LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

Annunci

LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

CONTENITORI E AMORE

Un sabato ogni quindici giorni mangio una cena al volo dai miei genitori. Succede perché devo recuperare i miei ragazzi ma anche perché solitamente il sabato è una giornata campale in cui spesso non vedo nè colazione nè pranzo e questa cena è balsamo per lo stomaco. 

In quel sabato sera faccio due chiacchiere da tranquilla con loro, mi gusto un pasto preparato, seduta al tavolo e con calma. 

Impagabile. 

Oggi la cena è saltata.

Colpa mia. 

Ho finito tardissimo e volevo solamente tornare a casa. 

Avrei sicuramente saltato la cena. Quando è così non cucino nemmeno a pagamento, sazia della mia stessa stanchezza. 

E invece … babbo mi ha preparato il contenitore

Ecco, io sul contenitore mi sciolgo

L’idea che abbia cucinato, che si sia dispiaciuto della mia assenza e che abbia messo il mio cibo in quella scatoletta a me commuove. 

Questa cena del sabato mette i miei genitori duramente in crisi ogni volta. Mia madre specialmente sono anni che non capisce cosa diavolo mangi io. 

Il giorno che le ho spiegato della mia scelta vegetariana mi ha guardata come se le avessi comunicato l’imminente esplosione del globo terrestre. 

“Ma perché ?”. Mi ha chiesto.

Io e mia sorella siamo il prodotto di una donna sarda che ha sposato un toscano. Motivo per cui da piccole siamo state svezzate direttamente con maiale allo spiedo e bistecche di brontosauro al sangue. 

Ho spiegato a mia madre che avermi a tavola non deve essere un problema, e che io mi adatto comunque a mangiare ciò che posso. Nessun menù a parte. 

Ma no

Non se ne fa una ragione. 

“Ho fatto la salsina verde”.

“Ha le acciughe mamma?”.

“ Sì, ma poche”.

Mmmm…

“Ho fatto la torta salata. Mangia tranquilla che di prosciutto ne ho messo pochissimo..”

“Mamma …”

“ Ma è solo prosciutto !”

O come stasera:

“Il tonno lo mangi?”

È pesce, mamma, anche se in una scatoletta è pesce …

Non c’è verso.

E a me fa un sacco ridere. 

“ Dai Stefania, per una volta, non succede niente..”

Si dibatte in modo amorevole e le tenta tutte. 

Mio padre invece pare aver metabolizzato e si cimenta in preparazioni di vario tipo. 

Stasera ha fatto le polpette di fagioli. Per me. E vedendole avanzare causa assenza della sottoscritta ha preparato il contenitore

Sei polpette. Disposte alla perfezione. Con calma e cura. Tutte della stessa dimensione. Panatura impeccabile. 

L’ho aperto a casa e ho fissato l’opera. 

Son polpette, direbbe chiunque. 

No

Quello è proprio mio papà. Quella è la sua attenzione

E mi ha ricordato le gite da ragazzina con lui che si svegliava presto e mi preparava il pranzo da portarmi dietro.

Quei pomodori tagliati a cubetti, o il panino scientifico in cui nulla sbordava. 

Il sacchetto in cui riponeva il suo amore. La forchetta chiusa nel tovagliolo e un frutto. Pensava a tutto. 

Non ci badavo, allora. 

Oggi invece ripensandoci, ho fermato gli occhi su quella sua piccola opera d’arte e ho sorriso. 

I papà sono patrimonio dell’umanità. 

E i contenitori pure. 

Anche a quarant’anni. 

❤️

In foto : babbo annuncia contenitore, figlia felice

QUANDO GOOGLE NON TI SALVAVA LA VITA. Ovvero, ricordi d’infanzia in ordine sparso.

Dunque, sono andata a trovare i bambini al mare.

Come da tradizione sono là con la ( Santa ) nonna e come da tradizione do loro più fastidio che piacere…

Da qualche anno oramai hanno un nutrito e affezionato gruppo di amici con cui si ritrovano ogni estate, il che è gran cosa, sia chiaro, ma alla fine la mia presenza è più di ingombro che altro.

Dal canto mio, per me, è pure un mezzo supplizio, dal momento che non esiste credo momento dell’anno in cui ci sia un accumulo tale di umanità e urla e sudori e olio bilboa tutto nella stessa striscia di terra.

Insomma il mio lunedì di visita è stato più che altro un osservarli a distanza mentre si davano un gran da fare tra partite a carte, tornei di ogni tipo e gare di calciobalilla.

L’unico momento in cui si sono accorti della mia presenza è stato in un accoratissimo istante di bisogno : puntura di medusa !

Mentre mio figlio mi indicava il minuscolo ( maschio è …) puntino che testimoniava il contatto col mostro marino, i casi di bambini colpiti dalla medusa killer sono diventati otto.

Panico in spiaggia.

Picco di accessi su Google.

Inutile il mio sdrammatizzare. In un lampo, circa 16 persone tra nonni, zii e genitori di vario genere si sono laureati con lode in medicina e hanno iniziato a spiegare a chiunque di reazioni cutanee, crisi respiratorie, danni permanenti, amputazioni e morti di bambini punti da meduse.

Santocielo.

Mentre il vicino di ombrellone inizia dunque ad applicare in alternanza pietre calde e fredde sulla gamba di mio figlio, io perdo quasi l’uso della parola.

“Funzionerà mamma?”.

Che dire …

Cerco di ricordare se mi sia successo da piccola. Non lo so.

Certo è che sicuramente ai miei tempi qualcuno avrebbe sfoderato il lasonil.

Era un unguento magico.

Cadevi : lasonil.

Graffio : lasonil.

Dolore : lasonil.

Per tutto il resto c’era il dottore.

Ci visitava direttamente a scuola. Visita annuale e prescrizioni uguali per tutti : apparecchio per i denti, pastiglia di fluoro per le carie ( la dava direttamente la maestra in classe), nuoto per la schiena e scarpe ortopediche. In seconda elementare avevamo tutti le scarpe di zio Fester. Una generazione di piedi piatti.

Il dente muoveva? Mamma lo attaccava con un filo alla porta e poi diceva “ dai un bel colpo di tosse” e sbam! porta chiusa e dente tolto.

Il fluoro ce lo davano per proteggerci dalla merenda. Altro che frutta. Ricordo fette di pane alte tre dita con su miele, burro, zucchero… e poi … l’uovo sbattuto! Mia nonna lo montava meglio del mulinex.

Bambini deboli? Olio di fegato di merluzzo.

Pallidi? Bistecca di fegato ( ma non di merluzzo) e carne di cavallo.

Sovrappeso? La cura era in cortile. Salto della corda, hula hoop, gioco dell’elastico e tanta bici. In bici ovunque, con la graziella senza i cambi e il sellino in marmo di Carrara.

Graffi? Saliva.

Sbucciature? Acqua ossigenata a novanta volumi ( altro che il disinfettantechenonbrucia).

Scottature? Bianco d’uovo. Tirava che è una meraviglia.

Brufoli in adolescenza? Sapone allo zolfo. Seccava sia le pustole che l’anima.

Punture di zanzara? Le incidevamo con le unghie facendo una croce nella pelle. Prude ancora? Ammoniaca finché il tuo odore e quello della lettiera del gatto si confondevano.

E al mare le meduse alla fine c’erano? Mi viene solo in mente che ci sono stati anni in cui uscivamo dall’acqua pieni di catrame. Non c’erano perché morivano, mi sa.

“ Mamma dici che è grave?”.

Mio figlio mi riporta sulla terra.

Tesoro, se son viva io, sopravviverai pure tu.

E poi, oggi, c’è Google. Che vuoi di più ?

In foto : io che mi ustiono al mare o forse io che scappo dalle meduse. Chissà.

LETTERA DI UNA FIGLIA A SUO PADRE.

Avevi la barba lunga, i pantaloni a zampa e gli zoccoli ai piedi. Se ci penso ora sorrido, ma allora eri un gran figo.

La mamma si faceva i codini e usava le zeppe; nella valigia che ti ha portato qui, chissà quale vita.

Chissà cos’è stato il tuo tempo in Toscana e ciò che hai lasciato per diventare “noi”. Ricordi chiusi in un cassetto che custodisci gelosamente. Fai bene.

Di sicuro in quel cassetto non c’è il ballo. Sei nato con due piedi sinistri dici tu.

E nemmeno il canto direi.

Chi cantava era mamma.

Ciò che porti da sempre con te è la voglia di raccontare. Quante storie, quanti aneddoti, quanto sapere.

“Ero sempre malato da piccolo, così ho letto tutte le enciclopedie che avevamo in casa”. Ti sono rimaste tutte incastonate in testa.

Quante cose che sai papà!

Sarò sempre affascinata dalla tua infinita conoscenza.

Hai lavorato tanto. Non perché fosse necessario. Lavoravi perché ti piaceva un sacco, forse più che stare a casa.

Non sei mai stato quel genere di padri che si siedono a giocare coi figli.

Quella era mamma.

Ma alcuni “riti” li ricordo bene.

Come andare a letto “a cavallo”, e il cavallo eri tu. E fingevi di morir di fatica ogni volta, e più morivi e più noi ridevamo.

O la serata schifezze. Mamma era nel trip dei corsi serali di cucito ( questa cosa prima o poi la devo raccontare per bene) e noi avevamo la nostra serata trasgressiva. Eri un perfetto direttore d’orchestra, e approfittando che la mamma era via si mangiavano cibi proibiti sul divano con la tv accesa.

Papà, questa cosa la faccio ancora adesso, sai?

Se son da sola mangio sul divano: mi fa un po’ film americano e un po’ infanzia nostra.

Non sono stata facile.

Tagliata a metà tra la figlia bella diritta su cui riporre parecchie aspettative e la ribelle cocciuta che vuole fare il suo.

Quante volte per protesta ho dormito sul pavimento. Che poi l’unica scomoda ero io.

Quante volte ti ho tolto la parola, anche per lungo tempo.

Quante volte ti ho messo in mezzo ai miei scontri titanici con la mamma. E a entrambe dicevi “ dai, lo sai che è fatta così “.

Papà l’eterno mediatore, ancora oggi che siamo tutte grandi.

Papà unico uomo in una famiglia di donne. Unico ramo maschile di un albero matriarcale dalle radici profondissime.

Penso a tutto ciò che è successo nella nostra vita e a quante volte hai fatto retromarcia di fronte alle decisioni del Clan. Roba da far tremare Isabel Allende.

Ogni tanto arrivava un alleato maschio. Prima erano i gatti, che casualmente “trovavi “( nessuno lo dica a mamma) e che poi per vecchiaia ci lasciavano.

Poi i nostri fidanzati.

Siamo state fortunate, hai voluto bene a tutti e, diciamolo, tutti hanno voluto bene a te, forse anche per naturale solidarietà maschile.

In una famiglia di donne leader, l’unico modo per tenerle buone è riempir loro la pancia.

Non ricordo giorno in cui tu non abbia cucinato. A casa nostra non sono mai mancati i libri di cucina, le dispense, i raccoglitori e i quadernoni su cui appuntare ricette o attaccare i ritagli delle migliori trovate sui giornali.

La cucina è un altro posto in cui non conosci segreti, e persino i nostri figli ti sfidano nelle preparazioni più difficili. E tu li sai sempre stupire.

Per te son sempre stata “Chicca”. Sei l’unico al mondo a chiamarmi così. Ancora oggi succede quando ti telefono : “Ciao Chicca”.

Con quello strascico toscano che qui tutti capiscono che arrivi da fuori, e poi quando vai dai tuoi ridono del nuovo accento piemontese. Un ibrido.

Eh, i toscani son simpatici…

Bugia! Hanno un carattere terribile, da un attimo all’altro passi dall’essere miglior amico a uomo morto. Focosi. Testoni. Guerrieri nella dialettica. Ma col cuore grande. E un po’ mi ci vedo.

Eri tanto selvatico ma poi il cuore te l’ha ingrandito la mamma, che ti ha dato due figlie, più una. Tre donne oramai adulte che oggi ti affidano figli e commissioni, perché insomma sei in pensione e di lasciarti in pace non se ne parla proprio. Trovi spazio per tutti : grazie.

Ti ho visto invincibile per molto tempo. Finché è arrivato l’ospedale e ti hanno mangiato via un polmone. Anche lì hai fatto il tuo, con forza e buon umore. Dimostrando che si può avere moltissima paura ma anche grandissimo coraggio. Oggi ne ridiamo tutti, per fortuna.

Per la festa del papà ti ho fatto tantissimi regali. Anche alla mamma ne ho fatti, ma i tuoi erano indubbiamente più brutti! Eppure li hai esposti tutti come trofei sulla scrivania al lavoro. E le cravatte… che cravatte orrende ti ho comprato papà! “Questa è talmente strana che non la mette” e invece il giorno dopo l’annodavi alla camicia e partivi. Chissà che pensavano di questo capoufficio con le cravatte con gli orsi…

Nessun regalo quest’anno, come da tempo ormai. Ma un pensiero sorridente su chi sei e chi sei stato; un piccolo, piccolissimo spaccato.

Su come i rapporti cambiano e su come ci si vede a distanza di anni.

Su come si cambia noi e su come si impara a perdonarsi a vicenda.

Perdonarsi.

Tra genitori e figli è spesso lotta. Ma poi, per tanti motivi le armi si posano e ci si guarda negli occhi.

E noi gli occhi li abbiamo grandissimi, vero papà ? Ci sarà un motivo se li abbiamo grandi così.

Forse, è solo per commuoverci meglio.

Chissà.

19 Marzo 2018

Auguri papà.

BUON NATALE, santocielo.

• Cosa vuoi per Natale ?

• Nulla…

• E allora? Cos’è quella faccia?

Uffa.

A me il Natale piace santocielo. Ma arriva un diavolo di momento in cui mi cala tutta la tristezza del mondo.

Ho creduto a Babbo Natale per un bel po’. A casa nostra passava la sera del 24. Forse perché abbiamo il sangue parecchio a sud, forse perché i miei al mattino volevano dormire, forse perché il 25 era fatto per mangiare e non si poteva perdere la concentrazione.

So che un pomeriggio ero a casa da sola ( sì, ai tempi miei si usava lasciare i bambini a casa e non interveniva il telefono azzurro). Spesso mi infilavo in camera di mia madre per indossare di nascosto qualcosa. Collane, maglie o scarpe coi tacchi. Era il mio camerino prove privato e segreto.

Insomma quel pomeriggio ho aperto l’armadio e ho trovato i pacchi di Natale.

Nemmeno tanto nascosti. Erano lì. Ammassati uno sull’altro. Stipati nell’armadioquattrostagioni.

Quanti anni avevo? Boh.

Primo pensiero : Babbo Natale è già passato. Come è possibile?

Secondo pensiero : Babbo Natale è mia madre o mio padre. Come è possibile?

Terzo pensiero : losapevolosapevolosapevodannazione. Lo sapevo!

Quarto pensiero : cosa diavolo c’è dentro quei pacchi???

L’anno della “morte” di Babbo Natale è stato il migliore in assoluto. Ho passato ogni minuto della mia semi libertà casalinga appiccicata a quei pacchi. Come i miei uscivano di casa mi catapultavo nell’armadio. Schiacciavo la carta centimetro per centimetro per tentare di leggere le scritte sulle scatole e capire cosa contenevano.

Che spasso!

Un impegno pazzesco, e la lotta a non aprire i regali scollando le etichette, una curiosità divorante e i giorni che non passavano mai.

A Natale mangiavamo fino a scoppiare con un menù che doveva essere rigorosamente uguale ogni anno. Ognuno aveva i suoi piatti preferiti e dovevano esserci per forza tutti.

Ci si alzava dal tavolo alle quattro del pomeriggio e si finiva la giornata sul divano a guardare le videocassette. Mia madre voleva i thriller, mia zia i film “ de tribunale” come diceva lei, io le storie da piangere, mia sorella e mia cugina i cartoni. Quindi si guardava tutto, con solo pause per andare in bagno, fino a notte.

E a Santo Stefano avanti con gli avanzi e nuovi film.

A Natale prendere cinque chili era un attimo. Essere moribondi per una settimana, pure.

Per la vigilia indossavamo qualcosa di bello. Anche perché poi dovevamo fare le foto di rito con albero e pacchi.

Per il super pranzo invece tutti in tuta, che se eri vestito comodo ti pareva di poter mangiare di più. Dieci ( mila) antipasti, due ( cento) primi, due secondi e dolci in quantità. E vino e sigarette, perché i grandi fumavano in casa e non era un problema.

La partita a canasta, quella sempre, anche a capodanno. Le carte erano l’unica cosa che riusciva a soppiantare il cibo dalla tavola.

C’erano i nonni, i miei zii e tutta la mia famiglia riunita.

Era bello.

Il Natale di oggi ha più bambini di allora ma meno adulti. Ovviamente.

E io non sono una che piagnucola ma ogni anno a questa cosa ci penso.

E non ho nemmeno più tutta questa voglia di mangiare e mangiare e mangiare.

Che anzi andrei a bere un caffè con tutti i miei, tanti auguri e fine della storia.

Ma c’è ancora un po’ di mezzo Babbo Natale e non posso far tanto la furba.

Mio figlio ( il più piccolo) ha avuto un mezzo tentennamento :

“ Sai cosa mi hanno detto? Che i regali li porta mamma e non Babbo Natale“.

Panico.

“ E tu come la vedi sta faccenda?”.

“ Mamma, io gli ho detto che tu fai tante cose, ma che porti i regali A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO è una cosa impossibile !”.

In effetti, per lui “mamma” sono io. Mica ne esistono altre. E sono una che se la sbriga parecchio, ma la consegna in una notte era improbabile anche per me…

Fantastico.

Ho riso da matti.

Che bel regalo ridere.

Mi piacerebbe regalare risate a Natale.

Mi accontenterò di qualche sorriso. Ho fatto pochissimi acquisti, ma quei pochi dovrebbero essere quelli giusti.

Che poi è il bello di tutta questa storia. Trovare l’occasione per materializzare un sentimento.

Stasera inizia lo show. A me tocca il giro di rito al presepe vivente. Che i miei figli ancora non lo capiscono, ma è un atto d’amore enorme. Perché io darei fuoco a tutto.

E domani? Domani si mangia. Quello non cambia. Mio padre ha iniziato a cucinare ad agosto penso. E ci saranno sempre le solite cose, perché il menù di Natale, oggi come allora, è roba sacra.

Buon Natale.

20 ANNI FA : compleanno di una visione

Vent’anni fa sostenevo l’esame di maturità.

Come nel resto della mia carriera scolastica ho discusso con la presidente di commissione e sono uscita dall’aula sbattendo la porta.

Nemmeno mi importava dei voti sul tabellone. Il giorno successivo ero dal libraio a vendere tutto ciò che avevo. Al diavolo.

Fu la prima estate in cui non lavorai e mi concessi una vacanza. Un mese di mare insieme a Silvia, in terra madre. Saltammo sulla nave col passaggio ponte, direzione Sant’Antioco, l’isola nell’isola. Il sud più sud della Sardegna.

Fu una vacanza bellissima, tra disagi di acqua che mancava in casa, concerti al porto, mangiate colossali e sabbia nera ustionante.

La sera vagavamo alla ricerca di fresco e pensavo a cosa combinare nella mia vita.

Avevo visitato un paio di facoltà universitarie senza raccogliere grande entusiasmo. Sapevo tradurre il latino e il greco, adoravo scrivere, mi nutrivo di libri e spillavo birra nei locali ogni fine settimana.

Abilità poco produttive nel voler pianificare un’indipendenza.

Al ritorno a casa, silenzio notte e acqua scura. Il buio mi porta da sempre le migliori scintille.

Cosa farai ora?

Silvia me lo chiese sinceramente.

Farò l’estetista.

Lo dissi così. Nel mezzo del mare. Con i capelli a frustarmi la faccia sul ponte umido di una nave.

Vent’anni fa tornai a casa e cercai la scuola più vicina. Che poi era una sola, a mezz’ora di treno.

Incontrai Francesca, la direttrice, stupita di questo diploma classico tra le mani. Avevo i soldi da parte per pagarmi la retta, e la giusta incoscienza per inventarmi un futuro.

Sembra che tu lo faccia da sempre, diceva Francesca mentre armeggiavo in aula seguendo un ritmo nella testa che comandava i movimenti nelle mie mani durante i primi massaggi.

Un mese dopo, il primo posto di lavoro.

Comincerai dalle basi, disse la titolare.

E lavai cessi, spolverai prodotti e mobili, appesi cappotti di clienti che mi parevano delle matusalemme, per mesi e mesi e mesi. Alla faccia della base.

La mia svolta fu il licenziarsi di una collega. Mors tua vita mea – ecco a cosa serve il latino!- e iniziai così. Appuntamenti da smaltire e la sguattera che diventa presto preziosa.

Olè!

Non mi ha più fermata nessuno.

Da allora ho fatto parecchia strada. E me la sono sudata tutta.

Sono passati vent’anni e ancora Francesca si ricorda di me. E io penso a lei come la prima persona che abbia creduto nella scelta pazzoide di una diciannovenne che segue un istinto.

Dopo vent’anni ancora ragiono così. Penso la notte e realizzo di giorno. Seguo strade poco battute per sfidare con garbo chi pensa che non sia possibile.

Mi circondo di chi anima i miei giorni con altrettanta follia. E seguo l’insegnamento di uno dei miei maestri : se ti spaventa, è la scelta giusta.

Vent’anni fa in questo giorno, sceglievo una strada sconosciuta.

Vent’anni dopo ne cerco sempre di nuove. La sfida è la mia droga. Lo stimolo è l’inventiva. La soddisfazione è la realizzazione. L’insuccesso è la molla per migliorare. Perché se viaggi a certi ritmi qualche abbaglio lo prendi, è inevitabile, ma raddrizzi il tiro e vai avanti.

Ancora adesso, dopo vent’anni, ho chi mi chiede ” come pensi di fare?” .

Con la passione. Il fuoco sacro che alimento con ogni energia. Ciò che mi tiene viva e che mi fa pensare a me stessa come a una privilegiata che fa della propria professione il motivo per sorridere.

Sono passati vent’anni e me ne auguro altri venti altrettanto fighi.

Bel traguardo. Sono felice e motivata. Come il giorno in cui ho deciso chi sarei diventata. Un’estetista visionaria e fuor di schema, che sfrutta la notte per partorire le idee di giorno.

Per fortuna ho ottimi supporti e due figli che reggono il ritmo. E la coscienza lucida che se mi rinchiuderanno per delirio, avranno pur anche ragione.

Tra i pazzi, mi troverò benissimo.

.: 20 :.