femminicidio non è uno solo. C’è il femminicidio razzista, quello omofobo, quello tra coniugi, quello di massa tramite trasmissione volontaria di HIV, o il femminicidio per pratiche misogine tipo l’infibulazione.

Il punto comune di tutta questa violenza è uno solo: una donna muore e non potrà mai più parlare.

Dati alla mano il fenomeno non si placa. I numeri sono stabili e non resta che osservare i cosiddetti reati spia: i maltrattamenti in casa, lo stalking, le percosse, le violenze sessuali.

Continua a girarmi in testa quell’olocausto.

20 novembre 2018. ANNA FILOMENA BARRETTA, 42 anni, colpo di pistola alla testa. In carcere c’è suo marito, guardia giurata.

9 dicembre 2018. VINCENZA PALUMBO, 25 anni, colpo di pistola. Stessa sorte, subito dopo, per i figli di sei e quattro anni. Nessuno è in carcere. Si è sparato anche lui. L’arma era legalmente detenuta.

12 gennaio 2017. TIZIANA PAVANI muore colpita da una bottiglia mentre dormiva. Si erano conosciuti in chat.

16 settembre 2016. GIULIA BALLESTRI muore per mano del marito, stimato medico, dopo quaranta minuti di botte e calci. Erano una famiglia invidiata da tutti.

23 dicembre 2018. MICHELA FIORI, 40 anni, strangolata da un laccio, probabilmente il guinzaglio del gatto, dal marito da cui tentava di separarsi.

Chi sono queste donne?

Sono donne come me e te.

Lavoratrici.

Madri.

Sono donne che avevano fiducia in quegli uomini, amati anche per lungo tempo. Erano i padri dei loro figli. I compagni con cui fare le vacanze, con cui vedere un film.

Vita normale.

La notizia arriva e nessuno ci può credere.

Era una brava persona.

Non l’avrei mai detto.

Mi sembravano felici.

La verità è che le coppie normali non esistono. Nessuno è immune al conflitto. Anticipare seriamente un comportamento violento è davvero difficile, anche se capirne i segnali è fattibile.

Prevaricazione, violenza verbale, umiliazione in pubblico, volgarità gratuita, menzogne, cattiverie immotivate.

Le donne hanno per natura uno spiccato sesto senso che le può aiutare a sopravvivere. Se riescono ad ascoltarlo potranno passar sopra al senso di vergogna, di inadeguatezza e soprattuto al senso di colpa.

Inciampare in un orco è più facile di quanto si pensi. Riconoscerlo è possibile. Fuggire e proteggersi è doveroso.

Le stime Istat del 2014 dicono però che solo l’11% delle donne italiane che hanno dichiarato di aver subito violenza, ha poi denunciato.

Ecco la paura.

Nel mio girovagare in internet ho scoperto che esiste un’applicazione che si chiama 112 Where are U, che permette di chiamare in muto il numero di emergenza europeo 112 – ove il servizio sia presente – inviando automaticamente i dati di localizzazione.

Laddove muore l’umanità, ci arriva, speriamo, la tecnologia.

Aggressioni, pestaggi, omicidi. Apriamo gli occhi e le orecchie.

Le oltre tremila donne morte in Italia negli ultimi vent’anni hanno certamente incontrato il peggior uomo sulla faccia della terra. Ma avevano anche sicuramente parenti, amici, colleghi, vicini di casa.

Chi non aiuta, quando può, è complice.

Chi tende una mano, può salvare una vita.

Chi fa dell’otto marzo uno stile di vita, getta il seme per una società migliore.

Le botte non sono amore.

Per amore non si muore.

L’Olocausto femminile deve smettere di esistere.

O almeno così dovrebbe essere.

Buon otto marzo.

Soprattutto agli uomini.

Salvateci voi.

LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

SÌ, LO VOGLIO ( e tutto il resto è NO)

Era già successo una volta ma lei sicuramente non lo ricordava.

Era andata a Pamplona con i suoi diciott’anni e con la voglia di divertirsi sotto un sole pieno della stessa gioia che riempiva il suo caldo cuore spagnolo.

La matta corsa dei tori, le urla della gente, i giovani nel delirio più totale, il caldo, la calca, il fiume di umanità intorno, per una delle feste più difficili da gestire.

La polizia era ovunque. Ma non poteva controllare tutto.

Perde il suo amico, che forse a un certo punto ha allungato il passo ed è stato ingurgitato dalla folla. Con pazienza trova un angolo in cui fermarsi ed aspettarlo.

Lui forse non sente il telefono. Forse anche lui è da qualche parte che attende.

Sentirsi soli in mezzo a migliaia di persone, magari l’ha pensato per qualche attimo.

Finché, sono arrivati loro.

Cinque uomini, belli e pieni dello stesso sole nella pelle.

In quel giorno di festa le offrono qualcosa da bere, tutti hanno in mano un bicchiere, e un brindisi in più non può che far bene al cuore.

Forse è proprio il bicchiere di troppo che le dà la fiducia giusta quando loro si offrono di riaccompagnarla alla macchina. L’amico sarà lì ? avrà pensato lei, e accetta con tutta la leggerezza dei suoi diciotto anni.

Non li conosce e non sa che loro sono “la Manada”, il branco. Cinque uomini tra i 27 e i 30 anni che partono alla volta di Pamplona con il preciso intento di violentare “tutto ciò che ci capita a tiro”.

Lo dicono nel loro gruppo whatsapp, che documenterà passo passo tutta la spedizione.

Il branco la conduce per le stradine, la infila in un portone e inizia la sua mostruosa danza.

La violentano a turno e a turno la riprendono con i cellulari.

Lo scopo è creare nuovi video per arricchire la già ben fornita chat, perché quattro di loro avevano già fatto altrettanto con un’altra giovane vittima.

Il branco di lupi ha facce sorridenti e rassicuranti, uno di loro nella vita quotidiana indossa la divisa. Parliamo di ragazzi normali, con vite normali e famiglie normali. Di anormale, c’è questa assurda perversione violenta, che spinge i singoli deboli a trovare forza nell’azione di gruppo.

Alla macchina non è mai arrivata.

Viene trovata da alcuni passanti in un androne, nuda, mezza morta, ma lucida abbastanza da fornire subito le indicazioni che porteranno in poche ore all’arresto delle cinque bestie.

Perché se ne parla?

La Spagna è scesa in piazza. Dopo due anni di tribunali, si decide che non si tratta di violenza ma di abuso, reato minore, e i cinque a piede libero a breve.

Perché ?

Perché in tutta questa documentatissima vicenda non si nota un vero e proprio diniego della ragazza, ma più semplicemente si condanna un gruppo di uomini, che viste le circostanze , hanno calcato un po’ la mano.

È un buon motivo per protestare, in effetti.

E mentre le associazioni dei magistrati valutano la reazione popolare come “sproporzionata, sprezzante e priva di rigore”, Madrid raddrizza il tiro e, pur senza commentare la sentenza (comunque non definitiva), comunica che sulla violenza sessuale arriverà la “tolleranza zero”.

Come?

Perfezionando la definizione proprio di violenza sessuale, che sarà tale ogni volta che non ci sia un esplicito.

Perché, come in questo caso, subire passivamente la forza bruta di cinque energumeni non significa dire “fate pure”.

Perché non riuscire ad urlare di dolore e rimanere pietrificate non significa accettare e non ha nulla a che vedere con il consenso.

Perché ancora la legge deve capire che cinque contro una, in quella situazione, non può voler dire “ sì , lo voglio”.

Perché noi donne, ancora oggi, dobbiamo lottare per far sì che non ci siano scuse.

Perché Dio solo sa cosa significhi violenza sessuale. È l’incubo peggiore, il minuto senza fine, lo squarcio dell’anima, la cicatrice senza tempo, la memoria indelebile.

Perché ancora abbiamo bisogno di una legge che spieghi i gesti, le forme, le parole dette e non dette.

Siamo indietro, molto indietro.

Ho provato a immaginare così questa storia, che altro non è che un quotidiano continuo. Una storia che si ripete ogni giorno, tristemente, ovunque.

Magari grazie a questa ragazza e alla violenza di un branco, scriveremo finalmente che sì vuol dire sì, e no vuol dire no. E che tacere non è sempre acconsentire, ma in certe circostanze significa subire.

Lo chiamano PROGRESSO.

SIGLA! Annoduemiladiciassette

I bambini stanno bene. Come sempre, si parte dalle cose importanti davvero.

Molti sorrisi.

Molta fatica fisica.

Molta testa impegnata.

Un anno pazzesco. Di nuovo.

Ho allenato la pazienza. L’ho usata e ne sono felice.

La mia promessa è rimasta al dito e la ricordo ogni giorno. Ci sto riuscendo.

Tantissima luce. Pochissimo buio. Rivoluzione. E non è tutto merito mio.

Ho espresso un desiderio. Non è stato il suo anno, ma tutto non si può avere. Anche questo è il bello.

Cambiamenti. Tantissimi.

Attendo i prossimi, basta che non inizino con la parola “trasloco” però. Quello basta.

Soddisfazioni (enormi ), gioia, stupore e meraviglia.

Porto spesso con me l’idea di non meritarlo. Invece, a volte, succede.

Ho detto molti grazie. Sono stata aiutata, supportata e amata. Quei grazie non basteranno mai.

Sono piena di gratitudine per questo anno e per le persone che ne hanno fatto parte.

Buona quanto basta ma mai a caso. Ancora fatico a dimenticare. Non sarei io, se non per somma di eventi.

Pretendo spesso la lettura della mia mente. La comprensione degli intenti. L’ubiquità. Il far tutto e bene. Pretendo il massimo. Ecco : potrei smetterla tanto non ci riesco. Per ora…

Amici solidi. Hanno ascoltato preoccupazioni, drammi passeggeri, lacrime private, ansie immotivate. Quelle cose da femmine che mi tengono a terra e mi fanno toccare con mano tutta la mia fragilità. Grazie.

Sono successe moltissime cose, alcune molto potenti. Hanno un vettore speciale, e occhi “grandissimi e belli”.

Un anno privilegiato. Nulla è stato gratis, ma tutto ha trovato il suo posto. Me compresa.

Il 2018 sarà l’anno dei miei 40.

Li ho da un po’ ma quest’anno li compio davvero. Ci vuole una festa, santocielo !

Saluto l’anno più impegnativo in assoluto. Ho dato tutto ciò che potevo. E vorrei continuare a farlo.

Avanti tutta !

SIGLA!

.: 39 :. Auguri a me! 

Il giorno del compleanno occupa da sempre una pagina dei miei diari. Virtuali o cartacei. Buona occasione per tirar le somme. 

39

L’impiccato. 

Spero che qualche napoletano mi rassicuri sul significato della smorfia. 

Insomma. Ultimo giro dei trenta. Per quanto io dica oramai da tempo di averne 40, chissà perché. 

39 sono gli anni del cambiamento

Un anno pieno, pienissimo. Quello che ricorderò sicuramente per il trasloco

La mia famiglia arcobaleno si è sciolta. Ho venduto la casa e prendo il volo. Tristezza e felicità mischiate insieme: apoteosi del mio personalissimo bipolarismo. Cambio umore a suon di minuti. 

Lasciare il porto per me ha un significato molto profondo. Che infatti scompensa un po’ chi mi sta intorno, perché davvero, per una volta, davvero, chiudo un capitolo

Per i miei 39 anni mi regalo un giro di spalle. È l’ora. 

Rimonterò la cucina e prometto di usarla. Di più. 

Avrò un prato per me, i bambini e i cani. Sarà un bell’ossigeno. 

Pochissime cose nuove. Ho già tutto ciò che mi serve. Mi impongo l’essenziale

Sarà un posto a modo mio. Un nido che voglio aprire senza più timore di doverlo difendere. 

Riattiverò il televisore. Aspettando l’inverno per un film sul divano. Ne ho bisogno. 

Ho la certezza del punto di partenza per ciò che mi sono ripromessa di fare da qui in avanti. 

Ho rotto quasi tutte le mie armature e mi carico di ciò che davvero ho voglia di fare : vivere. Bene. 

Nell’ultimo anno e mezzo ho calato quasi tutte le maschere. Ed è stato così liberatorio che finalmente assaporo molte più sfumature

Ho raggiunto traguardi importanti. Come madre. Come donna. Come professionista. 

Ne sono felice, anche orgogliosa, ma la mia natura mi impone di continuare. E ho in cantiere circa un centinaio di nuovi deliri. Prometto a me stessa di assecondarne almeno una decina. 

Mi arrabbio ancora troppo. Non così spesso ma quando mi arrabbio è furia

Sto cercando di domarmi. Di riflettere. Di cambiare prospettiva. 

Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui temo di continuare a friggere. Ci penserò per i 40. 

Ho ricevuto un enorme regalo. 

È così prezioso che non posso descriverlo. Continuerò a prendermene cura con tutto l’amore che ho. Lo merita

Ho un’idea importante a cui al più presto voglio dedicare tempo. 

Ho un pensiero che mi fa sorridere anche mentre cammino per strada. 

Ho un desiderio grande che spero si realizzi. 

È stato un bell’anno. 

( faticoso) 

Con poche ore di sonno ( ma quello oramai è tradizione, come dice un amico).

Meno virtuale e più reale. Un anno concreto e a modo suo determinato. 

Alcune certezze che rimangono : il caffè , la lotta coi miei capelli, la passione nello stomaco, ridere con le lacrime, piangere asciutto, la musica altissima in auto, la Sardegna nel sangue, la Toscana nel cuore, la macchina delirio, la sala chirurgica al lavoro, la fretta, il non mi basta il tempo, il non chiedere, l’apprezzare l’aiuto, l’ascoltare tutti e poi fare di testa mia. 

A diciotto anni ho impresso sulla pelle 

 ” rinata”. 

Credo che oggi potrei scriverlo di nuovo. 

Auguri a me! 

LE PAROLE NON BASTANO? 

Poco avvezza all’uso del televisore, ogni tanto lo accendo e scopro l’incredibile.

Nemmeno mi soffermo sulla pubblicità dei tampax messi in mano agli uomini ( ci manca solo la didascalia “poveri stronzi” poi è completa) ridotti a mimare l’inserimento del tampone. Evidentemente la mente creatrice dello spot è una donna parecchio incazzata.

Mi fa riflettere invece una nota marca di gioielli che propone gli anelli TI AMO.

Tre modelli: TI AMO ( e basta) , TAOGD+ ( studiato per i ggggiovani , sta per TI AMO OGNI GIORNO DI PIÙ ) e poi il modello multietnico con il TI AMO scritto in quattro lingue diverse.

Pazzesco

Insomma,se ami qualcuno , gli rifili un anello e via. Perché sprecare parole, farsi travolgere dalla passione e esplodere nella più tradizionale delle esternazioni amorose, quando puoi entrare in gioielleria e con poco meno di cento euro donare il sorriso alla persona amata? Mah.

In effetti il gesto risulta più normale rispetto a quello virtuale. Sui Social, se non aggiorni la tua “situazione sentimentale ” sei uno sfigato. Se non sei “fidanzato ufficialmente con..” hai sicuramente problemi. Al punto che negli sms di attracco, l’aggancio ufficiale oramai è ” Ho visto su Facebook che non stai con nessuno”. Sì, in effetti non sto con nessuno che mi trituri i maroni con questi messaggi. Ciao.

Se invece porti l’anello TI AMO, nel mondo reale cambia tutto. È più di un marchio a fuoco. Sorpasso in quinta della fede nunziale.

Non sarà che non abbiamo coraggio?

Dire a qualcuno ti amo o ti voglio bene è impegnativo. Ci va convinzione. È impegnativo soprattutto per chi non se l’è mai sentito dire.

La nostra generazione rivolge spesso ai propri figli frasi cariche d’amore e dispensa abbracci con molta naturalezza. Ma è allo stesso tempo figlia di genitori decisamente più asettici.

I nostri padri ci hanno tirati su a sguardi monolitici e pedate nel sedere ( i più insomma) e se arrivava un “bravo” era semplicemente per merito. Quante delle nostre mamme ci hanno guardato profondamente negli occhi dicendoci TI AMO?

Io credo poche.

Per questo si fa fatica a esprimere l’amore.
Difficile replicare un comportamento non acquisito. È un po’ come per il calcio. Se il babbo tifa, anche il figlio qualcosa ne mastica alla fine. Ma se il babbo il calcio non lo segue, si cresce senza capire perché la gente si danna per una partita.

Dire TI AMO è liberatorio.

È uno degli archetipi più banali, e allo stesso tempo con più barriere mentali in assoluto. Come se due semplici parole obbligassero al suggello eterno, mentre sono la più limpida rappresentazione dello stato d’animo NEL momento, solo con un coinvolgimento tale da far fibrillare il cuore.

Cosa si può chiedere di meglio?

Mettersi a nudo, fisicamente e mentalmente, è terribilmente difficile. Lo dico io che lavoro ogni giorno con l’imbarazzo delle donne a spogliarsi. Gli uomini ancora oggi si stupiscono del fatto che moltissime donne ( si parla del 75%) accettino di buon grado la penombra in camera da letto, ma preferiscano decisamente il buio. Lasciarsi andare, abbandonarsi e ancor più amare , è un esercizio mentale da agonisti al giorno d’oggi. Per questo a mio parere le parole TI AMO hanno davvero grande potenza quando vengono PRONUNCIATE.

Le parole BASTANO.

Regaliamoci parole, e respiri a occhi chiusi.
Anelli no,dai. Banale. Tanto banale.