LA MEMORIA È IMPORTANTE. La conoscenza ancor di più. I racconti di nonna.

Memorie di famiglia.

Nonna Piccola era la mia bisnonna materna, madre di mio nonno.

La chiamavano così perché arrivava forse al metro e quaranta.

Era nata nell’entroterra di Cagliari nel 1898.

Le sue prime due gravidanze furono gemellari. Quattro bambini che partorì in casa e che dopo pochissimi giorni morirono. Per quegli anni era cosa normale, soprattutto per quelle nascite così eccezionali, eccezionali anche solo perché sopravviveva la mamma.

In paese c’era una grande piazza. Su un lato affacciava la casa della mia bisnonna, dall’altro lato invece abitava una “coga”.

La Sardegna è impregnata di storie, superstizioni e racconti, ma quello delle coghe è uno di quelli che mi appassiona di più, da sempre.

Ancora oggi ne parlo con mia nonna e lei dice “credo che non fosse vero”.

Coga si nasceva.

Gli elementi che immediatamente ne davano segnale erano due: aveva una piccola coda e era senza sesso. Non era né maschio né femmina, pur essendo apparentemente donna.

Non poteva quindi procreare e – dice nonna – presa da infinita invidia succhiava il sangue dei neonati per ucciderli.

Ecco quindi che Nonna Piccola per spezzare la nefasta catena decise che il terzo parto dovesse avvenire a casa di sua sorella. La coga nel giorno delle doglie non la trovò in casa e nacque quindi mio nonno. Era il giugno del 1924.

Poi arrivò un altro fratello, e successivamente, altri due gemelli.

I due gemelli li partorì nella casa giusta, e nonostante gli accorgimenti qualcosa accadde.

Raccontava che per la paura li teneva stretti a sè nel letto, uno a destra e uno a sinistra.

Una notte piansero disperatamente e alle prime luci del giorno li trovò in posizione invertita. La coga era passata ma gli amuleti della nonna si erano rivelati più potenti.

La coga si muoveva solo di notte, in tre ore. Una per viaggiare, una per colpire, una per tornare.

Ci voleva tempo perché doveva cambiare sembianze per non essere vista. Poteva diventare qualunque cosa, un animale, una persona ma anche fumo o filo di cotone. Quindi la toppa della serratura veniva riempita di cera per non farla entrare e davanti alla porta si metteva un treppiede rovesciato o una scopa al contrario o vestiti rivoltati.

Questo perché vi era la credenza dei mondi capovolti, quello dei vivi e quello dei morti girato a testa in giù, e se lei avesse visto tutto sottosopra avrebbe creduto di non essere nel posto giusto.

Appoggiavano al muro una falce con almeno otto denti. Le coghe conoscevano i numeri solo fino a sette, e trovando oggetti di quel tipo sarebbero impazzite a contarli.

Le coghe fanno parte di una tradizione pagana antichissima e radicata, che partiva in origine da un profondo rispetto per queste creature quasi magiche a cui veniva persino offerto del grano lasciato davanti all’uscio.

Erano custodi dei grandi saperi delle erbe medicamentose nonché collegamento diretto e silenzioso con il mondo dei morti.

Fu però l’avvento della religione cristiana a dare una connotazione negativa a questa figura, che forse nei tempi antichi era considerata più una propiziatrice dei parti, e che si tramutò poi in una donna quasi spietata da combattere a suon di preghiere. In effetti, quale infamia era peggio per una donna, se non renderla assassina?

Sta di fatto comunque che ancora nel 1955, quando venne alla luce mia madre, le donne di casa misero in gran segreto una scopa girata al contrario nella stanza, come a dire che anche se non ci si credeva più, male non faceva.

In qualche modo se ne parla ancora oggi. Quando compare un livido o un graffio di cui non si conosce il motivo, si dice che “sarà stata una coga”.

Mi ricordo di questi incredibili racconti, ancora molto vivi nella memoria di mia nonna, ogni volta che vedo l’immagine di un barbagianni, che è il travestimento preferito di queste donne con la coda.

Dice nonna che in quei tempi la gente era analfabeta, non si poteva studiare e la sera il passatempo erano le storie. Ci si concentrava su qualcuno, gli si dava un nomignolo e nasceva la leggenda.

Dice nonna che ha poi pensato che semplicemente si trattasse di spina bifida e che non c’era nessuna coda, e che quei bambini morivano perché andava così.

Dice nonna che queste cose servivano a terrorizzare i ragazzini e basta. Ma che a forza di raccontare ci credevano anche gli adulti.

Dice nonna che in effetti forse si demonizzavano le persone che erano diverse e che l’ignoranza rende difficile la vita di chi poco si allinea.

Dice nonna che per fortuna ora sono racconti dei vecchi e non realtà.

Dice nonna che oggi però si raccontano altre cose, e che forse, visto che tutti oramai studiano, è pure peggio.

La memoria è importante.

La conoscenza ancora di più.

Sempre di più.

“ Piùsu assusu, piùsu in facci, in sa dommu de sa commari, mi ‘nci agatti”

[ immagine tratta dalla pagina Facebook ” Donne sarde ieri e oggi in immagini “]

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I DIECI REGALI DI MERDA che spero tu non debba mai ricevere.

Voglio portarmi avanti. 

Lo so. Siamo a novembre. Ma sappiamo bene che Natale è dietro l’angolo, e soprattutto che a far regali all’ultimo minuto si rischia di sbagliare grosso. 

Ecco perché ho voluto stilare la classifica dei regali di merda.

Quelli che compri solo se provi davvero odio per qualcuno. Perché diversamente non c’è spiegazione. 

Così quest’anno non ti confondi. 

E se li ricevi, è il momento che tu ti faccia qualche domanda.

10 – Le rose blu. Giuro che non esiste un’invenzione peggiore. Blu è il cielo. Gli occhi. Il mare. Le rose NO. Sono orrende. Petizione a breve per farle scomparire, insieme all’ombretto abbinato.  

9 – L’abbonamento in palestra. Se ci voglio andare ci penso da sola. Facciamo che ci vai tu, pedalando veloce. 

8 – Il super mega libro di cucina. Che è un po’ come dire “studia che puoi solo migliorare”. La prossima volta che ti invito a cena, ricordami che ho un impegno. 

7 – Il maglione peruviano. La cuffia peruviana. La sciarpa di alpaca. I calzettoni di lana cotta. I guanti di sta cippa. Suoniamo il flauto di Pan un’altra volta, ok?

6 – I portachiavi tutti. Ma secondo te sono arrivata a quarant’anni senza un diavolo di portachiavi? O ha intorno una macchina , oppure evita pure. 

5 – Le tue foto dal fotografo. Tu col gatto. Tu coi figli. Tu nel bosco. Tu appoggiato/a in qualche posto improbabile vestito/a come un casting di Vogue. Se volevo una tua foto te la facevo e la stampavo. Poi la incorniciavo e te la regalavo io. Per dire. 

4 – Pigiami. Mutande. Canottiere. L’unica eccezione la posso fare per mia nonna, che se non me li regala mi preoccupo. Tu lascia stare. 

3 – La compilation di merda del cantante defunto. Al pari di un paio di quelli vivi, tipo Gigi d’Alessio, Povia, Vasco Rossi o Ligabue. 

2 – I libri di Fabio Volo. Niente da aggiungere. 

1 – Gli Angeli della Thun. Gli animali con problemi della Thun. Gli orecchini della Thun. Qualunque cosa a marchio Thun. Sono frutto dell’insonnia di una mente perversa. Facciamo tutti finta che ci piacciano, quando in realtà sono il vero regalo di merda. Il numero uno. Oltre a questo, puoi solo incartare un rutto. E buon Natale.

Preso appunti?

Bene ❤️

[in foto : animale con evidenti problemi che NON cerca casa…]

LA STORIA DEL MAI ABBASTANZA.

Nella storia del mai abbastanza gareggiava da sempre con una lei spettinata. 

E con uno specchio che le diceva “sorridi”. 

Le forme nel tempo, il cambiare sembianze, già dai tempi passati in cui sprofondava in maglioni giganti perché non era abbastanza

Abbastanza magra piatta alta lunga. 

Oggi forse manca un sacco d’altro. 

Sgomitava per essere sé. Fuori da imposizioni amorevolevoli che iniziavano sempre con un “dovresti”. 

Dovresti provarci, dovresti fare, dovresti dire. 

Probabilmente avrebbe dovuto essere altro, forse perché non era abbastanza perfetta per tutti. 

Oggi accumula sbagli quotidiani, sbatte la faccia nel troppo voler fare, con il “non abbastanza” sempre nelle orecchie. 

E corre e corre e corre fino al punto di dimenticare. 

Come quando ha dimenticato di andarlo a prendere a scuola e si è detta che come mamma talvolta non era abbastanza

E poi i fantasmi, mai troppo fantasmi. Quelli che la strozzano dritti alla gola e non la fanno mai piangere abbastanza

Vorrebbe piangere un’ora intera, o forse un giorno e anche una notte. 

Svegliarsi al mattino pensando che le lacrime hanno lavato via tutto e i singhiozzi hanno scacciato il buio. 

Invece di questi momenti non ne trova abbastanza, e il non detto e il non fatto li rimette nella sacca dei silenzi

Così scrive e inonda diari di parole che poi chiude in qualche dove. 

Forse insieme a quei brava! che ha sempre aspettato e che cerca di regalare agli altri.

Ai bambini.

A te. 

Forse insieme ai baci e alle carezze che dispensa, perché il suo motore è proprio quello, la cura paziente di chi ama le piccole cose

Sbaglia modi, sbaglia tempi, sbaglia scarpe e vestiti, sbaglia casa e gusti, sbaglia in auto e sbaglia numero. Collezionista seriale di commenti e appunti severi. 

Vaso di Pandora in cui tutti hanno il piacere di aggiungere qualcosa. 

Nutre desideri e alimenta sogni che porta a letto ogni notte. E li culla con la nenia più antica e la voce più dolce. 

Che ascolta anche lei quando non ha sonno abbastanza. 

E si risveglia come sempre, spettinata e corazzata, pensando che se davvero non è mai abbastanza

di questa donna

chi non ha capito niente

forse

sei tu

SÌ, LO VOGLIO ( e tutto il resto è NO)

Era già successo una volta ma lei sicuramente non lo ricordava.

Era andata a Pamplona con i suoi diciott’anni e con la voglia di divertirsi sotto un sole pieno della stessa gioia che riempiva il suo caldo cuore spagnolo.

La matta corsa dei tori, le urla della gente, i giovani nel delirio più totale, il caldo, la calca, il fiume di umanità intorno, per una delle feste più difficili da gestire.

La polizia era ovunque. Ma non poteva controllare tutto.

Perde il suo amico, che forse a un certo punto ha allungato il passo ed è stato ingurgitato dalla folla. Con pazienza trova un angolo in cui fermarsi ed aspettarlo.

Lui forse non sente il telefono. Forse anche lui è da qualche parte che attende.

Sentirsi soli in mezzo a migliaia di persone, magari l’ha pensato per qualche attimo.

Finché, sono arrivati loro.

Cinque uomini, belli e pieni dello stesso sole nella pelle.

In quel giorno di festa le offrono qualcosa da bere, tutti hanno in mano un bicchiere, e un brindisi in più non può che far bene al cuore.

Forse è proprio il bicchiere di troppo che le dà la fiducia giusta quando loro si offrono di riaccompagnarla alla macchina. L’amico sarà lì ? avrà pensato lei, e accetta con tutta la leggerezza dei suoi diciotto anni.

Non li conosce e non sa che loro sono “la Manada”, il branco. Cinque uomini tra i 27 e i 30 anni che partono alla volta di Pamplona con il preciso intento di violentare “tutto ciò che ci capita a tiro”.

Lo dicono nel loro gruppo whatsapp, che documenterà passo passo tutta la spedizione.

Il branco la conduce per le stradine, la infila in un portone e inizia la sua mostruosa danza.

La violentano a turno e a turno la riprendono con i cellulari.

Lo scopo è creare nuovi video per arricchire la già ben fornita chat, perché quattro di loro avevano già fatto altrettanto con un’altra giovane vittima.

Il branco di lupi ha facce sorridenti e rassicuranti, uno di loro nella vita quotidiana indossa la divisa. Parliamo di ragazzi normali, con vite normali e famiglie normali. Di anormale, c’è questa assurda perversione violenta, che spinge i singoli deboli a trovare forza nell’azione di gruppo.

Alla macchina non è mai arrivata.

Viene trovata da alcuni passanti in un androne, nuda, mezza morta, ma lucida abbastanza da fornire subito le indicazioni che porteranno in poche ore all’arresto delle cinque bestie.

Perché se ne parla?

La Spagna è scesa in piazza. Dopo due anni di tribunali, si decide che non si tratta di violenza ma di abuso, reato minore, e i cinque a piede libero a breve.

Perché ?

Perché in tutta questa documentatissima vicenda non si nota un vero e proprio diniego della ragazza, ma più semplicemente si condanna un gruppo di uomini, che viste le circostanze , hanno calcato un po’ la mano.

È un buon motivo per protestare, in effetti.

E mentre le associazioni dei magistrati valutano la reazione popolare come “sproporzionata, sprezzante e priva di rigore”, Madrid raddrizza il tiro e, pur senza commentare la sentenza (comunque non definitiva), comunica che sulla violenza sessuale arriverà la “tolleranza zero”.

Come?

Perfezionando la definizione proprio di violenza sessuale, che sarà tale ogni volta che non ci sia un esplicito.

Perché, come in questo caso, subire passivamente la forza bruta di cinque energumeni non significa dire “fate pure”.

Perché non riuscire ad urlare di dolore e rimanere pietrificate non significa accettare e non ha nulla a che vedere con il consenso.

Perché ancora la legge deve capire che cinque contro una, in quella situazione, non può voler dire “ sì , lo voglio”.

Perché noi donne, ancora oggi, dobbiamo lottare per far sì che non ci siano scuse.

Perché Dio solo sa cosa significhi violenza sessuale. È l’incubo peggiore, il minuto senza fine, lo squarcio dell’anima, la cicatrice senza tempo, la memoria indelebile.

Perché ancora abbiamo bisogno di una legge che spieghi i gesti, le forme, le parole dette e non dette.

Siamo indietro, molto indietro.

Ho provato a immaginare così questa storia, che altro non è che un quotidiano continuo. Una storia che si ripete ogni giorno, tristemente, ovunque.

Magari grazie a questa ragazza e alla violenza di un branco, scriveremo finalmente che sì vuol dire sì, e no vuol dire no. E che tacere non è sempre acconsentire, ma in certe circostanze significa subire.

Lo chiamano PROGRESSO.

LA VERITÀ. 

La verità è che non puoi più essere solo un’estetista. Ricopri almeno una decina di ruoli accessori :

  1. Organizzatrice di eventi ( vedi capitolo sposa)
  2. Servizio emergenza pari al 118
  3. Commercialista ( anche se ne paghi uno)
  4. Consulente del lavoro ( vedi sopra)
  5. Psicologa
  6. Psichiatra
  7. Baby sitter ( perché fare un massaggio in relax quando puoi rovinartelo con un micro bipede che ti saltella intorno?)
  8. Dog sitter ( vedi Ciuffi)
  9. Saltimbanco ( a noi la giornata storta non è concessa)
  10. Wonderwoman

Ecco. Punti principali.

Io ho inserito l’11esimo. Il blog. Certo. Mi apro un blog e scrivo. Facile. Peccato che poi non ci stai dietro. E arrivi al punto che ti sollecitano ( ciao Laura P.). Quindi dici: è un anno che non scrivo /poi vi dirò perché / ricominciamo.

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Cazz….. La password. Ho inserito password per tre giorni. Vuoto totale. Ho provato di tutto, compreso ADESSOMIUCCIDO.

Niente. Finché capisco che posso rimediare cambiandola. Banale? Per niente. Marea di dati, numeri, nomi, codici … Ricordo le settimane di gestazione delle mie clienti e poi vado in panne per una password. Sto ricoprendo troppi ruoli? Forse.

Dai.  Ricomincio a scrivere. Che tanto non ho altro da fare.