CHARLIE GARD, e il ricordo di un viaggio in astronave. 

La notizia è stata un tuffo al cuore. 

Non posso in nessun modo giudicare ciò che sta succedendo al piccolo Charlie e ai suoi genitori. 

Posso solo ricordare

È stata una gravidanza meravigliosa. Anche se eterna. Pier Carlo non nasceva mai. Conti sbagliati o semplicemente il suo essere strambo fin da subito, ma insomma, non nasceva mai. 

Ho fatto gran parte del travaglio a casa. Le unghie piantate nei muri, le piastrelle contate a ogni passo nel corridoio di questa casa. 

Sono arrivata in ospedale sulle mie gambe, pronta all’evento più potente della mia vita. 

Ho spinto per ore, ma qualcosa non funzionava. Il cuore di Pier Carlo preoccupava tutti e in un attimo mi sono ritrovata in sala operatoria. 

Quando è nato urlava con la forza di chi ha raggiunto il suo primo grande traguardo. Ma le morse del cordone che per troppe ore lo avevano stritolato gli avevano conferito l’aspetto di un minuscolo fantasma. 

Respirava male, e da solo non poteva farcela. 

I giorni a seguire li ricordo come un film

So che sono successe tante cose ma è come se le avessi guardate, anziché vissute. 

Il reparto di terapia intensiva è come un’astronave. Ed entrarci equivale a diventare parte di un equipaggio. 

Le giornate sono scandite da orari precisi. A cui attenersi religiosamente

Tra una visita e l’altra passavo il tempo a guardare fuori dalla finestra. Cercavo di chiacchierare. Di camminare. Di sorridere. 

Ma io ero in un posto, il mio bambino in un altro. 

Mi preparavo al tragitto respirando forte. Dal corridoio all’ascensore. Scendevo al piano terra. Cambiavo altri due corridoi. Ascensore quarto piano. Reparto pediatria e finalmente sul fondo la Tin. 

All’ora stabilita bussavo. 

In terapia intensiva infermieri e dottori sorridono tutti. Ti accolgono come a casa, in una bolla di caldo e mille suoni. 

Stanzino. Vestizione. 

Indossi un camice. La cuffia. Il copri scarpe. Disinfetti a lungo le mani. Posi tutti gli oggetti e ti prepari al decollo

Ricordo la grande stanza. 

Pier Carlo era l’unico nato a termine. Un gigante tra tantissimi piccoli esseri. 

Tutti in scatole trasparenti. Tutti pieni di tubi. Tutti avvolti solo da micro pannolini e da mille suoni che non trovano un sincrono mai. 

Ogni volta che lo incontravo lì, morivo

Impotenza. Frustrazione. Senso di colpa. 

Paura. Paura. Paura. 

Attaccata a quella scatoletta trasparente piangevo. Ma ero fortunata perché almeno attraverso un piccolo foro potevo toccarlo. 

E a ogni tocco lui si distendeva, come a dirmi “sei arrivata”. 

C’è voluto tempo per accorgermi di tutte le altre culle. Di tutti gli altri genitori che scandivano il loro tempo nello stesso nostro modo. 

C’è voluto tempo per rendermi conto che Pier Carlo era il bambino che stava meglio. 

Lo realizzavo quando al mattino trovavo la culla vicino alla sua, vuota. 

“Oggi andiamo un po’ meglio”. 

L’infermiera mi dava informazioni con dolcezza. E mi rassicurava con gli occhi. Ma nulla mi consolava. 

Posso dire con certezza che in quel momento avrei potuto sfidare un mostro a tre teste pur di portar via il mio bambino. 

Non è possesso. 

È amore. 

Allo stato puro. 

L’ho capito il giorno in cui ho fatto per l’ennesima volta il tragitto fino al reparto. Sono entrata nello spogliatoio. Mi sono travestita da astronauta. Sono entrata nel salone e l’ho visto fuori da quella maledetta teca. Ancora monitorato ma libero

È stato il mio secondo parto. E le gambe mi hanno sorretta a stento. 

L’ho annusato. Baciato. Accarezzato. Gli ho sussurrato tutta la mia gioia nelle piccole orecchie. Ho toccato ogni centimetro del suo corpicino morbido.

I piedini. 

Che meraviglia i piedini dei bambini. 

Anni dopo casualmente mi sono trovata di fronte ad un banchetto di beneficienza. 

Ho sgranato gli occhi. Ho riconosciuto subito l’infermiera di quei giorni da inferno. 

L’ho abbracciata a petto pieno, e in quell’emozione tra sconosciute ci siamo capite. 

“Stia tranquilla, mi succede spesso “ ha detto. 

Oggi Pier Carlo ha undici anni. 

Continua a percorrere una strada tutta sua ma è pienamente in forma. 

Spesso gli dico che tutto l’ossigeno che ha ricevuto in quei giorni l’ha reso un po’ matto. 

È vivo. 

Sta bene. 

E so che per lui avrei dato la vita. 

Penso anche che se fossi stata nella situazione di doverlo lasciare andare, avrei trovato forse l’infinito coraggio di farlo. Proprio per amore. 

Fortunatamente, la mia storia è a lieto fine. 

E mi insegna che non possono esserci giudizi verso il comportamento di nessun genitore in quella situazione. 

Quando sali su quell’astronave diventi parte dell’equipaggio. 

E la destinazione di quel viaggio, non è affare di nessun altro. 

Mai. 

.: SUPRADYN :. 

Giugno e luglio sono mesi difficili. 

Intanto sono pieni di compleanni. E io con le date sono una frana. Sono riuscita a dimenticarne anche di importanti, ma chi mi conosce lo sa. E forse mi perdona. 

Giugno e luglio sono il pre agosto. Ovvero la mia morte per alta temperatura. Vorrei un letargo al contrario, che quando fa caldo mi chiudo in una grotta e esco appena piove. 

Troppo caldo. Troppo sole. Troppa luce. Anche le giornate sono troppo lunghe. Io che sono un vampiro. Finisce che non dormo mai. 

Giugno e luglio sono i mesi dell’insonnia, in cui fatico a addormentarmi, giro nel letto e sbuffo come i mufloni. Vorrei togliermi la pelle di dosso e regalarla a chi, giustamente, si bea del tepore estivo. 

Giugno e luglio mi mettono alla prova con il guardaroba. Non mi svestirei mai. La pelle esposta è da sempre un problema. Oltretutto sono bianchissima, le mie gambe fanno luce. Anche la notte. Ma di metterle al sole non se ne parla. 

Giugno e luglio sanciscono l’inizio della mia lotta alle zanzare, che letteralmente, si cibano di me. Ho già punture ovunque. Faccia, braccia, gambe, pancia, chiappe. Una cartina geografica a puntini che gratto con tutta la forza che ho in corpo. Ogni anno cicatrici nuove, crateri di odio per la natura che si sveglia affamata e nessun rimedio. Perché nemmeno l’acqua di Lourdes mi salva. 

Giugno e luglio sono la fine della scuola, il mio delirio sul lavoro e quest’anno anche il trasloco. 

Luglio accavalla le gambe sul mio di compleanno, che quest’anno ha un unico desiderio, ma non lo posso dire a nessuno se no non si avvera. E custodirlo mi serve a crederci, a sperarlo e a desiderarlo ancora, se non dovesse essere. 

Due mesi impegnativi. 

E allora : Supradyn

EMOTIONAL ADVICE 2 $

Metropolitana di New York. La domenica, Ciro Ortiz, undici anni, porta con se un tavolino e due sedie. 

Davanti a lui un cartello con su scritto : Emotional Advice ( consigli emozionali) 2 $.

Figlio di una poetessa e di un direttore di marketing di organizzazioni no profit, spiega che lo fa per rendersi utile agli altri dopo aver subìto bullismo a scuola. 

In breve tempo diventa ovviamente un piccolo fenomeno, anche perché le sue risposte sembrano convincere e tranquillizzare gli avventori.

Ma che gli chiedono gli adulti? 

Un po’ di tutto. Dai consigli amorosi a quelli sul lavoro. 

Ciro risponde con la semplicità e la schiettezza di un undicenne, senza grilli in testa. Il suo è un esperimento momentaneo, nei suoi progetti c’è il diventare un programmatore.

Mi ha incuriosita leggere le impressioni delle persone che si siedono al tavolino. 

Fare una domanda a un ragazzino e attendere la risposta, per poi ritrovarsi a dire che le parole di Ciro sono state illuminanti. 

L’undicenne ha fatto centro. 

Siamo così pieni di insicurezze, di dubbi, di tormenti a volte autoinflitti, che cerchiamo soluzioni ovunque. E ci stupiamo quando la risposta di un piccolo uomo, probabilmente la più semplice e cristallina, ci apre gli occhi. 

Si è persa l’abitudine all’ascolto. Si urla, si aggredisce, si abbaia. Lo si vede ovunque. Guidi in mezzo a gente che si sgola dentro la sua macchina. Fai la fila e si litiga. Si inveisce per qualunque cosa, specie da quando il confronto è sempre più virtuale e sempre meno umano

Non si è più capaci di dialogare, molto spesso con le persone che rappresentano i nostri affetti. Lo vediamo tutti in questi giorni. È quasi Natale, e discussioni familiari e vecchi attriti vanno a braccetto con gli antipasti di pranzi faraonici. 

Mi trovo in questo momento a pensare proprio a questo. Perché siamo ridotti così ? Perché ogni parola deve immediatamente irritare, alterare, creare rancori ? Di cosa dobbiamo sfogarci? Che delusioni abbiamo dentro? 

Il motivo è un vero motivo, o si ha solo paura di un gran nodo da sciogliere ?

Non è sicuramente un momento facile per nessuno. Ma è pur vero che lo affrontiamo urlando.

Urliamo tutto. Urliamo per la politica, ci gonfiamo di presunzione pensando di conoscere ogni cosa, sposiamo cause a suon di insulti, calpestiamo ancora tanto. Poi a volte scopriamo che al mondo succede qualcosa di terribile, e puliamo la coscienza condividendo un pensiero di fratellanza, scriviamo un “amen” sotto un post e stiamo meglio ” pensando “ di partecipare a un dolore. 

Ecco allora che ci serve un ragazzino. Per rimetterci i piedi per terra. Cinque minuti e due dollari per il verdetto. Candido e vero .

” Gli ho detto che non mi do pace perché mia moglie è diventata vegana, e io proprio non lo concepisco. Mi ha risposto che ognuno deve poter mangiare cosa vuole”.

Potere ai piccoli !

Non mi metterei a quel tavolo. Non per presunzione, sia chiaro, avrei sicuramente qualcosa da dire. Ma la mia strada, fatta anche di gran curve e molto buio, può procedere senza bisogno di un consiglio emozionale. Forse vorrei, ogni tanto, ritrovarmi undicenne a guardare la mia vita oggi. Da inguaribile visionaria, masticatrice di sogni, credo che sorriderei. 

“La paura che più hanno gli adulti è quella del cambiamento”, dice Ciro. Prova a spiegarglielo che si può, e che può essere meglio. Gli adulti cercano speranze? Forse quelle che hanno perso crescendo. 

Bravo Ragazzo. Se ti avessi davanti a me ti darei una carezza.

Si può fare del bello. Sempre.

Magari iniziando col sedersi al nostro personale tavolino, a riflettere. In silenzio

Il famoso PACCHETTO GAFFE

Ogni estetista ne possiede uno.
Inconfessabile.
Ogni estetista ha il proprio pacchetto di gaffe. Il mio è ben fornito.

Anche la più esperta collega sa che ci sono momenti in cui bisognerebbe tacere. Ma non ce la si fa.
Hai la domanda giusta nel momento sbagliato, sai che potresti evitare, e invece no. Insisti. La frase esce, leggera, svolazza in istituto, probabilmente nel preciso momento in cui le mille clienti presenti sono tutte, contemporaneamente, in silenzio.
La figuraccia è udibile a tutti. La tua credibilità vacilla.

Laura la conoscevo da un po’. Era venuta da me per la preparazione al matrimonio. Avevamo parlato tanto, in effetti, ma quel piccolo particolare mi era sfuggito…
Quella mattina a casa sua c’era fermento, gente che andava e veniva, fiori che arrivavano a montagne. Laura conteneva l’emozione a stento, visibilmente tesa ma felice.
Sto stendendo il mascara, e per sciogliere il ghiaccio, candidamente, ingenuamente, con forse anche una strizzata d’occhio ( ebbene sì) esordisco: “allora, dove l’hai spedita tua madre?”.
Ho detto proprio così : SPEDITA. All’altro mondo l’ha spedita, Stefania.
La folla intorno a me si è pietrificata. Fiume di lacrime in arrivo. Brava me.
Ho sperato che in quel momento si aprisse una voragine nel mezzo esatto del salotto e mi risucchiasse nel profondo degli abissi.
Correzione in corsa : ” Laura, sei cosciente del fatto che ho appena detto quel che non dovevo dire, ma soprattutto che hai il mascara fresco, quindi guai a te se piangi”. Risata generale. Meno male.

Qualche anno fa avevo un rappresentante, un tipo in gamba, simpaticissimo. Ci salutiamo prima di Natale, con un ordine di prodotti per il mese di gennaio e lui che parte per il Messico. Buon viaggio insomma. Gennaio passa e i miei prodotti non arrivano. Scatta la prima telefonata. Segreteria telefonica. Nei giorni successivi riprovo, nulla. Quindi attacco con i messaggi. Presa da foga, scrivo di tutto, compresi messaggi ironici in cui insinuo che lui sia scappato in Messico con soldi e prodotti. Zero.
Poi arriva la mattina x.
Esasperata, decido di andare alla fonte. Chiamo la ditta. Mica mi accontento della segretaria io, voglio parlare direttamente col capo.
Il suo buongiorno per me è aria fresca. Sono un fiume in piena:
” Allora adesso io Le spiego. Son due mesi che aspetto questi dannati prodotti, il vostro rappresentante si è dileguato, magari intascandosi pure i soldi, se non lavora più per voi che ci sia almeno la decenza di comunicarlo, ma Le sembra una cosa normale??? “.
Dall’altro capo del telefono un silenzio imbarazzato ” … vede Signora… Il Signor Marco non è più con noi…” .
Il mio cervello non recepisce. Annebbiato dalla rabbia. Insisto.
“A me poco interessa, non ci si comporta così, gli dica pure che in quanto rappresentante poteva almeno comunicarmi di aver cessato l’incarico!” .
Sento singhiozzare.
Molto bene Stefania. Marco si è suicidato. Le mie sinapsi si svegliano in un istante.
Il poveretto mi dà quindi un nuovo recapito. La nuova rappresentante, che per altro ha le chiavi del magazzino in cui sono custoditi i miei prodotti.
Riattacco, sbaccalita. Chiamiamo la signora allora.
” Pronto buongiorno, ho avuto il suo numero dal titolare. Guardi, sono un po’ interdetta, ho appena saputo di Marco, mai avrei detto, era un tipo così solare. Nella vita non si può mai dire…”
Una sola risposta: ” Non lo dica a me, sono la moglie”
Eh no!!!! Questa è una congiura!!!
Abbiamo risolto la nostra questione, e l’ho pregata di cancellare a prescindere ogni mio messaggio sul telefono di Marco.

Bruna ha sempre l’appuntamento il martedì mattina. Quel martedì lo salta, senza avvisare. Compare il mercoledì e confabula con la mia collega in reception. Ignara delle loro facce sfreccio di fronte a entrambe con un sorriso smagliante:
” wow Bruna!!! Oggi ti sei vestita da Minnie?”
Perché l’ho dovuto dire? Non era vestita da Minnie poi, aveva un abitino nero, che faceva molto funerale… Ecco. Faceva funerale di sua mamma.

Come non ricordare poi la mia Federica che consegna ad un cliente un campioncino di dopobarba, senza notare che ha in faccia un tappeto stile Babbo Natale, da sempre. Oppure Alice, che accoglie la sua cliente salutando il bambino che ha per mano chiamandolo nipotino ( era il figlio).

Gli esempi si sprecano. E temo siano in continuo divenire…