20 ANNI FA : compleanno di una visione

Vent’anni fa sostenevo l’esame di maturità.

Come nel resto della mia carriera scolastica ho discusso con la presidente di commissione e sono uscita dall’aula sbattendo la porta.

Nemmeno mi importava dei voti sul tabellone. Il giorno successivo ero dal libraio a vendere tutto ciò che avevo. Al diavolo.

Fu la prima estate in cui non lavorai e mi concessi una vacanza. Un mese di mare insieme a Silvia, in terra madre. Saltammo sulla nave col passaggio ponte, direzione Sant’Antioco, l’isola nell’isola. Il sud più sud della Sardegna.

Fu una vacanza bellissima, tra disagi di acqua che mancava in casa, concerti al porto, mangiate colossali e sabbia nera ustionante.

La sera vagavamo alla ricerca di fresco e pensavo a cosa combinare nella mia vita.

Avevo visitato un paio di facoltà universitarie senza raccogliere grande entusiasmo. Sapevo tradurre il latino e il greco, adoravo scrivere, mi nutrivo di libri e spillavo birra nei locali ogni fine settimana.

Abilità poco produttive nel voler pianificare un’indipendenza.

Al ritorno a casa, silenzio notte e acqua scura. Il buio mi porta da sempre le migliori scintille.

Cosa farai ora?

Silvia me lo chiese sinceramente.

Farò l’estetista.

Lo dissi così. Nel mezzo del mare. Con i capelli a frustarmi la faccia sul ponte umido di una nave.

Vent’anni fa tornai a casa e cercai la scuola più vicina. Che poi era una sola, a mezz’ora di treno.

Incontrai Francesca, la direttrice, stupita di questo diploma classico tra le mani. Avevo i soldi da parte per pagarmi la retta, e la giusta incoscienza per inventarmi un futuro.

Sembra che tu lo faccia da sempre, diceva Francesca mentre armeggiavo in aula seguendo un ritmo nella testa che comandava i movimenti nelle mie mani durante i primi massaggi.

Un mese dopo, il primo posto di lavoro.

Comincerai dalle basi, disse la titolare.

E lavai cessi, spolverai prodotti e mobili, appesi cappotti di clienti che mi parevano delle matusalemme, per mesi e mesi e mesi. Alla faccia della base.

La mia svolta fu il licenziarsi di una collega. Mors tua vita mea – ecco a cosa serve il latino!- e iniziai così. Appuntamenti da smaltire e la sguattera che diventa presto preziosa.

Olè!

Non mi ha più fermata nessuno.

Da allora ho fatto parecchia strada. E me la sono sudata tutta.

Sono passati vent’anni e ancora Francesca si ricorda di me. E io penso a lei come la prima persona che abbia creduto nella scelta pazzoide di una diciannovenne che segue un istinto.

Dopo vent’anni ancora ragiono così. Penso la notte e realizzo di giorno. Seguo strade poco battute per sfidare con garbo chi pensa che non sia possibile.

Mi circondo di chi anima i miei giorni con altrettanta follia. E seguo l’insegnamento di uno dei miei maestri : se ti spaventa, è la scelta giusta.

Vent’anni fa in questo giorno, sceglievo una strada sconosciuta.

Vent’anni dopo ne cerco sempre di nuove. La sfida è la mia droga. Lo stimolo è l’inventiva. La soddisfazione è la realizzazione. L’insuccesso è la molla per migliorare. Perché se viaggi a certi ritmi qualche abbaglio lo prendi, è inevitabile, ma raddrizzi il tiro e vai avanti.

Ancora adesso, dopo vent’anni, ho chi mi chiede ” come pensi di fare?” .

Con la passione. Il fuoco sacro che alimento con ogni energia. Ciò che mi tiene viva e che mi fa pensare a me stessa come a una privilegiata che fa della propria professione il motivo per sorridere.

Sono passati vent’anni e me ne auguro altri venti altrettanto fighi.

Bel traguardo. Sono felice e motivata. Come il giorno in cui ho deciso chi sarei diventata. Un’estetista visionaria e fuor di schema, che sfrutta la notte per partorire le idee di giorno.

Per fortuna ho ottimi supporti e due figli che reggono il ritmo. E la coscienza lucida che se mi rinchiuderanno per delirio, avranno pur anche ragione.

Tra i pazzi, mi troverò benissimo.

.: 20 :.

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GARANTISCE MAMMA. Storia di sopravvivenza.

Saremo felici lo stesso?

Abbiamo traslocato e le paure dei bambini nel lasciare la città sono state anche un po' le mie.

Ragazzi, sopravviverete , garantisce mamma.
Che se son sopravvissuta a tutto questo delirio potete farcela anche voi.

Una sera, seduti tra scatole e mobili smontati, in una specie di riunione di clan, ho tentato di spiegar loro la teoria del cambiamento. Mi hanno ascoltata con convinzione, anche se poi il loro problema era capire quanto prima si dovessero svegliare al mattino per andare a scuola.

Così la nostra riunione ha preso una piega nuova, in cui ho illustrato il mio sopravvivere alla crescita, per fargli capire che, tra agi decisamente maggiori, ci sarebbero riusciti pure loro.

Sono sopravvissuta ai ciripà chiusi con la spilla da balia e al lavaggio senza salviette. Al dormire nelle sdraio di legno all'asilo, anziché nelle morbide brandine di oggi. Alle ciabatte di feltro e all'abbigliamento in pura lana urticante. Al grembiule bianco fino alle ginocchia con il fiocco strozza bambini blu al collo.

Sono sopravvissuta alle scarpe ortopediche che rifilavano ad ogni bambino che avesse due piedi. Ai vestiti di carnevale cuciti da mia madre sempre fuori tema. All'apparecchio mobile per i denti che mi riduceva al mutismo. Agli zaini Invicta, alla giacca di montone e ai calzini col risvolto. Ai lacci per le scarpe fosforescenti fatti a truciolo.

Sono sopravvissuta senza cellulare fino a vent'anni comunicando con lettere, buste e francobolli. A scuola con i bigliettini. A casa con agenda telefonica e telefono con rotella ( che tenerezza!) . Ho gioito per il primo mangiadischi, consumato diverse radio con antenne paraboliche, pianto per il primo CD ricevuto a Natale ( Michael Jackson!) e imparavo i testi delle canzoni sul libretto che stava dentro alle musicassette. Quando si inceppavano le riavvolgevo con la matita.
Mi spostavo con il bus o in bicicletta. Sempre.
Giocavo in cortile a "elastico" e quando ero da sola usavo le sedie del salotto per tenerlo teso e saltavo lo stesso. Saltavo pure la corda e facevo girare con foga l'hula hoop, perché lo faceva Heater Parisi che a me piaceva tanto.

Sono sopravvissuta con i miei genitori a tre traslochi, di cui uno a casa dei miei nonni perché la casa nuova non era ancora pronta. Mancavano i letti e io e mia sorella dormivamo allegramente sul divano.
Non c'era Sky, né internet né un diavolo di niente. Scoprivo i programmi televisivi usando Televideo o al massimo leggendo Telesette che comprava mio padre, e che stazionava rigorosamente in bagno. Grandi letture in bagno, santocielo.

Sono sopravvissuta a un'infanzia senza videogiochi ad eccezione di un embrionale Pac Man e a un lentissimo Tetris. Non avevo Google ma mille enciclopedie, utilissime per ogni mia ricerca scolastica. Che libri preziosi!

Insomma.

Scuola e scarpinate da e verso la fermata dell'autobus. Amicizie da cortile con punto di ritrovo alla "capanna" che facevamo tra gli alberi con lenzuola e mollette per stendere. Nessuno svago socialmediaqualche.

Semplice ma efficace. Quasi preistorico.

Dunque ragazzi sì! saremo felici anche nella casa nuova. Abbiamo pure il prato.
E ciò che mi preme ora sapere è: chi di voi due mi aiuterà ad innaffiare e a tagliare l'erba?

Nuova vita.
Ci piacerà. Con quei dieci minuti di anticipo su tutto. Si può fare.

Garantisce mamma.

In foto : bambina sopravvissuta a disagi infantili vestita di feltro e lana pungente mentre passa la lucidatrice. Ossia : IO.

CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

CODINI, DELFINI E AMORI. Dai ricordi a oggi. 

Alla scuola materna mi sono subito innamorata di Tiziana.

Non mi era chiaro come e perché ma Titti – la chiamavamo così – aveva solo la mamma. Non ho mai saputo se fosse vero, se fosse orfana o figlia di una delle prime coppie separate, ma insomma nella mia testa madre e figlia erano sole. 

Immaginavo il nostro futuro insieme. Io e Titti alla conquista del mondo, insieme al mare o mentre facevamo la spesa… Roba forte, insomma.

Tiziana dopo un anno sparì. Mia madre liquidò la faccenda con un ” è andata a vivere a Torino “.

Un lutto.

Non credo fosse vero, ma ne soffrii molto, pensando a Torino come la città delle bambine con mamme sole, la città che se le risucchiava, e che per questo odiai davvero tanto.

Pazienza.

Le vicende mi costrinsero dunque a innamorarmi di Alessandro. Un biondino con le fossette, nipote della nostra dirimpettaia.

Ho alcune foto in cui sfoggio codini da gara tirati ad arte per far le foto con lui in giardino. E pure scarpedivernice col laccetto.

Poi però ! altro infame destino : traslocammo.

Per fortuna, con la prima elementare ecco l’amore vero. Andrea PI. 

Abitavamo nella stessa strada e , a differenza mia, lui era ricco. Sì, perché suo papà lavorava in banca, il che filava perfettamente. 

Andarea PI era così benestante che a casa mangiavano con le posate d’oro e per andare in vacanza usavano le navi da crociera. Quando decidevano di fermarsi a terra suo padre urlava al comandante ” FERMA!” e a cavallo di un delfino raggiungevano il porto. Giurava fosse tutto vero. E io gli credevo, nemmeno da dire.

Oltre che con i suoi meravigliosi racconti, mi aveva conquistata un San Valentino con un bacio perugina sul banco e un bigliettino arrotolato con scritto – MI SPOSI : SÌ NO -.

Ovviamente ho barrato e ho subito iniziato a cercare il vestito per l’occasione.

Combinazione la mia vicina di casa aveva i miei stessi programmi – forse i suoi un po’ più realistici – e teneva in salotto mega riviste di abiti meringa che consultava giornalmente. 

Ogni tanto andavo a casa loro e partecipavo al giramento di p…agine di “Super Sposa 1985” specializzata in abitoni da quarantotto chili di balze con spalline da Goldrake. Il super trash nunziale. A forza di uuuuuh e oooooh e sospiri, anche io trovai il mio.

Nadia mi aveva gentilmente ritagliato la pagina lucida della rivista, foderando i bordi col nastro rosso e creando un occhiello per poterla appendere in camera mia. 

È rimasto lì fino alla fine della quarta elementare, anno in cui dovetti cambiare scuola, e pure il mio futuro marito. Dannazione

Amori travolgenti di questo tipo ne ho avuti moltissimi. Alle medie poi, un amore al minuto. 

Quello platonico mi ha posseduta fino ai diciassette anni, quando poi le cose hanno preso un altro verso. 

Da quel momento ad oggi si sono susseguite tutta una serie di vicende amorose, alcune degne della Maria de Filippi, in cui sono stata con onesta alternanza sia vittima che carnefice. 

Il padre dei miei figli ha sicuramente dato un punto di arrivo ai miei deliri sentimentali, aiutandomi a definire in modo più concreto la parola “coppia”. 

Tant’è che ad oggi sono separata, ho due figli, una casa e un mutuo che finiranno di pagare i miei pronipoti.

Tutto concretissimo.

Il vantaggio di essere qui oggi è che grazie alle molteplici esperienze posso raddrizzare il tiro. 

Punto primo, briglie sciolte. Non avrò nessuna parentela con obbligo di frequenza al di fuori della mia. Che già è impegnativa. Per un po’ – pietà – va bene così.

Punto secondo, qualità. Figli, impegni, lavoro, cazzi e mazzi rendono il tempo prezioso. Che sia una cena, una birra, un discorso nella notte, un abbraccio da otto ore sul divano – sai quando poi dormi no?- ecco : quel tempo deve essere eccellente ( sul divano si dorme da dio). 

Punto terzo, non tocchiamo le certezze. Gli amici, le passioni, gli interessi e tutto il tempo non trascorso insieme, non sono argomento di discussione.

Onde per cui

Punto quarto, ognuno a casa sua. La transumanza da una casa all’altra, fidatevi, è davvero salutare. Tipo io e lo spazzolino andiamo via ogni volta insieme. Anche se parto al mattino e torno la sera, le mie cianfrusaglie viaggiano con me. Mi sembrerebbe di invadere uno spazio. E alla fine, diciamolo, mi fa vacanza questa cosa, e mi piace parecchio.

Punto quinto, la base. E per base intendo il cervello, la materia grigia. Sono selettiva all’eccesso. Una parola di troppo e finisci nel recinto dei cavernicoli. Tolleranza zero. Ho necessità di nutrire i miei neuroni con una persona stimolante, che abbia attenzione morale, idee da condividere, ascolto e critiche costruttive. Un uomo pe(n)sante.

Troppo ? Ma no.

Dovrebbe essere la regola

Ma probabilmente per trovare quello giusto, bisogna scivolare in un bacio perugina, o in un abito da sposa che ti annebbia un po’ gli orizzonti, o in una favola ben raccontata.

A volte si è fortunati al primo giro, altre volte si passa per qualche girone.

Ma quando lo riconosci, altro che cavalcare delfini. 

Son montagne russe con un’adrenalina che ti incolla al seggiolino.

E a quel punto ciao

Sei fregata. E dannatamente innamorata

Perché in effetti

così

nessuno mai. 
[ Auguri amore bello. Buon compleanno. ]

~ gli amori grandi guardano all’orizzonte ~

In foto : opera di Enrico Tealdi 

Tutti i diritti riservati

IO. LA PATENTE. L’ALTRO GIORNO. 

La scuola guida mi ha scritto per ricordarmi della mia patente in scadenza.Non avrei mai detto che fossero passati dieci anni dallo scorso rinnovo. Ma nemmeno che ne fossero trascorsi venti dall’esame di guida. 

Ho un po’ questo vizio di dire sempre ” l’altro giorno”. L’altro giorno sono andata lì. L’altro giorno ho incontrato tizia. L’altro giorno ho fatto quello. È sempre e solo qualche giorno prima, mentre in realtà è già magari un mese, e così a forza di fare passano gli anni e non me ne accorgo. 

Ho chiamato la segretaria dell’autoscuola e le ho detto : ” Devo rinnovare la patente, anche se l’ho appena presa l’altro giorno. Ha riso. 

Ho avuto la dimensione del tempo trascorso quando mi ha chiesto se avevo ancora la patente vecchia. Ho la mia! le ho detto, la solita! Quel lenzuolo molle con mille bollini, da cui, sia chiaro, non intendo separarmi. E su questo mi ha tranquillizzata subito dicendo che mi darà la ” patente nuova”, il tesserino moderno, lasciandomi il nostalgico ricordo del cimelio che oramai possediamo solo più io e i dinosauri. 

Nello studio del fotografo, per fare due dannate foto tessere, è stato un delirio. Le foto tessere sono sono le immagini più inclementi che esistano. E farle, oggi, è stata un’impresa. 

“Pensi a qualcosa di bello e sorrida, ma solo con gli occhi . Eh? 

“Di più…di più …”. Click.

Scusi, signor fotografo, posso vederle? Perché ora le tue foto segnaletiche le puoi visionare subito. Orrenda. Lo sfondo bianco, la smorfia da scomodità per lo sgabello per pigmei e due fari puntati che sembrava uno stadio. Al terzo tentativo ho desistito. 

Vent’anni fa ho fatto la stessa identica scena. 

La differenza è che guardando oggi quella foto mi rendo conto di averla disprezzata troppo. Gli occhi sorridevano senza comando e il viso era bello senza raggi fotonici puntati addosso. Mi vedevo la faccia a luna ( ma sì, in effetti l’avevo) e un’espressione un po’ idiota … tipo quella di stamattina. Nell’insieme non ero male. Insomma… Ero andata persino a farmi la piega ai capelli, lo dimostra il fatto che fossero dritti a piombo. Lunghi, corvini e lucidi. Li avevo poi tagliati cortissimi poco tempo dopo, per partire sola per la prima volta, direzione Marocco. 

Che anni che sono stati quelli! 

Studiavo, lavoravo la sera nei locali, dormivo pochissimo. Anche adesso dormo poco, ma perché il tempo del giorno non mi basta e mi metto a fare mille cose tardi. Solo che ora si vede che non dormo, mentre vent’anni fa nemmeno serviva il trucco. 

Sul mio papiro storico ci sono quattro bollini che testimoniano la transumanza di questi anni. Era un traslocare senza problemi, con entusiasmo, perché andavo in una casa nuova che mi piaceva più della vecchia. Dovessi farlo oggi avrei bisogno dello psicologo, anche solo per affrontare la mole di cose accumulate, mie e dei bambini. 

Nella vecchia foto sorridevo. Mi si vedono i denti ancora storti, pre apparecchio. In quelle di oggi non si può più sorridere ( mannaggia!) e come dice il fotografo, possono farlo solo gli occhi. 

Ecco. Quelli sono rimasti immutati nel tempo. E guardano il mondo sempre allo stesso modo, un po’ da lontano. Per gli occhi non sono passati vent’anni. 

Anche perché in effetti, era l’altro giorno

Tra parentesi. 

Ho fatto l’esame della vista : DODICIDECIMI !!! Vedi che non è passato tutto questo tempo? 

” Per l’età che ha è un gran risultato!”. … mmm… grazie dottoressa… 

STORIE DI SUGGESTIONI E ALTRI MOSTRI MITOLOGICI.

Oggi guidavo tornando a casa.

Finché il clima non diventa polare, ho l’abitudine di stare a finestrini abbassati, da quando parto a quando arrivo.

Come sempre succede, ho appoggiato il gomito sulla portiera, allungato il braccio e aperto la mano. È una cosa che faccio sempre, soprattutto da passeggera. Sentire l’aria che mi spinge la mano all’indietro, chiuderla un po’ e …. sfidare mia madre. 

Già.

La mano fuori dal finestrino è la mia grande ribellione contro il dogma materno.

Lo facevo da piccola ( come tutti i piccoli), aumentando pian piano il rischio. Partivo mettendo fuori solo le dita, poi tutto il braccio, poi la testa. Il culmine dell’esaltazione arrivava nell’urlare a tutta forza con mezzo busto fuori dalla macchina.

Comprensibilmente, a quel punto, non solo mia madre si accorgeva delle acrobazie ma, anche calcolando che ai tempi la cintura la usavamo forse giusto in autostrada, iniziava a inveire.

“Se passava un camion ti tranciava in due! Ma cosa vuoi? Morire?“.

Con uno scatto felino tornavo al mio posto.

Fissavo il sedile davanti, immaginando mezza me appiccicata al muso di un tir.

Ci sono voluti anni per realizzare che un sorpasso a destra di un mezzo bambinotranciante era comunque altamente improbabile.

Ho sempre creduto a tutto.

Anche al chewing-gum che una volta ingoiato diventava una gigantesca bolla nello stomaco.

Guai se lo ingoi”.

Ancora oggi, le rare volte che mi succede di buttarne giù uno per sbaglio, ho quella lieve sensazione di malessere. Dura trenta secondi, ma comunque devo un po’ ripetermelo che non ho nessuna bolla in pancia.

La mia radice materna è sarda. E i miei nonni, con cui sono cresciuta, non andavano troppo per il sottile nello spiegare le cose a noi nipoti.

“Continua a bere tutta quell’acqua e ti riempirai di rane“.

Tra bolle e rane, il mio corpo era decisamente affollato da bambina, senza contare le volte in cui disgraziatamente avvicinavo le mani alla bocca senza averle lavate, ed erano in agguato i vermi.

Mia sorella invece fin da piccola mangiava le unghie. Il guaio li era che le avrebbero trafitto le budella con danni irreparabili.

“Nonna ho fame”

E giù a raccontarmi di quel bambino che a forza di mangiare era SCOPPIATO.

“Nonna sono stanca”

Sarei diventata un materasso.

Ricordo che la nonna ci portava al mare d’estate. Eravamo i primi ad arrivare al mattino e gli ultimi ad andare via. Ci stavamo tre mesi ( che inconsapevoli anni beati…) e quindi uno stabilimento era troppo oneroso. Nonna ci portava nella spiaggia libera, senza ombrellone e con il sole allo zenit.

Partivamo con alimenti per sfamare tutta la riviera. Il pranzo era decisamente consistente così iniziava il dannatissimo conto alla rovescia per fare il bagno : due ore e mezza.

Per la nonna erano tassative. Si guardava l’orologio appena ingoiato l’ultimo boccone e da lì sentenziava : farete il bagno alle quattro e mezza.

Quelle due ore e mezza erano l’inferno. Ottantasette gradi all’ombra ( e ombra non ne avevamo) e nulla da poter fare, tranne tentare di sopravvivere al caldo. Non venivano scontati nemmeno cinque minuti. E ovviamente c’era un motivo: morivi.

Nonna non parlava di congestioni, malori, dolori al ventre. Per il bagno pre tempore c’era solo la morte. E mentre lo rispiegava per l’ennesima volta, passava puntualmente un’ambulanza a sirene spiegate sul lungo mare. E stava proprio trasportando un bambino che non aveva aspettato di digerire, ed era morto in mare.

Coincidenze incredibili. Me lo vedevo il poveretto. Tre passi in acqua, e giù stecchito.

Nella casa del mare dovevamo muoverci come dei ninja. Silenzio! diceva, o arriva il Maresciallo. Il Maresciallo era per me un essere mitologico, forse con tre teste e sei occhi. Probabilmente non aveva gambe ma strisciava, perché nessuno lo aveva mai sentito. Dormiva sempre ( sicuramente era diventato anche lui un materasso a un certo punto) e aveva una moglie a cui non piaceva scherzare. Anche la storia del Maresciallo è andata avanti anni, fino a scoprire che sotto casa, in realtà c’era un garage.

Potenza della suggestione.

Antica però.

Infatti un giorno rimproveravo mio figlio per qualcosa, e per dare autorevolissimo tono al mio rimbrotto, ho replicato la frase che tanto mi pietrificava da piccola : mi toccherà metterti la testa in mezzo alle orecchie!

Lui mi ha guardata, perplesso.

“Mamma , è già li”.

Ecco.